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Sai come è nata la canzone che canti a ogni compleanno?

Ogni compleanno che si rispetti intoniamo la celeberrima Happy birthday to you, tradotta nelle varie lingue.

Sai come è nata la canzone che canti a ogni compleanno?

Tutti conoscono questa semplice canzone, ma sappiamo come è nata? Happy Birthday ha una storia molto interessante: le sue origini risalgono alla seconda metà dell’800 ed è anche stata molto discussa, tanto da far scaturire cause legali fino ai giorni nostri!

Ma cerchiamo di capirne di più. La storia di Happy Birthday risale al 1889 quando Patty Smith Hill, un’insegnante statunitense, e sua sorella  Mildred Jane, composero questa canzone per gli alunni di Louisville. Il brano non era stato pensato per alcuna ricorrenza, tanto meno per il compleanno, ma si trattava di una composizione che fosse un semplice buongiorno. Infatti sulla melodia veniva cantato Good Morning to All, (Buongiorno a tutti) piuttosto che l’attuale Happy birthday to you!

La pubblicazione ufficiale del brano originale

La canzone fu pubblicata nel 1893 assieme ad altri brani delle sorelle, in un unico libro di spartiti, Song Stories for the Kindergarten. I diritti vennero assegnati alla Clayton F. Summy Company, casa editrice del libro, e le sorelle mantenevano una quota del ricavato delle vendite. Ai tempi delle sorelle Smith i diritti d’autore duravano 28 anni e i potevano essere poi rinnovati per altri 14.

Quando il brano diventò Happy Birthday

La canzone iniziò ad essere cantata per i compleanni, con il testo modificato in happy birthday to you, nei primi anni del 900, man mano che l’usanza di riunirsi per festeggiare i compleanni si consolidò. Fu allora che si sentì la necessità di avere una canzone per il momento in cui si spegnevano le candeline. Non si sa chi esattamente abbia composto per primo il testo attuale ma in molti canzonieri del tempo inizia a comparire la canzone delle sorelle Hill con il nuovo titolo Happy birthday (to you)

I diverbi legali sui diritti d’autore

Dopo 28 anni dall’assegnazione dei diritti d’autore, nel 1921 questi vennero rinnovati ancora alla Clayton F. Summy. La canzone aveva ormai preso piede e rispetto al primo periodo, quando il brano aveva ancora il titolo originario, le possibilità di guadagno derivanti dal pagamento della tassa di concessione di riproduzione, iniziarono ad aumentare notevolmente.

E così allo scadere dei 14 anni, nel 1935, iniziarono i diverbi: Hill, una terza sorella, depositò nuovamente la canzone, ma ci fu una causa legale per la divisione dei ricavati. La Clyton secondo il verdetto dovette versare un terzo dei ricavati alle sorelle e ai discendenti.

La situazione si complica quando, nel 1988, la Clyton venne acquisita dalla Warner. Pensate che l’acquisto costò 25 milioni di dollari, ma la casa ricavava circa 2 milioni di dollari l’anno dalla riproduzione del pezzo, che avveniva ormai in spot, programmi televisivi e film. Per ogni riproduzione la Warner chiedeva un compenso di che variava dai 1500 ai 50000 dollari.

Una lecita richiesta? A detta di Robert Brauneis, docente di legge della George Washington University, no. Il professore si è infatti battuto affinché, non essendo stati rinnovati come per legge i diritti nel 1963, (allo scadere quindi del 28esimo anno dal deposito effettuato dalla terza sorella) la Warner non avesse diritto ad alcun compenso. Tanto meno non era possibile stabilire chi fosse l’autore originario del testo

Il tutto si concretizzò quando, nel 2012, la Warner chiese 1500 dollari a Jennifer Nelson, una documentarista che stava realizzando un film sulla canzone in questione. La Nelson intentò causa alla casa editrice. La Corte federale californiana che esaminò il caso diede ragione alla documentarista e stabilì che essendo stata depositata nel 1935 solo la melodia e non il testo, i diritti della Warner sono nulli.