Beirut, Libano

Maurizio DiMaggio ci racconta la bellezza e la storia della capitale libanese, Beirut

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di Maurizio DiMaggio

Camminare al mattino presto per una città permette un approccio più confidenziale. Le ragazze hanno il trucco fresco e il caffè caldo in mano, i parcheggi sono vuoti, i clacson non risuonano e tutto è  ancora calmo. Cammino per la centralissima Hamra Street, il cuore arabo di Beirut, coi negozi ancora chiusi, godendomi un succo di melograno fresco appena spremuto. Le placche delle strade sono smaltate in blu come quelle del Touring, hanno i nomi in francese e di fianco quelli originali in arabo. Io per esempio abito al Gefinor Rotana, in Rue Clemenceau, angolo Rue Rome.

Palazzi altissimi sorgono accanto a rovine e macerie, lusso estremo e rovina si fiancheggiano a Beirut, città dai grandi contrasti. Uno dei suoi simboli sono i faraglioni dei Piccioni, i Raouche Rocks, impressionanti come la marea di bottiglie di plastica che galleggia davanti a loro. Camminando finisco all’angolo tra Chatila e Chehab e mi rendo conto che quel rudere recintato ha buchi tutto intorno alle finestre. Gli spettri del passato riaffiorano. 

Lo scheletro dell'Holyday Inn, dove nell'aprile del 1975 iniziò la Battaglia degli Alberghi, si vede dalla strada, i buchi delle pallottole e dei razzi granata non li cancella nessuno. Rimane lì, in quelle condizioni, per via di una disputa tra le due parti proprietarie, come souvenir di una guerra civile durata 15 anni, mentre intorno oggi cresce della bellissima edilizia residenziale di lusso.

I libanesi in patria sono 4 milioni, mentre altri 15 sono in giro per il mondo a fare affari. E il libanese che vive e prospera in USA, in Brasile, in Nigeria o a Monte Carlo desidera comunque un legame col  paese natìo. Per questo ci sono così tante gru e cantieri edili in giro per la città. Proseguo per la downtown su marciapiedi dorati, tra gente che veste firmato, fino alla place de l’Étoile. Una zona restaurata di recente e sorvegliatissima, con traffico ridotto e controllato. Al centro della piazza una torre con orologio. E l’orologio è un Rolex, tanto per chiarire. Nelle vicinanze c'è il Gran Serraglio, il palazzo del Governo, le ambasciate più importanti, le sedi di banche internazionali. Militari in tuta mimetica presidiano le piazza e hanno fucili d’assalto, AK 47 sembrano, mimetici anche loro.

Cammino e arrivo in Piazza dei Martiri, assediata dal flusso continuo di auto e camion cisterna. La Mohammad Al-Amin Mosque svetta con i suoi minareti e le cupole turchesi. Si sente il muezzin e le campane delle chiese intorno suonare mezzogiorno. Nel raggio di 50 metri c'è la cattedrale cattolica di Sant'Elia, quella cristiano maronita di San Giorgio, una greco ortodossa e una armena. Questa è Beirut, con campanili e minareti, grattacieli nuovissimi e il vecchio cinema l'Oef sventrato e pieno di buchi di pallottole, di fronte alla Casa Gialla, il vecchio palazzo elegante completamente crivellato che era sulla Linea Verde, il confine tra le due Beirut.

Il Passato scompare inghiottito dal Futuro che vuole costruire, fare, vendere e guadagnare. Ho capito come funziona già dalle parole di Elias, il vecchio taxista che mi ha caricato all'aeroporto. «Costruiscono e costruiscono, buttano giù e mettono cemento dove c'erano boschi e vecchie ville». Vecchie ville a due piani che hanno visto i giorni gloriosi di Beirut, “Svizzera del Medioriente”, e che adesso sono circondate da palazzi alti. Alcune sono piene di macerie e recintante. Altre sono state recuperate come quella che ospita il ristorante Dar al Mussawir, Bistro and book. È in una alley, una rientranza di rue Rome, dietro un distributore. In effetti Dar è stata creata nel 2011 per essere una comunità di amanti del cibo buono, di lettori, designer, artisti, fotografi, giornalisti. Al piano di sopra c'è veramente una libreria molto fornita in varie lingue e spazi per workshop di fotografia, affitto di materiale audio e video, una camera oscura e servizio di stampa. Sul pianoforte verticale c'è una collezione di bottiglie in vetro verde da riciclo. E ti fa ricordare che il vetro soffiato l'hanno inventato i Fenici, da queste parti, millenni fa.

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