Vita da Arbiter

Toscano: un piacere italiano

Dalla terra alle dita di raffinati appassionati. Nato da un incidente del destino, il sigaro di tabacco Kentucky da 200 anni racconta nel mondo il carattere del made in Italy

Il fumatore di sigaro Toscano è, in prima istanza, una persona abituata a gustarsi i piaceri della vita con lentezza. Più che un vizio, il sigaro è una presa di posizione nei confronti dell’esistenza, un rimarcare la propria presenza. Il Toscano è elemento scenico e vessillo caratteriale, estetica ed essenza, i due poli all’interno dei quali si arrotola la stessa quintessenza dell’italianità. Un fatto di passione, insomma. Scegliere un sigaro Toscano significa riservarsi la possibilità di sentire divampare il calore tra le dita e accompagnare il suo raffreddamento quando si spegne, per poi riaccenderlo (ecco la dote nascosta del Toscano) rinfocolando la passione. Uno strumento che puoi dominare, guidare, armonizzare seguendo il tuo capriccio. Fino a farlo diventare una sorta di protesi della tua mano e del tuo pensiero, una penna atta a indicare, ma anche un solitario anti-stress rugoso, che si consuma (al tuo posto) nervatura dopo nervatura. Un compagno di bisboccia o di riflessione sempre differente, ciascuno unico a suo modo. Tolta la pipa, è una delle poche cose afferenti al fumo che possono essere tenute spente e poi riaccese senza arrecare disturbo agli altri. E poi c’è la sua forza, che ti arriva dritta, la scelta (di tanti) di fumarlo secco e magari tagliato e quella invece nostra di averlo umido e ammorbidito delicatamente, senza esagerare, con le labbra. E poi la progressività non uniforme della fumata, in restringimento se lo si fuma ammezzato o allargamento panciuto se lo si fuma intero. E poi la forza tabaccosa maschile dura e pugnace che non ha pari, genus loci di schiettezza e di dirompenza verace. E poi, ancora, il profumo (sì, va chiamato così, in barba al politicamente corretto dei sopraccigli alzati), il profumo che dà ai vestiti che si integra con la personalità dell’abito, che in questo caso fa il monaco da giorno e da sera, ma pronto a sfidare con la sua veracità grezza anche intemperie e bufere. Per sentirsi un po’ uomini d’altri tempi, capitani nel mezzo dei marosi, condottieri in trincea, santi e navigatori e poeti. Italiani, insomma. Con un sigaro italiano che ci racconta in silenzio. Ce lo conferma l’architetto Gaetano Maccaferri, vicepresidente di Manifatture Sigaro Toscano e presidente del Gruppo Industriale Maccaferri, secondo il quale «il sigaro Toscano, così come tantissimi altri marchi famosi nati nel nostro Paese rappresenta, al di là dello spazio e del tempo, il made in Italy nel mondo. Ci sono icone nostrane intramontabili che col sigaro hanno esportato uno stile di vita: mangiare italiano, bere italiano, vestire italiano, abitare italiano e concedersi momenti piacevoli in tipico stile italiano e non solo. Ecco, il sigaro Toscano fa parte di queste icone». Questo significa, in poche parole, entrare nell’immaginario collettivo, perché quel che, assieme col fumo, passa a ogni boccata, è il messaggio di una certa intellettualità virile, come se il sigaro fosse in primo luogo necessario a contenere certe interiorità debordanti, incontenibili, da Benedetto Croce a Gabriele d’Annunzio, da Totò a Clint Eastwood (costretto da Sergio Leone a tenerselo tra le labbra per settimane sul set). E pensare che il Toscano nacque per fare di necessità virtù: correva l’anno 1815 quando un violento acquazzone sulla Manifattura Tabacchi di Firenze infradiciò una partita di tabacco lasciata a essiccare al sole. La necessità? Riutilizzare quel tabacco per fare dei sigari economici da vendere ai fiorentini: fu un enorme successo poiché l’acqua fece fermentare il tabacco dandogli un gusto del tutto nuovo. Nacque così la leggenda del sigaro Toscano che, dal 1818, continua a far fumare, scrivere e pensare intellettuali e no, fiorentini e no, da 200 anni a questa parte. «La nostra ricetta», continua Maccaferri, «è molto semplice. E come spesso accade con le cose semplici, efficace: tabacco e acqua, fermentazione e stagionatura». Ma non solo, perché «l’approccio è da sempre coniugare tradizione e innovazione. Da un lato, la conservazione e il rispetto per il lavoro manuale come avveniva nell’800, dalla semina, alla raccolta delle foglie di tabacco fino ad arrivare al confezionamento dei nostri sigari, dall’altro lato, l’innovazione, soprattutto per quanto riguarda la capacità di saper seguire l’evoluzione, sia nelle abitudini dei consumatori sia nei loro gusti». Oggi, alcuni efficaci strumenti di monitoraggio della realtà dicono, per esempio, che «da un punto di vista organolettico del sigaro Toscano viene apprezzato il gusto, particolarmente intenso, del tabacco Kentucky curato a fuoco; ma non solo, c’è anche la tipologia di fumata, che si presta a un consumo quotidiano e meno impegnativo rispetto ai caraibici». Inoltre, il suo consumatore è più aperto di altre categorie merceologiche nei confronti delle novità: «Devo ammettere», incalza Maccaferri, «che le novità che proponiamo incontrano sempre il favore del pubblico, e anche quello più affezionato ai prodotti tradizionali sperimenta con entusiasmo le edizioni limitate, realizzate a mano dalle sigaraie di Lucca». 

La sua produzione, per chi non lo sapesse, segue, infatti, due linee: la realizzazione a mano per sigari di elevato pregio e tiratura limitata, a macchina o semiautomatica per sigari di grande tiratura. Qualità e accessibilità, anche di prezzo. Nasce infatti popolare, il sigaro Toscano, ma eleva chi lo fuma: non fa discriminazioni tra ricco e povero, colto e incolto. Piuttosto, eleva, concentra, illumina il lavoro intellettuale e manuale: dai piccoli artigiani ai più fini pensatori. A chiedergli il successo di questa formula, che è quasi un ossimoro, Maccaferri risponde esaltando la materia prima che, ancora oggi, è il tabacco Kentucky da filiera 100% italiana. Una materia in senso lato dacché la qualità, per loro, è affare capillare, a cominciare dal «protocollo del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali per l’acquisto di tabacco Kentucky destinato alla produzione del sigaro Toscano. È un accordo stilato nel 2014 che copre sette anni, fino al 2020, e garantisce ogni anno l’acquisto di oltre 2mila tonnellate di tabacco». Un accordo intenso a tutelare «gli agricoltori di Kentucky, che sono un anello strategico della nostra catena produttiva. A ciò si aggiungono le intese concordate con le organizzazioni dei coltivatori per sviluppare buone pratiche eco-sostenibili e a migliorare le redditività delle aziende agricole. In ultimo, proprio di recente, abbiamo rinnovato un accordo integrativo che riguarda 400 lavoratori dislocati tra le manifatture di Lucca e di Cava de’ Tirreni, il centro ricevimento tabacchi di Foiano della Chiana e la sede centrale di Roma, a conferma del costante impegno rivolto al benessere dei nostri dipendenti». Quanto ai futuri 200 anni di questa affascinante storia italiana, Maccaferri non si sbottona: «Ovviamente abbiamo i nostri “blender” che stanno già lavorando ai prossimi prodotti con una visione da qui ai prossimi 36 mesi: tanti sono i prototipi, è ovvio, ma ancora non possiamo rivelare nulla. Del resto, l’attesa aumenta il desiderio, no?». Noi ci accendiamo un Moro, e attendiamo. Con lui tra le dita fretta proprio non ne abbiamo.

di Andrea Grignaffini

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