Vita da Arbiter

La festa della rivoluzione

Sedici mesi folli e libertari. Con una Costituzione basata su Poesia e Bellezza. Così Gabriele D’Annunzio con la Libera Città di Fiume ha segnato la via di quel che l’Italia avrebbe potuto essere

Il Popolo della Libera Città di Fiume, in nome delle sue secolari franchigie e dell’inalienabile diritto di autodecisione, riconferma di voler far parte integrante dello Stato Italiano mediante un esplicito atto d’annessione». Così principia la Carta del Carnaro, emanata l’8 settembre 1920 a Fiume da Alceste De Ambris, con qualche ritocco del Vate armato cinquantaseienne Gabriele D’Annunzio. I 47 articoli della Carta rappresentano uno stravagante e interessante esperimento rivoluzionario, se si pensa che fu stilata un secolo fa. Le donne possono essere elette, gli operai siedono in consiglio di fabbrica, c’è il ministro della Bellezza, si pensa di eliminare i gradi militari, chi si rifiuta di prestare il servizio militare o di pagare le tasse o vive parassitariamente a carico della collettività viene privato dei diritti civili, tutti i cittadini senza distinzione di sesso sono obbligati al servizio militare nell’età dai 17 ai 52 anni. Non a caso l’autore della sostanza è un sindacalista rivoluzionario come Alceste de Ambris, che ispirò la Carta del Lavoro fascista, stesa nel 1927 da Filippo Corridoni. Quella corrente primigenia del «Fascismo immenso e rosso», rivoluzionaria e socialista, che si venne poi a perdere nell’imborghesito e massone fascismo della seconda ora, per venir in seguito riportata alla luce con il fascismo repubblicano del Manifesto di Verona del 14 novembre 1943. Al quale contribuì, non a caso, Nicola Bombacci, uno dei fondatori del Partito comunista nel 1921, finito fucilato e oltraggiato con il suo amico Benito Mussolini. D’Annunzio a Fiume voleva che il popolo italiano tornasse a «far parte di se stesso»: l’impresa fiumana è degna di un principe rinascimentale. Libertario, anarchico, modernizzatore, avanguardista, egli voleva creare una bellezza nuova beffandosi del mondo borghese. D’Annunzio era dannunziano. Diceva di sé: «Sono un mistero con in bocca la musica del mondo». Se fosse qui oggi userebbe senz’altro bene la tecnologia, inventando qualcosa che noi in questo momento non riusciamo a immaginare. 

Ma come si viveva in quella che fu, per 16 mesi, la polis dannunziana, dal 12 settembre 1919 al 30 dicembre 1920? «Fiume era una città sotto assedio, quindi aveva dei grandi problemi di rifornimento e di riscaldamento», risponde lo storico Giordano Bruno Guerri, da 10 anni direttore del Vittoriale degli italiani. «Vi si conduceva una vita difficoltosa ma aveva la frenesia di una città in rivoluzione. C’è il titolo di un libro stupendo scritto su Fiume da Claudia Savaris, Alla festa della rivoluzione. Era esattamente questo. La popolazione e i legionari condividevano l’entusiasmo, la sensazione di libertà, l’amore libero, le droghe, le ubriacature. Poi Fiume era una città austroungarica, un porto, e quindi già di per sé molto vivace. Il problema era conciliare questo entusiasmo con la disciplina. Soprattutto dei legionari, indisciplinati per definizione. Inoltre bisognava sedare i possibili conflitti tra fiumani slavi e italiani. Una situazione complicata ma che instillava gioia di vivere fuori dalle righe». Se ne può carpire un’idea studiando gli archivi della Repubblica: dato che D’Annunzio era capo di Stato, se li portò via tutti, e oggi sono conservati al Vittoriale. Per esempio, in quelli del tribunale ci sono centinaia di processi, i più strani: liti, risse, beghe con prostitute. Tra i personaggi pittoreschi c’erano Max Mugnani ed Ettore Muti, ex «caimani del Piave», e Guido Keller. Eroe della squadriglia di Baracca, alto, magro, riccioluto e barbuto, Keller era il capo della guardia del corpo di D’Annunzio. Viveva su un albero e girava spesso ignudo per Fiume con un’aquila appollaiata sulla spalla. Volò su Roma nel 1920 per lanciare un vaso da notte su Montecitorio come gesto di disprezzo. Dopo Fiume aprì una scuola di volo in Turchia, andò a combattere la guerriglia in Brasile, esplorò il deserto libico, combatté con i Berberi. Pare che in volo leggesse e assumesse te e cocaina. Poi morì in uno stupido incidente stradale. Il 30 novembre 1920 l’orchestra della Scala, diretta da Arturo Toscanini, suonò a Fiume. I musicisti furono decorati come combattenti dal poeta governatore, che consacrò Toscanini «Il Sinfoniaco» sull’altare della musica e dell’italianità (nell’ordinamento dello Stato libero di Fiume la musica era «istituzione religiosa e sociale»). Prima che il maestro lasciasse il Carnaro per una tournée nordamericana, D’Annunzio tenne un discorso di commiato davanti ai legionari, che si erano esibiti in un’esercitazione con sparatorie e lancio di bombe a mano. «Scudetto», termine ideato dal poeta abruzzese, era il torneo di calcio organizzato a Fiume, che prevedeva appunto lo «scudetto» tricolore come premio (Keller non giocò). La Figc poi lo adottò. D’Annunzio era sempre alla ricerca dell’azione militare perfetta (pensiamo alla Beffa di Buccari e al volo su Vienna), del piacere perfetto (e perverso), della parola perfetta e nuova, per far rinascere la lingua italiana.

Ma al di là di incastonare un’altra pietra preziosa sul guscio della sua testuggine, ossia quell’opera d’arte che avrebbe dovuto essere idealmente la sua vita, D’Annunzio dove voleva arrivare? Qual era il suo obiettivo tornando sulle irredente fatali sponde orientali dell’Adriatico? «Fare la rivoluzione», sintetizza Guerri. «Lui pensava che l’esempio di Fiume, la ribellione ai governi liberali e al Sistema dell’epoca, oggi diremmo globalizzato, avrebbe trascinato il popolo a seguirlo, a espandere questa sua rivoluzione a tutta l’Italia. Ma non aveva capito che non era possibile, che il popolo segue prima di tutto la pancia». Soprattutto il popolo italiano, sempre ammesso che esista un popolo italiano.

Fiume dimostra che lo Stato liberale poteva essere sfidato con la forza, ma D’Annunzio non era un politico, mentre Mussolini, personaggio risorgimentale, ce la fece. Il fascismo si impossessò di Fiume, della sua liturgia, del discorso dal balcone, dell’arditismo, del culto dei morti e dei motti, del «Me ne frego», dell’«A noi!», degli «Eja eja, Alalà!». Insomma del «Vivere ardendo e non bruciarsi mai», mutuato nel «Vivere pericolosamente sul filo del rasoio». Poi però sono arrivate le cannonate del Regio Esercito e della Regia Marina: Fiume, contrariamente all’«Hic manebimus optime», viene abbandonata. Ma «L’Immaginifico» non poteva rimanere lì e morire in un’epica battaglia come poeta-soldato? Sarebbe stata una fine estetica. «D’Annunzio abbandona la città per non scatenare la guerra civile, che già stava scoppiando», spiega Giordano Bruno Guerri. «I 2.500 legionari avevano cominciato a rispondere al fuoco del Regio Esercito, ne morirono una cinquantina. Fu il Natale di sangue. A quel punto disse «basta». Pensava che non avrebbero osato sparare proprio a lui: politicamente era un ingenuo. Era troppo attaccato alla vita per decidere di farla finire con un gesto simbolico, facendo ammazzare con sé migliaia di legionari e civili. Era pronto a morire in guerra, sì, contro il nemico, ma non in uno scontro tra italiani. Aveva sempre con sé un anello con dentro il veleno, per suicidarsi in caso di cattura, per non essere esibito come un trofeo». E oggi cosa rimane fisicamente e spiritualmente a Fiume? «Temo non sia rimasto niente. Prima che “dedannunziata”, la città è stata “deitalianizzata” dal 1945. Hanno compiuto al rovescio l’operazione di deslavizzazione del fascismo. Quello che oggi si cerca è di far recuperare la coscienza ai fiumani che quello è un pezzo della loro storia, da affrontare in modo equilibrato. Tanto nessuno vuole riprendersi Fiume, non faremo un’altra marcia». Anche se Guerri confessa che il suo sogno sarebbe di entrare a Fiume con la Fiat T4 con cui arrivò trionfalmente D’Annunzio, magari accolto dalle rose rosse di Keller. Intanto, per il 2019 è da anni che si preparano alacremente mostre, conferenze, libri. Solo nel 2017 sono usciti 70 libri su D’Annunzio e sul Vittoriale. Segno che il Vate, il Comandante, vive ancora in tanti italiani e quel passato non è così tanto passato. 

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