Al parco giochi i bambini lavorano e prendono lo stipendio
«Insegniamo il valore dei soldi e dell’indipendenza»: i bambini al parco divertimenti imparano divertendosi. Le polemiche, però, non mancano
Imparare divertendosi: è quello che viene definito con il termine anglosassone Edutainment. Il gioco infatti può (e, oseremmo dire, deve) essere educativo. È questa la formula che hanno cercato di mettere in pratica a Lisbona, in uno dei 20 parchi divertimento della catena Kidzania. Qui i bambini giocano a fare i grandi, andando alla ricerca dell’impiego dei loro sogni, lavorando e prendendo anche lo stipendio.
Come funziona? In bambini, arrivati al parco, sono accolti da una ragazza dello staff e ad ognuno di loro viene rivolta la medesima domanda: «cosa vorresti fare da grande?». C’è chi sogna di fare il pompiere, chi il medico, chi la cassiera. Ma prima di iniziare a “lavorare” devono cercare l’impiego. Insomma, come nella vita reale.
Ma andiamo nei dettagli e cerchiamo di entrare nel mondo di questo parco di ben 7 mila metri quadri. L’accesso riproduce l’ambiente di un aeroporto: all’ingresso si trova così il bancone del check-in dove si ritira la carta di imbarco e ci si ritrova vicino al muso di un aereo vero incastonato dentro la parete. Il viaggio può iniziare: con pochi passi, i bambini, raggiungeranno quello che è un “Paese ideale”, con tanto di propria valuta, il Kidzo. In questa aerea i piccoli vengono accompagnati dall’addetta marketing Marta Amorin, che riveste il ruolo di “ministro delle comunicazioni”, con tanto di cartellino che indica la sua carica.
Scelto il lavoro, i piccoli lavoratori si mettono all’opera. Alla fine possono spendere i loro soldi in un negozio di giocattoli e snack. L’obiettivo è spiegato dal presidente e amministratore delegato Lopez Ancona: «Insegniamo il valore dei soldi e dell’indipendenza». Anche perché, mentre i bambini “lavorano”, i genitori non possono intervenire, ma si limitano, semplicemente, ad osservarli mediante un sistema gps da una stanza isolata.
Una bella idea quindi, educativa e divertente. Eppure le polemiche non sono mancate. Le lamentele provengono da alcuni genitori che hanno chiesto la chiusura della catena, perché questa andrebbe a pubblicizzare alcuni marchi. Infatti quel che succede è che i bambini non preparano ad esempio una semplice pizza, bensì una griffata e così avviene per tutti i mestieri all’interno del parco, nei quali interviene sempre un marchio. Il timore? Che i bambini siano influenzati negativamente, divenendo così dei piccoli consumisti più che dei coscienti lavoratori.
Le repliche ci sono: «I brand sono un acceleratore di realtà. I nostri parchi si limitano a riproporre ciò che i bambini sperimentano già nella vita di tutti i giorni», spiega Lopez Ancona. «I nostri introiti – aggiunge Marta Amorin – arrivano per metà dai biglietti e metà dagli sponsor. Senza i brand non potremmo esistere».
Per ora, quindi, nessun rischio chiusura. Il progetto, al contrario, si sta espandendo sempre di più. Nato nel 1999 in Messico, con il parco divertimenti di Santa Fe, La Ciudad de los Niños, più tardi ha cambiato nome con l’attuale Kidzania. Oggi la catena fattura per ben 400 mila dollari all’anno, con le sue 24 sedi in tutto il mondo, tra cui Seoul, Tokio, Dubai, Londra.
E in Italia? La risposta viene da un portavoce di Lopez Ancona, Enrique Mena: «Non abbiamo ancora un accordo ufficiale, ma stiamo sondando il terreno per aprirne uno a Milano o Roma».
Nas férias da Páscoa tem a oportunidade de descobrir as novidades da KidZania, como a Fábrica de Bolachas Artiach Dinosaurus #kidzanialisboa pic.twitter.com/ROMapA7Pk3
— KidZania Lisboa (@KidZaniaLisboa) 8 aprile 2017
Ontem foi a kidzania em Lisboa !! Foi bem divertido pic.twitter.com/rj1cWa4Vvi
— Joana Domingues (@JoanaDomingues7) 25 giugno 2016

