Che relazione esiste tra aumento delle temperature e persistenza del Coronavirus? A rispondere a questa domanda ci ha pensato il Massachusetts Institute of Technology, che ha condotto un’analisi proprio tra caldo e virus, dopo aver visto che il contagio avanza più lentamente nei Paesi caldi.
I dati in nostro possesso ci dicono che il Covid-19 si è imbattuto con più violenza nelle zone che hanno una temperatura compresa tra i 3 e i 17 °C e a un livello di umidità assoluta tra i 4 e i 9 g/metro cubo. L’epidemia non risparmia nessuno, ma quello che hanno riscontrato gli scienziati è la maggiore velocità con cui si propaga nelle zone più fredde.
Le ricerche fin qui condotte hanno evidenziato come il virus resista meno sulle superfici se le temperature sono più alte, muore prima insomma, e di conseguenza si diffonde meno. Questi studi non ci dicono che ora che arriva l’estate il SARS-CoV-2 sarà definitivamente sconfitto: forse ci saranno meno contagi e più tempo per curare le persone malate, nonché trovare un vaccino magari.
Anche l’influenza stagionale si comporta in questo modo: colpisce in inverno per poi placarsi con il sole. Seppur raramente, però, si riscontrano casi anche in estate e, soprattutto, quando tornerà il freddo tornerà anche il virus. Bisogna trovare una soluzione al più presto, bisogna contenere l’epidemia e continuare con il gli studi per sconfiggere questo nemico subdolo e silenzioso.
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