lunedì 14 dicembre 2009

Hachiko: una toccante storia d’amore

La locandina

Ha commosso il Festival Internazionale del Film di Roma “Hachiko”, la pellicola (in uscita il 30 dicembre) diretta da Lasse Hallstrom e interpretata da Richard Gere, Joan Allen e uno splendido esemplare di Akita, razza di cani giapponesi non molto conosciuta.
La storia narra infatti dell’eccezionale fedeltà di un cane Akita (Hachiko, appunto) al suo padrone. Ogni giorno Hachiko accompagna il suo padrone, il professor Parker, alla stazione. E vi fa ritorno il pomeriggio, per accoglierlo festoso dopo il lavoro. Si tratta di una storia vera, accaduta in Giappone negli anni Venti: Hachiko accompagnava il suo proprietario, il professore d’universtà Uyeno, alla stazione di Shibuya, e lo attendeva la ritorno, fino al giorno triste in cui il padrone non tornò, perché morto d’infarto. Hachiko fu affidato a una nuova famiglia, ma ogni giorno, e per dieci anni, si recò alla stazione, in attesa dell’antico padrone. I viaggiatori, che erano abituati a vedere cane e padrone insieme, capirono cosa stava avvenendo e si commossero per questo grande esempio di fedeltà. Articoli di giornale e studi universitari furono dedicati al fedele quattrozampe, che ebbe l’onore di vedersi dedicata una statua (alla stazione di Shibuya, appunto). Oggi la storia di Hachiko è raccontata ai bambini come esempio di devozione e affetto.
Richard Gere si è subito innamorato di questa storia e si è facilmente lasciato convincere dal regista a interpretare il ruolo del professore. Accanto a lui, tre splendidi esemplari di Akita, cani molto riservati e difficili da addestrare. La loro perfetta recitazione è dunque un altro grande pregio del film: «Quando l’ho letto una seconda volta mi sono commosso di nuovo» ha affermato Gere. «Credo che in questo film vi sia qualcosa di fortemente simbolico e misterioso, pur essendo solo la storia di un cane che aspetta. C’è qualcosa nella nostra sensibilità che ci fa emozionare di fronte a questa vicenda. Quel senso di lealtà, quel ‘ci sarò sempre per te’. È una cosa molto profonda».

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