Vita da Arbiter

Parole al massimo

Smettiamola di imprecare contro l’onnipotente algoritmo. Dietro le formule ci sono sempre gli uomini, che fanno le stesse cose,  buone o cattive, servendosi della tecnologia che hanno a disposizione

Parole al massimo

Un algoritmo è una semplice procedura che tenta di risolvere un problema applicando un numero definito di passi elementari, vale a dire non ulteriormente divisibili. Quindi, in campo informatico, non è altro che l’applicazione di una sequenza finita di precise istruzioni che, a loro volta, devono essere interpretate ed eseguite fino alla loro conclusione, vale a dire la soluzione del problema dato, seguendo un ben preciso ordine. Uno strumento, dunque. E molto utile per migliorarci la vita in un sacco di circostanze, si direbbe. Eppure, stando alle cronache degli ultimi tempi, sembra un’entità superiore, una capricciosa divinità che dispone a proprio piacimento delle nostre vite. «Commessa incinta licenziata dall’algoritmo». «Docente pugliese trasferito in Veneto dall’algoritmo». «L’algoritmo non riposa neppure durante le feste: i nuovi squali robot della Borsa fanno fluttuare l’euro». Sono solamente alcuni dei titoli letti sui giornali negli ultimi mesi. E ancora l’algoritmo è sul banco degli imputati per la creazione delle famigerate fake news (altrimenti dette balle) che impedirebbero ai cittadini di essere correttamente informati. E naturalmente è sempre lui a condizionare elezioni e referendum in giro per il mondo. Ma le cose stanno proprio così? Sì e no. Sì, nel senso che effettivamente queste azioni vengono eseguite da algoritmi. No, perché non ci troviamo affatto davanti a un’intelligenza artificiale che opera autonomamente o addirittura in spregio alle intenzioni degli umani. Come detto all’inizio di questo articolo, gli algoritmi sono strumenti che, una volta impostati, forniscono una soluzione al problema. Ma qualcuno chiaramente deve impostarli. E lo fa secondo determinati parametri. 

 

Se «gli squali robot della Borsa» si mettono a vendere o a comprare azioni, determinando il successo o il fallimento di società o addirittura di Stati nazionali, non è perché siano intrinsecamente buoni o cattivi, ma perché un uomo li ha programmati in quel particolare modo che fa sì che reagiscano vendendo o comprando in presenza di certe situazioni. E così per il licenziamento della dipendente incinta, per lo spostamento dell’insegnante e via dicendo. Come afferma la matematica Cathy O’Neil, «gli algoritmi sono opinioni inserite in un codice. La gente pensa che siano oggettivi, ma è un trucco del marketing». Non si potrebbe dire meglio. Dietro le formule ci sono sempre gli uomini, che fanno le stesse cose, buone o cattive, da tempo immemorabile, servendosi della tecnologia che hanno a disposizione. Solo che questa volta la cosa è particolarmente insidiosa, perché nella nostra testa è impiantato, come un microchip, un pregiudizio che recita: «I numeri non mentono». E così tendiamo a fidarci in modo irragionevole delle macchine. E percepiamo con difficoltà gli uomini che ci sono dietro, ai quali consegniamo da incoscienti una montagna di informazioni personali in cambio della possibilità di utilizzare «gratis» il web e i social network. Ma quelle informazioni sono esattamente il carburante con il quale vengono alimentati gli algoritmi. 

 

Ed è così che ci prestiamo alla manipolazione di chi, conoscendo i nostri gusti e le nostre preferenze, è in grado, sfruttando la tecnologia, di offrirci il prodotto giusto al momento giusto. Oppure darci la fake news (balla) che sa che siamo predisposti a berci. Ma è forse colpa dell’algoritmo? O non è piuttosto la solita, vecchia natura umana che sfrutta ogni opportunità per guadagnare e dominare? E, più ancora delle sterminate possibilità messe a disposizione dall’informatica, non siamo noi a favorirla con comportamenti quanto meno incauti? Domande retoriche, la risposta è incorporata. E sebbene sia evidentemente troppo tardi per tornare indietro, sarebbe comunque il caso di darci una sveglia per fare in modo che le cose non peggiorino. Come? Il primo passo è sempre lo stesso: riconoscere il «nemico», ovvero la realtà. Questo vale per il terrorismo islamico, come per gli illusionisti della mente. Quindi, smettiamola di imprecare contro l’onnipotente e impersonale algoritmo, nei confronti del quale siamo indifesi, già perdenti prima ancora di cominciare. Guardiamo piuttosto alla Luna anziché al dito: ai giganti della Silicon Valley, ai quali abbiamo già conferito fin troppo potere. E che qualcuno ancora più abile di loro ha imparato nel frattempo a usare a proprio vantaggio. Uomini, non macchine. Con i quali abbiamo imparato a fare i conti fin dalla notte dei tempi. Basta non dimenticarlo.

Di Massimo De’ Manzoni

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