Vita da Arbiter

Una città per vivere

Nell’era delle megalopoli e della vita virtuale, dovere dell’architetto è ripensare i principi dell’esistenza. E trasformare lo spazio in occasione di incontro reale. Guardando alle utopie dei maestri del passato. Leonardo da Vinci, per esempio…

Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati». Progettare una città per dare forma, magari duratura, ai desideri di chi vi abita. Arriva scartabellando Le Città Invisibili di Italo Calvino lo spunto per affrontare con Hani Rashid, uno dei più visionari e aperti architetti e city planner del presente, un tema chiave della contemporaneità: tra migrazioni che modificano culture e prospettive, aree del mondo dove la demografia è in crescita esplosiva, realtà, come per esempio l’Italia, dove invece l’obsolescenza strutturale e umana sembra inarrestabile, che cosa significa progettare una città? E cosa significa farlo in un presente sempre più connesso, nel quale le piazze virtuali hanno assorbito quella vita che prima si esprimeva in luoghi fisici, dando loro valore e significato? «La città è un organismo, non è mai un elemento a sé stante, ma è un qualcosa che vive. Anzi, che convive con le persone che la abitano, che la frequentano, che la attraversano. Per questo, da sempre, l’architettura è dare risposta a una condizione umana. L’architetto, prima di essere bravo a disegnare palazzi, o città, deve essere sensibile e perspicace nel comprendere le persone, quelle di oggi e soprattutto quelle di domani, se vuole davvero dare risposte all’umanità», esordisce Rashid, origini egiziane (è nato al Cairo nel 1958), cresciuto in Canada e oggi basato a New York, dove nel 1989 insieme a Lise Anne Couture ha fondato lo studio Asymptote Architecture, dove progetta di tutto, da masterplan urbani all’interior design, sempre con una vena fortemente visionaria e un innesto decisivo di nuove tecnologie, su tutte la realtà virtuale.

«La tecnologia ormai pervasiva, i progressi dell’intelligenza artificiale, della robotica, della realtà aumentata, sono tutti elementi che stanno cambiando in maniera profonda la psicologia delle persone, l’antropologia, le comunità umane», continua Rashid. «Per questo, prima ancora di applicare le tecnologie alla progettazione, o pensare a cosa sia una “smart city”, bisogna capire a fondo come le tecnologie stanno cambiando l’uomo, la sua vita quotidiana, il suo relazionarsi con gli altri, la sua idea di presente e di futuro, i suoi desideri. L’esperienza quotidiana ci dice che la presenza costante di tecnologia a uso individuale sta erodendo il concetto di comunità. Il mio ragionamento sulla città parte da due elementi. Il primo è esperienziale: nonostante stiano ore e ore sui social, le persone sono sempre più sole. Il secondo è un dato statistico: l’inurbamento sarà la tendenza sempre più spinta dei prossimi 10-15 anni. Entro questo arco di tempo, il 75% delle persone, a tutte le latitudini, vivrà in una città. Una cosa scontata per un italiano, perché voi vivete in una società urbanizzata ormai da secoli. Ma se pensiamo all’Asia, alla Cina, all’Africa, questo processo assume una dimensione diversa. Parliamo di città da 50, da 100 milioni di abitanti. Cosa significa progettare una città dove 100 milioni di persone possano vivere... da persone?».

Eccolo affiorare quel riferimento continuo al «desiderio» che Calvino poneva al centro dell’idea di città. Ed ecco che, nella visione di Rashid, la città non è più luogo dello spaesamento, della solitudine, della disumanizzazione. Ma anzi un antidoto a questo richiudersi in se stessi che ci ha contagiato. Uno spazio all’interno del quale l’uomo torna a poter esprimere la propria natura di animale sociale, dove le relazioni di comunità ritornano a essere il senso e la direzione della vita. Dove la giornata non continua a essere una maratona senza senso fatta di traffico-ufficio-traffico-sonno (poco). Progettare una smart city, una città dell’oggi aperta sul futuro, significa rimettere la tecnologia al servizio della vita, e non il viceversa. «C’è bisogno di mettere in relazione le persone, dobbiamo tornare a ragionare sul valore degli spazi pubblici, delle piazze, dei parchi. L’aggregazione migliora l’umanità. L’uomo è un essere sociale e oggi c’è troppa solitudine. La solitudine è innaturale». È chiaro, considerando questa prospettiva e mettendola in relazione con il processo di inurbamento tradotto in cifre da Rashid, che le città del prossimo futuro dovranno essere città necessariamente smart, ovvero semplici, fluide, connesse, perché la convivenza sia possibile, perché l’impatto ambientale sia sostenibile, il sistema della viabilità e dei trasporti gestibile. Altrimenti mega agglomerati del genere finiscono per collassare su se stessi nel giro di poche settimane. «Sono due i temi principali da affrontare», conferma l’architetto, «l’efficienza energetica degli edifici e la mobilità. Si tratta dei due elementi che condizionano maggiormente la qualità complessiva dell’ambiente e la qualità della vita. Rispetto all’efficientamento degli edifici, le tecnologie ci sono, sono molto evolute e sono già diffusamente applicate, almeno nelle città e negli edifici di nuova concezione».

Nuove sfide che chiamano anche la professione dell’architetto a un radicale cambiamento. Un cambiamento di approccio, che parte da un passo indietro rispetto al protagonismo esagerato delle cosiddette archistar. «La progettazione è oggi più che mai un tema multidisciplinare, che chiama in causa professionisti e specialisti con le competenze più diverse. È così in architettura, ma è così, oggi, anche nella medicina, nell’industria automobilistica, nei media. L’estrema competenza in una singola specialità non serve e non basta più: il neurochirurgo ha bisogno di avere in staff un fisico esperto nella dinamica dei fluidi, un ingegnere esperto nei nuovi materiali. E così è per l’architetto. Condividere e mettere in circolo e in relazione competenze diverse, è un qualcosa di stimolante dal punto di vista professionale, oltre che utile ai fini del proprio lavoro. Oggi il compito dell’architetto non è disegnare un palazzo, o un quartiere. È saper riunire un team di esperti di diverse competenze che lavorino insieme alla progettazione. L’architetto è più un direttore d’orchestra che un violino solista. Più che nel sostantivo, “architetto”, io infatti mi riconosco nel verbo, “architettare”».

Coordinare, delegare le tecnicalità, vuol dire anche, per un architetto, ritornare a fare quello che è il suo vero mestiere: immaginare. Anche a rischio di sfiorare l’utopia. Per reggere allo stress demografico, ma soprattutto per tornare ad avere luoghi che diano spazio ai desideri, «le città del futuro richiederanno una concezione radicalmente nuova: un’infrastruttura multilivello, saranno città a strati», dice convinto Rashid. «Al livello inferiore, sottoterra, circolerà tutto “l’hardware” della città: la logistica, gli approvvigionamenti, per quanto possibile la mobilità, ma anche gli scarichi. In questo modo si potrà decongestionare il livello superiore, che andrà destinato il più possibile alla vita, alle relazioni, che sono il “software” della città».

Mentre Rashid parla il pensiero corre immediatamente, procedendo per immagini, ai disegni di Leonardo da Vinci, che già a fine ’400, sei secoli prima dell’avvento del chip e del concetto di smart, già aveva vergato sulle carte dei suoi Codici progetti urbanistici per una città a tre piani, dove al piano inferiore scorrevano carri e merci, sfruttando il più possibile vie d’acqua sotterranee che rendevano tali trasporti praticamente a impatto zero, mentre a quelli superiori i gentiluomini si dilettavano in passeggiate e svaghi senza ingombri e senza caos. Quella città ideale era la Milano che Leonardo immaginava, che propose all’allora duca Ludovico il Moro, ma che rimase lettera morta. «Aveva ragione Leonardo, dunque?», viene da chiedere, ponendo le idee dell’architetto in sfida diretta con un illustre maestro del passato. «Esatto. Aveva ragione Leonardo, e in generale sempre gli architetti che hanno lavorato non guardando semplicemente al presente, ma spingendosi nel campo dell’utopia, hanno intravisto qualcosa che avrebbe dato risposte a esigenze future», risponde Rashid. «Pensiamo a Le Corbusier e alla sua idea di progettare grandi condomìni-città che provvedessero a tutte le esigenze di vita dei condòmini, dall’asilo per i bambini all’intrattenimento. Oppure ai concetti di città espressi dalle avanguardie italiane degli anni 60, da Andrea Branzi e da Archizoom, quando si immaginava come le nuove tecnologie che allora si intravedevano appena avrebbero permesso di realizzare progetti fino ad allora utopici. Sembrava follia, allora, oggi quella “follia” la ritroviamo nella nostra quotidianità. Nel mio mestiere, avere l’umiltà di guardare indietro è importante tanto quanto saper guardare avanti. Bisogna possedere le nuove tecnologie, ma anche la storia: non c’è futuro se non hai un passato».

Di Mattia Schieppati

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