Ci sono 7 Paesi al mondo, molto diversi tra loro, che hanno una cosa in comune. Anzi due: sono guidati da donne e hanno reagito meglio all’emergenza Covid-19. È solo una coincidenza o c’è dell’altro? Stiamo parlando della Germania con Angela Merkel, di Taiwan con Tsai Ing Wen, della Nuova Zelanda con Jacinda Ardern, della Norvegia con Erna Solberg, della Finlandia con Sanna Marin, dell’Islanda con Katrín Jakobsdóttir e della Danimarca con Mette Frederiksen.
Quello che emerge dall’analisi di questi Paesi è che tutti hanno agito tempestivamente, non hanno aspettato che i contagi salissero per prendere provvedimenti in merito, e sono riusciti a tracciare in modo più puntuale i contagi attraverso test a tappeto. Inoltre, in questi 7 Paesi l’accesso ai servizi ospedalieri è stato gestito in maniera eccellente, fatto che ha influito positivamente sulla capacità del personale sanitario di contenere l’epidemia.
Sembra quasi che la risposta maschile sia stata meno risolutiva. Questo non vuol dire che gli uomini non sanno governare, ma probabilmente qualcosa è accaduto: i dati parlano chiaro.
Iniziamo con la Germania. Angela Merkel non ha sottovalutato il problema e già a gennaio diceva: “Rischiamo di avere il 70% di tedeschi infettati“. Grazie a questa tempestività, il Paese è riuscito a fare molti tamponi all’inizio dell’emergenza e in questo modo ha contenuto l’epidemia. Inoltre, la Germania ha un ottimo sistema sanitario, molti posti letto in terapia intensiva, tanto da potersi permettere di accogliere pazienti italiani e francesi.
In Taiwan, invece, Tsai Ing Wen ha adottato 124 misure per contenere il contagio già a gennaio. Ci sono stato molti controlli sugli aerei che arrivavano dalla Cina e sono stati fatti molti test. Inoltre ha prodotto molte mascherine: il Paese oggi, infatti, è uno dei maggiori esportatori in tutto il mondo.
Passiamo alla Nuova Zelanda, guidata da Jacinda Ardern, dove il lockdown ha dato risultati strabilianti. Il Paese conta pochissime vittime (circa una decina). La sua politica è stata quella di isolare per due settimane tutte le persone in entrata e il tracciamento dei contagi.
La Norvegia, con Erna Solberg, è il primo Paese pronto a riprendere la vita di tutti i giorni. Tra l’altro è stato l’unico che ha trasmesso una conferenza stampa in tv per spiegare ai bambini che cosa stava succedendo.
Poi abbiamo la Danimarca con Mette Frederiksen, dove le scuole hanno riaperto e piano piano si torna alla normalità. I contagi sono in costante calo da oltre 2 settimane.
Sanna Marin in Finlandia ha deciso di chiudere la capitale Helsinki, che è la parte più popolosa del Paese, per limitare il contagio e salvare il resto della nazione. Scelta azzeccata. Inoltre, dalla Guerra Fredda aveva conservato molte mascherine che sono tornate utili in questo periodo.
Infine, la Finlandia che, sotto la direzione di Katrín Jakobsdóttir, ha eseguito tamponi a tutti e ha scoperto che gli asintomatici erano la metà di chi è risultato positivo. In questo modo il Paese è riuscito a isolare queste persone e non ha dovuto chiudere nessuna attività.
Le misure messe in atto da questi Paesi sono state diverse tra loro, ma tutte tempestive e specifiche delle caratteristiche rispetto alle caratteristiche interne delle singole nazioni.
(Photo by Bill Oxford on Unsplash)
