Il 4 maggio è ripartita ufficialmente la Fase 2: molte attività lavorative sono state ri-aperte, così come parchi e giardini. E lentamente e con estrema precauzione si tenta di tornare alla normalità.
Eppure… eppure alcune persone non sono così desiderose di riaffacciarsi fuori dalle proprie case. E manifestano scarso entusiasmo all’idea di tornare alla vita precedente. Tanto che si parla già di una “sindrome della capanna” o “sindrome del prigioniero”.
Alcuni tra noi infatti hanno vissuto senza stress eccessivi il confinamento tra le pareti di casa, vivendo con maggior tempo libero le giornate e dedicandosi ai propri interessi e ai propri affetti. E adesso queste persone affrontano con maggior fatica l’idea di tornare ai ritmi di vita precedenti. Altre invece sono ancora timorose del contagio e per paura preferirebbero non dover uscire da casa.
Di questo fenomeno ha parlato anche il noto quotidiano spagnolo El País, intervistando alcuni psicologi. Timanfaya Hernández (Collegio Ufficiale di Psicologi di Madrid) ha dichiarato: «Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza… Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre». Tornare ai frenetici ritmi precedenti è dunque vissuto con riluttanza.
Negli Stati Uniti è stato perfino coniato il termine “sindrome della capanna” o “sindrome del prigioniero”, per chi tende a evitare il contatto con l’esterno.
Laura Guaglio, psicologa e psicoterapeuta (specializzata in gestione e superamento di eventi traumatici ed emotivamente stressanti) ha dichiarato al magazine Vice che «la persona è stata sottoposta a un evento stressante che, nel bene o nel male, ha modificato il suo modo di comportarsi, di vedere le cose. Probabilmente è una modifica temporanea, ma bisogna prenderne atto… La situazione che stiamo vivendo è talmente eccezionale e collettiva che il comprensibile timore, più o meno accentuato, di uscire di casa può essere una delle più comuni reazioni, anche da parte di quelle persone che potremmo definire ‘più equilibrate emotivamente»’”.
Tra i motivi che influiscono negativamente sul desiderio di tornare alla vita di prima, «il rifiutarsi di vedere o accettare che i propri riferimenti siano mutati sensibilmente. Se esco mi rendo conto di com’è cambiato il mondo che conoscevo. Vedo la città deserta, i negozi chiusi, le persone che incontro sono munite di mascherina, guanti. La nuova realtà è impattante, può sconcertare, disorientare, potremmo rigettarla. A questo, poi, si unisce un fattore molto più prosaico: a livello neurobiologico e fisico, meno movimento faccio, meno esco di casa, meno avrò voglia di uscire. A cui, ancora, si sommano le paure sulle probabilità di un contagio».
Il consiglio in questi casi è quello di prendere tempo, affrontare le proprie paure, magari con il sostegno di un professionista, e non preoccuparsi eccessivamente. Perché, quando via via anche i mezzi d’informazione diminuiranno il succedersi di notizie allarmanti sul virus, anche molte paure svaniranno.
(Photo by Adrien Siami on Unsplash)
