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Vita da Arbiter

Non ho l’età

La vecchiaia come risorsa e non come problema. Una mostra fotografica racconta, con forza e con sensibilità, il mondo degli «anziani attivi»

Chiesero ad Albert Einstein: quando si diventa vecchi? Rispose: «Quando i ricordi superano i sogni». Nel 2050 oltre 20 milioni di italiani avranno più di 65 anni; il 15% più di 80. Ancora. Nel 2020, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli over 65 saranno più dei bambini di età inferiore ai cinque anni. Non sono solo numeri. Sono la fotografia di una realtà con cui tutti siamo chiamati a fare i conti. Perché «i vecchi», parola bellissima ma sempre più politicamente scorretta, non saranno più quella cosa da sopportare e appena possibile da chiudere in una casa di riposo. Non più elemento marginale rispetto a una società rampante, giovane, orientata al futuro. Ma attori di un presente che, con l’allungarsi dell’aspettativa di vita, diventa sempre più esteso. Siamo di fronte al fenomeno nuovo della «vecchiaia di massa», così la definisce Carlo Vergani, geriatra, fondatore del Centro geriatrico del Policlinico di Milano e autore con il giornalista Giangiacomo Schiavi di Non ho l’età. Storie, scienza e speranze della nuova longevità (edito da Centauria): «non più un “problema”, ma una condizione dell’esistenza». Se la sfida della medicina, della scienza, della società nel suo complesso, fino a ora è stata quella di vivere a lungo, adesso l’asticella si è alzata: «Ora l’obiettivo è vivere meglio», spiega Vergani, «trovare le ragioni per farlo, essere messi nelle condizioni di poterlo fare: Non vivere bonum est, sed bene vivere», sottolinea citando Lucio Anneo Seneca, «non contano gli anni, ma la qualità degli anni». La qualità di una vita ancora estremamente attiva per milioni di persone, anagraficamente anziane ma impegnate in ruoli sociali significativi, per esempio all’interno delle reti familiari (pensiamo alla rivalutazione in atto del ruolo dei nonni!), o nelle comunità locali, con giornate piene di relazioni, attività, progetti. Una realtà che Fondazione Farmafactoring ha voluto ritrarre con il progetto La lunga vita. Longevità: nuova fonte di energia, sfociato in una mostra fotografica in corso a Palermo (fino al 18 gennaio) nella chiesa di Maria Santissima Annunziata (detta La Pinta), riaperta al pubblico per l’occasione dopo un lungo restauro. Ritratti di anziani, noti e anonimi, da cui traspare forza e fragilità; immagini affidate all’occhio e alla sensibilità di Costantino Ruspoli, che attraverso un percorso di volti e luoghi ha voluto indagare e rappresentare la longevità attiva. Senza veli, senza infingimenti, con una positività consapevole. Un progetto che mette sotto i riflettori un tema cruciale della contemporaneità: «La società tende a nascondere sotto il tappeto le paure dell’emergenza, e tra esse c’è l’altra faccia della medaglia di questa raggiunta longevità», osserva Vergani. «Un’epoca della vita umana che è fatta di malattie, costi sociali; cresce la popolazione da assistere, diminuisce quella che lavora. Un milione e 600mila persone in Italia non vivono, sopravvivono. Anziani fragili, scomparsi dal radar della società civile, sopraffatti dalla solitudine», dice Vergani. Ma questa è la narrazione più nota, più emergenziale appunto. Quel che il progetto di Farmafactoring propone è la positività di questa età. «La nuova vecchiaia innesca problemi, è vero, ma apre anche prospettive, suscita speranze. Crea un intermezzo in cui non si è più giovani, ma non si è nemmeno vecchi. Un interregno mai esistito prima, che consente di schierare competenze, esperienze, intuizioni, affettività. La società non si può permettere uno spreco di risorse di una simile portata. Contro ogni affrettata rottamazione dell’anziano, si può integrare il nuovo mantenendo il vecchio, facendo della longevità una risorsa, portando l’esperienza a diventare un bene prezioso, un bene relazionale. Questo ha un costo, certo. Ma ogni cosa che ha valore è costosa, esige molto tempo e molta pazienza».

di Mattia Schieppati - foto di Costantino Ruspoli

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