Vita da Arbiter

Misteri incompiuti

I fratelli Giacomo e Shara Banzola, inseparabili da sempre, soci dal 1992, sono gli artefici della Calzoleria Giacopelli. Si ispirano alla sezione aurea, puntando a far emergere le linee

Non ricordo come arrivai alla bottega di Giacomo e Shara Banzola, né da quanti anni li conosco. So che sono abbastanza per sentirli e chiamarli amici e non vorrei che ciò possa influenzare la lucidità della mia descrizione. Così proporrò a Giacomo le domande che gli avrebbe fatto il lettore, limitandomi a una nota finale. Giacomo, come sei diventato calzolaio? «La prima cosa che nella vita mi apparve chiara fu che non ero tagliato per lo studio. Preferivo giocare a biliardo o andare in giro con la bici, attività che non giovavano molto alla mia preparazione scolastica. Arrivato alla prima superiore, che è il giro di boa dove bisogna cambiare passo, io non ci riuscii e così venni bocciato. A casa non la presero bene e mio padre tagliò corto. “Vai a lavorare”, fu la sentenza, né io ero interessato a fare appello. I fratelli di mia madre avevano un’impresa edile ed è lì che cominciai a sudarmi la giornata facendo le cose più semplici, ma non per questo meno faticose. La seconda cosa che compresi era che non ero portato nemmeno per i lavori pesanti. I sacchi di cemento, che dovevo trasportare a spalla, pesavano 50 chili. Non me la sentivo di continuare, così chiesi di collaborare con un altro zio, che faceva il ciabattino. Fu lì che capii subito la terza cosa: la vita di bottega era quella che faceva per me. Il laboratorio era fresco e ricco di odori evocativi, il fumo libero, il bar appena alla porta accanto e per di più con una barista prosperosa e simpatica. Sia chiaro che non facevo affatto il lavativo, lavorare con le mani mi piaceva. Peraltro, la paga mi consentiva qualche piccolo sfizio che mi faceva sentire libero e speciale. Avevo solo 16 anni e già vidi la quarta verità: se il lavoro è pane, il piacere è il companatico ideale». Detto così, sembravi destinato a fare la vita del Michelasso, cosa ti ha salvato dalla mediocrità? «Il piacere, che cominciavo a provare sempre più anche nel lavoro. Mi appassionai tanto al mestiere che il mio tempo libero non fu più dedicato solo a svago e amici. Presi a frequentare la bottega di Bruno Allodi, calzolaio così bravo che Olga Berluti gli intitolò un modello. Mio zio, che faceva riparazioni, aveva potuto insegnarmi poco più dell’uso degli attrezzi. Fu sotto la guida di Allodi, il mio primo vero maestro, che presi dimestichezza coi materiali e acquisii le basi della lavorazione. Quando compii 18 anni e fui regolarmente assunto, dovetti partire per il servizio di leva. Venni congedato in anticipo per la morte di papà e nel 1992, diventato grande e militesente mio malgrado, aprii una mia bottega. Dopo sei mesi volle provarci anche mia sorella Shara, che dimostrò subito di avere tutta la stoffa necessaria e anche di più. Eravamo già inseparabili, da allora siamo anche soci. Il lavoro non mancava, ma la nostra formazione non era completa. Nella ricerca di un altro maestro incontrai Ugo Giacopelli, famoso per le scarpe su misura da donna. In qualche modo mi adottò come successore e nel 1997 ne rilevai i locali, dove servivamo la clientela femminile. Per gratitudine verso la persona che mi aveva dato tanto, all’attività ho lasciato il suo nome. Nel 2001 cedemmo la prima bottega e mantenemmo solo la boutique per signora, dove però prendemmo presto coscienza di un nuovo fenomeno. Mi fu tutto chiaro il giorno in cui una cliente mi chiese di replicare delle scarpe di Prada col tacco 12 che le davano il tormento, esigendo la comodità di quelle che aveva ordinato sino ad allora, con tacco 7. Le dissi che non era possibile, che non basta farla su misura perché una scarpa così alta si possa calzare a lungo senza problemi. Capii che situazioni simili si sarebbero ripresentate, come anche che chi subiva le sofferenze imposte da un sandalo griffato non le avrebbe perdonate anche a noi. Almeno in questo campo, il glamour che la donna del XXI secolo aveva scelto non si conciliava col comfort e in generale col vero artigianato. Era tempo che trovassimo il nostro posto nel mondo maschile, dove la scarpa classica rappresenta una nicchia inattaccabile dalla moda e in cui ci sarà sempre spazio per tutti coloro che hanno buone idee e buona volontà. Shara prese a frequentare la scuola da modellista e quando rientrò decidemmo di non prendere più nuova clientela femminile, se non per modelli maschili o stivali».

Non sarà stato facile, o sbaglio? «Anche se il cambio di rotta avviò un duro periodo di transizione, seguimmo la nostra stella. Eravamo abbastanza giovani da prendere le difficoltà con allegria, se non con incoscienza, e sufficientemente preparati da sapere che ce l’avremmo fatta. Piuttosto, man mano che avevo modo di vedere da vicino capolavori del presente e del passato, mi accorsi che avevo nuovamente bisogno di crescere. Sono andato ancora una volta alla ricerca di maestri e ne ho trovati due. Dal 2003 al 2008 ho frequentato a Milano Mario Orio, erede del sapere di altre due generazioni di artigiani. Si era già ritirato e quindi mi riceveva a casa, dove mi concedeva dettagliati commenti su ogni questione gli sottoponessi. Il senso dell’equilibrio e della composizione li devo a lui, che inoltre mi presentò due collaboratori che mi mostrarono alcune sue lavorazioni. Intanto andavo a trovare a Venezia il geniale Rolando Segalin, che mi introdusse al misterioso concetto dell’incompiuto. Era convinto che un oggetto sia intrigante, oltre che bello, se lascia intervenire la fantasia dell’osservatore. Deve mancargli qualcosa che chi ha occhio scoprirà, immedesimandosi nel momento creativo. Grazie a tali insegnamenti cominciai a far emergere le linee riducendo le decorazioni e nascondendo il peso del lavoro, anche dei virtuosismi della cui appariscenza in passato sarei stato fiero».

E dai clienti cosa hai imparato? «Non sono stati solo Allodi, Giacopelli, Orio e Segalin a cambiarmi la vita. Tra i miei maestri annovero anche tre grandi clienti. Il primo è stato Lorenzo De Negri, la cui sensibilità e sicurezza estetica mi hanno fatto capire la relazione tra materiali e fogge, delle parti tra di loro e tra le parti e il tutto. Come se non bastasse, mi ha messo a disposizione la sua scarpiera, ricca di capolavori di Gatto e Laudadio. Il secondo è stato il basso baritono Carlo Striuli, uomo coltissimo dalla personalità debordante, che in interminabili giornate trascorse insieme nella sartoria del comune amico Franco Puppato mi ha rivelato il ruolo della proporzione aurea. Da allora Shara e io lavoriamo alla messa a punto di una serie di modelli interamente basati sul rapporto aureo, che siamo quasi pronti a proporre. Il terzo è stato un certo Giancarlo Maresca, colui che un giorno mi disse: “L’artigiano comincia a crescere quando smette di voler inventare. Diventa creatore quando smette di voler essere creativo”. Non avevo mai conosciuto una persona in grado di cogliere dettagli così piccoli e dare a ciascuno un significato. Mi ha spiegato come e perché una variazione di decimi di millimetro in un’impuntura cambia il registro espressivo della scarpa, mi hai fatto vedere che la scarpa è un’arena dove si combattono forze inconciliabili». Ringrazio Giacomo e Shara per il loro generoso commento, che riporto per cronaca e non per vanità. I maestri sono loro, e credo che ora li conosciate un po’ anche voi. Il loro laboratorio è come una vigna, vi si lavora per produrre qualcosa la cui sola esistenza è un balsamo per l’umanità. Se amate le scarpe e pensate di poter imparare o insegnare qualcosa in merito, andate a trovarli.

di Giancarlo Maresca

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