Vita da Arbiter

Guardare oltre

Dalla passione per il tiro a volo alla lotta contro la dislessia. Da traversi e staccate sfidando il tempo, all’amore infinito per la sua Helen. Jackie Stewart: da 70 anni un Uomo in gara con la vita

Se Jackie Stewart non fosse diventato un pilota, avrebbe potuto fare lo scalatore, tante sono state le montagne che ha dovuto superare nel corso della sua vita. Ha cominciato a nove anni e non ha ancora finito adesso che ne deve compiere 79. Settant’anni di sfide, di battaglie, di missioni con lo sport sullo sfondo, perché ormai la sua ultima gara in Formula 1 è lontana 45 anni. Era il 7 ottobre del 1973, quando in Canada disse stop. Aveva corso 99 gran premi vincendone 27 e conquistando tre titoli mondiali: nove stagioni in tutto in F1. I suoi amici, i suoi compagni di avventura, i suoi avversari, non c’erano più. Erano volati via perché a quei tempi la Formula 1 ammazzava i suoi eroi. Jackie è un sopravvissuto, durante i suoi 11 anni di carriera (nove in F1), 57 piloti non sono tornati casa. Non può organizzare una serata di ricordi attorno al camino, resterebbe da solo. Piers Courage, Jochen Rindt, François Cévert, Graham Hill non ci sono più da allora. Ma Jackie Stewart non lasciò per paura. Lasciò per coraggio. Non aveva paura di morire come i suoi amici. Aveva piuttosto il coraggio di vivere senza più indossare un casco e una tuta. Qualcosa che tanti suoi colleghi, anche di altri sport, non hanno avuto al momento giusto. «è bello essere stato un campione. Penso di voler essere ancora un campione in ogni cosa che faccio: è una sfida continua», ripete sempre. E anche quando divenne costruttore con il suo team in Formula 1 riuscì nell’impresa di non perderci una sterlina, vincendo pure il Gp d’Europa del 1999 con Herbert: «Il programma era partito con un milione di sterline messo di tasca mia. Poi, dopo 36 mesi, ho venduto tutto il team alla Jaguar per 135 milioni». Non male. Tanto per spiegare il suo fiuto per gli affari. Confermato dal racconto del suo primo contratto da pilota: «Ken Tyrrell mi offrì 10mila sterline all’anno, una somma enorme per l’epoca, ma in cambio mi chiese il 10% dei miei premi per i successivi 10 anni. Io gli risposi: e se mi tengo io i premi? Allora ti pagherei solo 5 sterline. Ci pensai su quella sera. Ne discussi con Helen, poi telefonai a Ken: Mister Tyrrell, accetto l’offerta da 5 pounds». 

Ma la vita di Jackie Stewart, scozzese nell’anima, con il tartan di famiglia sempre addosso, diventato Sir per meriti sportivi, è una vita coraggiosa. Non è mai stato in guerra, ma ha dovuto combattere fin da bambino. Da quando a nove anni la maestra lo convocò alla cattedra chiedendogli di leggere la pagina di un libro. Il piccolo John Young Stewart non riusciva a distinguere una sola parola su quel foglio. Per lui era un’accozzaglia d’inchiostro senza senso. La maestra lo cacciò al suo posto, i compagni incominciarono a pensare che fosse stupido, lui stesso credette di non essere all’altezza, di non poter stare a scuola. La lasciò presto finendo a lavorare nell’officina con distributore di benzina del papà. Non riusciva a leggere. Non distingueva le lettere. Solo a 41 anni capì che non era stupido, ma dislessico. Lo scoprì quando a suo figlio Mark capitò la stessa cosa. Solo che i tempi erano cambiati, nel collegio svizzero dove studiava conoscevano i test a cui sottoporre un bambino con dei problemi di apprendimento. La diagnosi fu chiara: dislessia. Un disturbo che può essere ereditario. Jackie Stewart si sottopose immediatamente allo stesso esame, si impegnò a fondo per far conoscere la malattia e raccogliere fondi per studiarla e combatterla. L’uomo che ancora oggi è uno dei migliori testimonial pubblicitari per grandi aziende come Rolex, Ford, Heineken in realtà non sa andare oltre la P quando recita l’alfabeto e non è in grado di usare un iPhone perché sulla tastiera non distingue neppure le lettere del suo cognome. «Come faccio quando giro uno spot o tengo un discorso? Mi preparo. Pensate che ricordo ancora parola per parola il primo spot che girai per le Ferrovie…». Non sapendo né leggere né scrivere, Jackie Stewart è stato uno dei piloti che si sono meglio gestiti la carriera e soprattutto il dopo carriera. Anche Winston Churchill era dislessico, eppure i suoi discorsi sono ancora nella storia. «Quando un dislessico trova una cosa che riesce a far bene, si impegna ossessivamente per risultare il migliore di tutti. Mi sento sempre inadeguato quando devo avere a che fare con le parole. Ma questo mi porta a impegnarmi sempre di più, a curare ogni dettaglio. Ho sviluppato una memoria fotografica incredibile: ricordo esattamente ogni curva e ogni punto di frenata di ogni circuito, anche del vecchio Nürburgring», spiega Jackie. Forza di volontà, impegno, intelligenza. Le stesse armi sfruttate da Jackie Stewart, uno abituato a vedere oltre. Come quando fu il primo a impegnarsi per la sicurezza in pista dopo il terribile incidente che gli capitò a Spa nel 1966. «è inaccettabile morire perché ci si schianta contro un albero che si trova lì per caso». Se la Formula 1 ha cominciato a prestare attenzione ai suoi eroi, a lavorare per salvare gli uomini, lo deve soprattutto alle battaglie di questo scozzese che portava i capelli lunghi come i Beatles o George Best, come i ribelli di quegli anni, ma che in testa aveva rivoluzioni concrete. Anche così si diventa e poi si resta campioni. «A un certo punto della mia carriera mi sono reso conto che se avessi eliminato le emozioni avrei avuto meno probabilità di commettere errori». Una lezione imparata quando si dedicò al tiro a volo da ragazzo, seguendo una delle passioni del padre. Era così bravo che nel 1960 sfiorò la convocazione per le Olimpiadi di Roma. Non andarci fu una delusione. Che poi divenne motivazione per la carriera che stava incominciando: quella di pilota. «Con il tiro a volo imparai i primi rudimenti di gestione della mente. Nel tiro se manchi un bersaglio non recuperi più il punto perso. Quando ho cominciato a correre a 23 anni ho capito che era lo stesso in gara. Se commettevi un piccolo errore eri perso. Ogni curva, ogni giro dovevano essere perfetti». 

A casa sua Jackie ha le raccolte dei giornali specializzati dell’epoca, quelli dove erano riportati i tempi sul giro di ogni pilota in ogni gara. Li ha usati spesso per dar lezione ai giovani piloti: «Guardate come erano praticamente identici i miei giri. Per riuscirci bastava stare sempre un pelo sotto il limite…». La sua autobiografia è intitolata Winning is not enough, vincere non è abbastanza. è la summa della sua filosofia di vita. Vincere non gli è mai bastato. Per vivere ha sempre avuto bisogno di altro. Anche perché le montagne da scalare non finiscono mai. Come quella (vinta) contro il cancro al colon di suo figlio Mark. O quella tuttora in corso contro la demenza senile che ha colpito sua moglie Helen, l’amore della sua vita. Per provare a scalare anche quest’ultimo ottomila, Sir Jackie ha fondato una charity, Race against dementia. «La mia logica è basata su una frase che ho sentito spesso ripetere da John Lennon: non esistono problemi, ma solo soluzioni». Un’altra lezione. E forse la spiegazione del perché dietro a un grande pilota, a un grande sportivo, c’è quasi sempre anche un grande uomo

di UMBERTO ZAPELLONI

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