Vita da Arbiter

Modelli di giustizia

Dalla toga candida dei senatori romani alla barba sfatta di Antonio Di Pietro: la liturgia del tribunale, compito etico per eccellenza, richiederebbe ai suoi «sacerdoti» un dovere estetico. Abbiamo indagato con magistrati e avvocati quanto l’eleganza sia segno di ordine morale

Uno strappo osceno come una ferita. Immagini che fanno male per chi ancora crede che la giustizia porti con sé la scintilla del divino. Flash di un degrado che mette a soqquadro il nostro galateo istituzionale. Il pubblico ministero che discute di ergastoli al processo Mafia capitale, un capitolo di malaffare che ha fatto il giro del mondo, indossando la felpa e sgranocchiando cracker. La magistrata che riceve nel suo ufficio mostrando un look da casalinga nemmeno di Voghera e al cui disastroso abbigliamento manca solo la cuffia d’ordinanza delle nostre nonne. Il giudice che si presenta in udienza calzando jeans sdruciti e un mortificante paio di pantofole, come se il tribunale fosse solo una modesta appendice della sua camera da letto. E poi avvocati, qui ci limitiamo a declinare il genere maschile, dalle tenute improbabili, quasi partecipassero a un safari o a una festa, e non a un rito collettivo. Punture di spillo quotidiane e dolorose per chi osserva un mondo che dovrebbe trasudare compostezza e invece ha perso la sua cifra: una realtà in cui ciascuno è estraneo all’altro e l’io prevale sul noi. «Cominciò tutto con le sceneggiate di Antonio Di Pietro», è la requisitoria di Domenico Aiello, uno dei più affermati penalisti di rito ambrosiano, «che entrava in aula o addirittura guardava le telecamere e l’obiettivo dei fotografi con la barba sfatta. Lui, che era il pm più noto d’Italia, prendeva al volo una cravatta a prestito, infilava in extremis una giacca, acchiappava da una mano gentile la toga, come se non avesse tempo per dettagli considerati leziosi». Naturalmente tanti altri fattori, oltre al Tonino nazionale, hanno giocato in questa gara al ribasso in cui si è andato smarrendo il senso di appartenenza a una comunità e la consapevolezza del partecipare a una liturgia. Sì, il vocabolo per quanto desueto dovrebbe essere un monito insuperabile e una guida ferrea al mattino, al momento di pescare nel guardaroba la soluzione di giornata. «Io», insiste Aiello, «mi vesto con eleganza. Rispetto ovviamente la grammatica minima della professione: i completi devono essere blu e blu anche le cravatte. Questo perché io accompagno e gestisco le angosce dei miei clienti, persone che talvolta arrivano in manette e vivono in bilico fra la prospettiva del carcere e l’aspettativa della libertà. A questi uomini e a queste donne io devo trasmettere un messaggio di sobrietà, la mia presenza non deve essere eccessiva, non dev’essere vistosa, non può restare indifferente».

«Il tribunale», ribadisce Gian Piero Biancolella, uno dei maestri del diritto penale societario, «è in realtà un luogo di sofferenza e un abbigliamento consono costituisce una forma di rispetto per chi si trova nella tempesta. Può esserci», concede il professionista, «un buon giudice in pullover o un buon avvocato abbigliato informalmente. Ma per la funzione rivestita da entrambi, il rispetto della sobrietà se non dell’eleganza è ancora oggi a mio parere un obbligo». Che come troppe regole di questo Paese, scritte o solo supposte, sembra fatto apposta per essere calpestato. Oggi la liturgia è una messa talvolta urlata come a un concerto rock, o dimessa fino alla vergogna di un negozietto senza pretese o, ancora, esposta alla cafonaggine come in un cinepanettone natalizio. La rottura dell’etichetta diventa una profanazione al tempio della legalità e semina, nell’apparente disinvoltura generale e trasversale come una falsa fratellanza, i germi del dubbio, dell’inquietudine, del disagio se non del rancore. Jacopo Pensa, altra colonna dell’avvocatura ambrosiana, racconta un apologo assai istruttivo: «Un giorno, un mio cliente, entrato in aula, squadrò allarmato il giudice e mi domandò, sempre più in ansia: “Ma io devo essere giudicato da un tizio del genere?”. Il tizio di cui sopra aveva barba lunga, jeans stropicciati, scarpacce da tennis, un maglione logoro, anzi sfilacciato e, già che c’era, pure una sciarpa non proprio sfolgorante intorno al collo. Alla fine il mio assistito fu condannato a una pena che in realtà avevo ritenuto giusta ed equa, ma lui avrà sempre conservato l’idea di essere stato giudicato da un nemico sociale. Se il giudice avesse avuto giacca e cravatta, la condanna gli sarebbe parsa più accettabile e autorevole».

Rimpianti. Sospetti. Retropensieri. Non si tratta di rispolverare il vecchio adagio «l’abito fa il monaco», ma di non disperdere un patrimonio bimillenario di civiltà.  «Nell’antica Roma», ricorda Aiello, «l’aspirante senatore seguiva un percorso preciso, dalle terme al Senato, indossando la toga candida. Era il “candidato”. E chi lo riteneva indegno si avvicinava e gliela sporcava con una manata di fango». Oggi c’è una caduta di stile che lascia esterrefatti. Ancora più marcata sul versante della magistratura. «Una volta», sottolinea Aiello distillando gocce di sarcasmo, «i magistrati si confondevano per eleganza con gli avvocati, ora non corrono più questo rischio. Ho accompagnato un prefetto all’appuntamento con un pm, uno dei più noti d’Italia, che l’aveva indagato e lo aspettava per l’interrogatorio. Abbiamo bussato, siamo entrati. Lui era seduto al computer, ci dava le spalle, non si è mosso, non ha neanche accennato un saluto. In compenso, sotto il gomito, si apriva nel trasandatissimo maglione un buco grande come un uovo». Sconfortante. Come l’episodio vissuto da Pensa: «Un magistrato, uno che ha una certa notorietà, mi ha dato un passaggio in macchina. Guidava senza scarpe e alla mia sorpresa ha risposto cosi: “Amico, sai quante suole consumerei se dovessi mettere le scarpe lungo tutto il tragitto in cui sono alla guida?”. Rimasi basito». Orizzonte stretto. Ideologia del potere. La convinzione che il look sia solo un complemento accessorio, anzi un nemico da combattere o almeno ignorare in una scala virtuosa delle priorità. Cascami di vecchie dottrine, magari intinte nel rosso, che prevedono il divorzio fra l’etica e l’estetica. C’è di tutto nel declino dei cataloghi prêt-à-porter dei palazzi di giustizia. Un fatto è sicuro: la classe forense stravince sulla corporazione in toga. «Per lunghi decenni», tira le fila Pensa, «il Petronio del Palazzo milanese, l’arbiter elegantiarum del rito ambrosiano è stato l’avvocato Peppino Lopez, inarrivabile finché ci ha lasciato sulla soglia dei cent’anni: portava sontuosi cappelli di Astrakan e gloriosi Borsalino vecchia maniera, faceva ruotare 200 paia di scarpe, tutte di rettile, offriva un fiore all’occhiello, diverso ogni giorno». Imbattibile. 

Come Mario Colasurdo, uomo di legge senza definizioni perché quella di avvocato d’affari gli va stretta, che ha affrontato una manciata di cause, forse pure meno, nella sua carriera, e non mette piede in tribunale da anni, ma ha trasformato il suo successo in un biglietto da visita: riceve ministri, industriali, personalità, in particolare dalla Russia di Putin, nella sua sontuosa dimora. Siamo nel cuore di Milano, dalle parti di via Torino, in un edificio che ironia della storia fu nell’800 quartier generale di un serial killer, e chi sale quelle scale, fra busti, affreschi e soffitti a cassettoni, ha l’impressione di entrare in un piccolo palazzo di giustizia ideale: maestoso e austero, dai grandi spazi e dai profondi silenzi. Poi improvvisamente accogliente, quasi familiare e in sintonia con le aspettative di chi intuisce che il diritto non è solo la routine macinata nei piccoli studi a schiera, venuti su come funghi, ma un tratto di civiltà, una pagina di galateo, un’espressione della creatività italiana. Rarità da museo. Ci sono giudici che sfuggono per fortuna alla deriva generale: sempre a Milano Eugenio Fusco, appena promosso procuratore aggiunto dopo aver condotto inchieste delicatissime, dal crac Parmalat all’omicidio dell’ex calciatore trucidato solo qualche settimana fa e sigillato in un bidone per essere sciolto, predilige i completi sartoriali: prima a Chieti, la sua città di origine, nella bottega di Pio Marinucci, ora nella metropoli lombarda. 

Stesso spartito per Luca Poniz, uno dei volti più conosciuti di Magistratura democratica, pm a Milano ed ex vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati: «Lo stile è l’abito dei pensieri, e un pensiero ben vestito, come un uomo ben vestito, si presenta molto meglio». Insomma, «lo stile è forma, ma in certi luoghi, e in certi ambiti, è sostanza. Io credo che lo stile dei magistrati sia una parte importante del loro essere, o essere percepiti, come simboli della peculiare funzione che svolgono. Naturalmente, ognuno deve poter interpretare liberamente il codice dello stile, a seconda del gusto personale e di tante variabili facilmente intuibili. Quel che è inaccettabile, perché rischia di contraddire la percezione dello stesso simbolo, è la trascuratezza che talvolta si nota: abbigliamenti inadatti, assenza di cravatta, persino magliette e scarpe ginniche in udienza. Un magistrato dev’essere magistrato anche nel modo di vestire». Purtroppo le sentinelle del buongusto sono merce sempre più rara. Al di là delle generalizzazioni, la toga diventa solo un orpello burocratico, quasi l’ingombrante apparizione di un passato testardo che non se ne vuole andare. Questioni di stile ma anche di geografia. Sì, pure la geografia giudiziaria è sottosopra. Una volta l’uomo di legge si avvicinava a un crocchio di toghe e sapeva a chi chiedere: la cordoniera rossa indicava il cancelliere. Oggi il cancelliere la toga l’ha buttata in cantina; lo Stato non la passa e spendere 200-300 euro diventa un lusso di cui le giovani generazioni fanno a meno. Salta un altro tassello del mosaico, salta un altro segnale di riconoscibilità dentro un percorso sempre più confuso. Anche se non mancano segnali in controtendenza, come la circolare dell’allora presidente della Corte d’appello di Milano, Giovanni Canzio, del 2014. La disposizione, preceduta da altre analoghe a Roma e Torino, impone anche nei processi civili la toga e il bavaglino. «Condivido in pieno», rilancia Biancolella, «il bavaglino, la cravatta bianca inamidata, completa la toga. Anche se molti non si attengono alla prescrizione». Ridotte a grida manzoniane. 

Di più, il viaggio nei lunghi corridoi che suggeriscono prospettive dechirichiane, può trasformarsi in una successione di sorprese (eufemismo) sgradevoli. In un gioco delle parti dove le parti vanno ciascuna per conto proprio. «Ormai ti può accadere di tutto», chiosa Pensa, «persino che il babelico clima generale porti a uno spiacevole equivoco. L’ho verificato con i miei occhi nel corso di un dibattimento con imputati di ’ndrangheta. In mezzo al pubblico c’era un ragazzotto che indossava una maglia bianca su cui campeggiava la scritta “Mascalzone latino”. Dopo qualche minuto si è percepita nell’aula una crescente agitazione. Sguardi tesi. Movimenti fra i carabinieri. Frasi sussurrate da un orecchio all’ altro. Noi difensori davamo le spalle alla piccola folla assiepata in fondo al salone e non capivamo. Poi io mi sono voltato e ho intuito. Allora ho informato il presidente, spiegandogli che c’era un’imbarcazione in corsa all’America’s Cup con quel nome. Sulla sua faccia è affiorato l’imbarazzo, ma per non fare una figuraccia, dopo un attimo di esitazione, si è rivolto a un militare e gli ha detto: “Beh, identifichi quel signore lo stesso”». Così la sacralità evapora fra sviste, cadute di tono, cicche masticate e talvolta esibite con maleducazione. E le forme della liturgia, dentro quell’ansimante catena di montaggio che macina milioni di fascicoli da Milano a Roma e da Udine a Palermo, scolorano in tic quasi comici. Esperienza personale da vecchio cronista di giudiziaria. Salone formato aeroportuale delle direttissime: mi trovo solo con il giudice. Lei è a capo chino, sembra assorta, forse in meditazione. Provo: «Scusi». Alza furente lo sguardo: «Non vede che sono in Camera di consiglio?». Mi cospargo il capo di cenere, attendo paziente qualche minuto in quella situazione surreale. Poi lei riallinea la faccia con l’asse terrestre. Il conclave è finito. 

La foschia diventa un polverone nelle stanze sature di umanità del civile. Qui il testimone che non sia più che scafato perde anche l’ultima bussola. Il più delle volte supera la porta spalancata, avanza intimidito fra urla e schiamazzi, infine punta su quel signore che sta seduto, intento a scrivere: «Scusi giudice, posso disturbarla?». «Ma io sono il cancelliere, il magistrato è quello là», risponde. E la liturgia ormai spogliata come un albero d’inverno si arrende agli strepiti del suq.

di Stefano Zurlo- foto di Fredi Marcarini

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