L'uomo libero

Vita da Arbiter

L'uomo libero

L’oratorio permetteva di misurarsi, in un ambiente protetto, con i dilemmi dell’esistenza a venire. Oggi, specie nelle grandi città, ha perso ogni attrattiva per i più giovani

di Vittorio Feltri

Sì, lo so. Non essendo cattolico forse non sono la persona più adatta per affrontare l’argomento che mi sta a cuore: la scomparsa degli oratori. Forse sarà una mia impressione, ma credo che come luoghi di ritrovo, specie nelle grandi città, abbiano perso ogni attrattiva per i più giovani. Spero di sbagliarmi e che la realtà sia differente. All’oratorio si andava per i motivi più disparati. Innanzitutto per giocare a pallone tutto il pomeriggio, con una breve sosta per comprare un ghiacciolo o bere una spuma. Erano partite interminabili, con squadre ad assetto variabile e un numero piuttosto elevato di «scarponi». Chi era capace era accusato di essere un «veneziano», cioè uno che non passava mai la palla. Ma si giocava anche a ping pong o a biliardino. Persino a carte. Divertimenti semplici come si vede. Ma c’erano anche oratori con un teatrino, altri con il cinema nel fine settimana. All’oratorio poi si incontravano anche le ragazze proprio nel momento della vita in cui il pallone perdeva fascino e baciare una fanciulla lo acquistava. Naturalmente, il prezzo da pagare era assistere alle ore di dottrina. Tipico il ricatto del prete: chi salta il catechismo non può prendere parte alle partite. E allora si partecipava, con scarsa convinzione, alle lezioni. All’oratorio si incontrava gente di ogni tipo e di ogni estrazione sociale. Il figlio dell’avvocato conosceva quello del panettiere. Un po’ come nell’esercito. Ripensando alle ore passate all’oratorio mi accorgo di quanto siano state importanti, senza che me ne rendessi conto. Lì ho intuito come è fatta la società, con i suoi riti e i suoi pregiudizi. Mi sono inserito in una comunità. Ho stretto rapporti che sono durati tutta la vita. Qualcosa è rimasto anche delle lezioni di catechismo. Non la fede in Dio, ma la fiducia nei valori cristiani che sono alla base della nostra civiltà. 

 

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Vi racconto una piccola storia, che mi ha sempre colpito molto. All’oratorio c’era una coppia di fratelli. Il più vecchio (si fa per dire, avrà avuto 25 anni) era un poliziotto. Il minore studiava alle scuole professionali. Il più giovane era molto legato ad altri ragazzi suoi coetanei. Erano un bel gruppo, sempre presente. Il parroco lo vedeva di buon occhio. Quella microscopica comunità rispecchiava la società italiana. Il ricco stava accanto al povero, il secchione conviveva col ripetente, il «perfettino» si sporcava le mani con il «problematico». Ma veniamo alla cronaca dei fatti. Proprio il «problematico» e i due fratelli sono i personaggi principali. Il primo trafficava in biciclette rubate. Robetta, giusto per pagarsi qualche vizio e stare al passo con gli amici più danarosi. Non c’è dubbio che la cosa fosse riprovevole oltre che illegale. Nessuno però aveva da ridire. Il ladruncolo, per il resto, era simpatico e tranquillo. Il suo migliore amico era il fratello del poliziotto. I due erano inseparabili. Arrivavano non appena il parroco apriva il portone e trascorrevano interi pomeriggi tra canestri e briscole. Un giorno però il poliziotto venne a sapere dal fratello del riciclaggio delle biciclette. Perché denunciare il migliore amico? Mistero. Forse l’altro pensava di rimetterlo sulla buona strada. Forse la denuncia in realtà era una semplice confidenza, che non avrebbe dovuto avere alcun seguito. Invece, un pomeriggio di aprile, arrivò la polizia e beccò il ragazzo problematico con le mani nel sacco, o meglio con le mani sul manubrio di una bicicletta rubata. Il fatto fece scalpore. Da quel momento, il delatore fu escluso da tutti i gruppetti. Era diventato un appestato. Non importava che cosa lo avesse spinto. Era in ogni caso un traditore. 

 

E con questo soprannome, «traditore», dovette fare a lungo i conti. La vicenda giudiziaria non ebbe grande seguito. Presto il problematico tornò a farsi vedere all’oratorio. Il traditore, caduto in disgrazia, non osava avvicinarlo. Così grande era l’imbarazzo da tenerlo sempre più spesso lontano, a casa o altrove. Tutti si chiedevano quando i due si sarebbero confrontati. Si immaginavano un duello simile a quello dei film western. Invece andò così. Un giorno i due si incrociarono all’ingresso. Il traditore abbassò lo sguardo. Il problematico, forse impietosito, gli diede una pacca sulle spalle. Era rinata un’amicizia. Ho sempre serbato il ricordo di questo avvenimento. Nella sua modestia offre tante cose da imparare. Il tradimento, il perdono, l’amicizia. La riprovazione della società. L’inclusione e l’esclusione dalla comunità. La fedeltà all’amicizia viene prima di quella alle leggi dello Stato? Non rispondo e vi lascio con questo interrogativo: se voi foste stati nei panni del traditore che cosa avreste fatto? L’oratorio dunque permetteva di misurarsi, in un ambiente protetto, con i dilemmi dell’esistenza a venire. Ovviamente i giovani d’oggi avranno altri luoghi di aggregazione dove sperimentare le stesse cose. Ma quando penso all’oratorio, provo un senso di nostalgia. 

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