Vita da Arbiter

La disfida del presepe

L’universo delle sacre rappresentazioni a uso domestico si divide tra le Alpi e Napoli. Tra il realismo contadino e quello pregno di simbolismi barocchi del ’600 partenopeo, dove il folklore lascia spazio anche al profano

Sono sempre stato un tipo da presepe anziché da albero di Natale. Forse perché non sopporto gli alberi sintetici, mentre dei pini autentici non reggo la malinconica pioggia di aghi al momento di smantellarli. O forse perché nella mia famiglia avevano rango di culto i Re Magi sovradimensionati modellati dal quotato ceramista Mario Morelli e acquistati da mio nonno ai tempi dei suoi pingui stipendi da collaudatore di aerei all’Isotta Fraschini. In famiglia girava a quell’epoca una foto che ritraeva Mussolini mentre osservava ammirato quei Re Magi a un’esposizione romana, ma dopo l’8 settembre 1943 nonno Mario pensò bene di distruggere quell’immagine... Nonostante gli importanti esemplari in maiolica e in vetro, l’universo delle sacre rappresentazioni a uso domestico si divide fondamentalmente e, forse, un po’ manicheamente tra le Alpi e Napoli. Tra il legno e la terracotta con abiti di stoffa. Tra il realismo contadino e quello pregno di simbolismi barocchi del ’600 partenopeo. Optare per l’uno o per l’altro tipo tradisce l’orientamento sia estetico sia etico delle persone. Per chi punta dritto al nocciolo delle questioni è consigliabile il presepe alpino: «Nella Holzkrippele (in tedesco meridionale, «presepe in legno», ndr) l’attenzione si concentra sul gruppo della Natività ossia su Gesù, la Madonna, Giuseppe, i Magi e la cometa», spiega Thomas Riffeser, alla guida dell’azienda di famiglia Anri, fondata nel 1912 a Selva di Val Gardena. «Un principio, questo, che in certi presepi latinoamericani viene spinto fino a conseguenze surreali, sacrificando le proporzioni per dare risalto alla figura del Bambin Gesù. Quest’ultimo giunge a misurare fino a un metro, mentre la statuina di Maria che gli sta accanto a volte è alta soli 20 cm. I pastori e le altre figure, poi, sono tutti venuti in un secondo tempo...». Gli americani con passaporto Usa, invece, preferiscono gli angeli. È quanto mi rivela sui suoi clienti il napoletano Marco Ferrigno, che con la sua bottega attiva dal 1836 è insieme a Di Virgilio l’artigiano più noto della stranota via San Gregorio Armeno: «La circostanza trova conferma in numerose espressioni della cultura di massa di quel Paese, a partire dal film girato nel 1946 da Frank Capra, La vita è meravigliosa, che negli States viene puntualmente trasmesso nel periodo natalizio». E di angeli, nei presepi napoletani, se ne possono trovare in quantità; così come i diavoli, in ottemperanza a quel principio di simmetria che delle Natività partenopee sembra essere una cifra fondamentale. È infatti la dualità di sacro e profano, di salvazione e perdizione, ad andare in scena nei paesaggi in sughero (cosiddetti scogli) che forniscono l’ambientazione ai presepi dell’Italia meridionale (con l’eccezione di quelli racchiusi dentro campane di vetro, necessariamente circoscritti alla Sacra Famiglia). Qui trovano spazio la grotta di Betlemme e l’osteria dei piaceri mondani, il ponte che mette in contatto le anime dei vivi con quelle dei morti, i personaggi partecipi della Rivelazione e quelli distratti dai commerci terreni, in una pletora di pescivendoli, macellai, venditori di trippa e zampognari che culmina nella figura di Ciccibacco, fin troppo ovvia personificazione con le sue botti di vino e il suo stesso nome dell’elemento pagano-dionisiaco. Non mancano poi le levatrici della Madonna e gli altri personaggi secondari in odore di Vangeli apocrifi, questi ultimi da sempre formidabile serbatoio di spunti per il folklore e le leggende cui assai poco importa dell’ortodossia dottrinale: «Il presepio fa parte di quella religiosità popolare, calda affettuosa, ma che poco ha a che vedere con la religione sulla quale tanti illustri pensatori si sono spaccati la testa», rivela Corrado Augias. Non dimentichiamo poi i Pulcinella, gli Sciò Sciò e i Totò cari all’immaginario partenopeo insieme al ben noto corollario di cuochi stellati, star dello spettacolo e della politica puntualmente aggiunti da Ferrigno e concorrenza alla lista delle dramatis personae. Il giorno in cui ci siamo sentiti, Ferrigno ha ricevuto visite soprattutto di clienti spagnoli: è dalla penisola iberica che il presepe arriva a Napoli per esplodervi nel ’700. Molto spagnola è d’altronde anche l’idea del presepe come theatrum mundi. La stessa fattura delle figure, con la testa in cera o, più spesso, in terracotta, le estremità in legno e le vesti ricamate (Ferrigno utilizza ancora le sete della manifattura borbonica di S. Leucio), guarda alle antiche immagini devozionali che trovano un archetipo nel Bambin Gesù andaluso approdato nel ’600 nella Praga degli Asburgo e ancora oggi custodito presso il convento dei Carmelitani di quella città.

Alla fine forse opterò per il presepe alpino. Un po’ perché essendo figlio di fiumano e avendo vissuto a lungo a Vienna mi identifico più con quell’area. Un po’ perché mi piace l’idea di avere tra le mie quattro pareti sculture realizzate in quella vecchia casa in pietra e mattoni a metà strada tra Selva e Santa Cristina, intagliate nei pini che per tante estati mi hanno fatto ombra. «Utilizziamo diverse essenze lignee», spiega Thomas Riffeser. «Per il formato maggiore (da 15 cm) ricorriamo al pino cembro, legno morbido che invecchia lentamente e i cui anelli di accrescimento risultano pertanto ravvicinati, molto belli a vedersi». Questo è anche il motivo per cui il presepe Anri di dimensioni più importanti viene colorato mediante acquerelli (con l’aggiunta di foglia d’oro e d’argento per personaggi ricchi come i Re Magi), meno coprenti rispetto ai colori a olio. Per le sculture più piccole si adoperano invece legni più duri, per esempio l’acero,«seguendo la stessa logica per cui anche gli stuzzicadenti vengono realizzati con essenze resistenti». Diversamente da Napoli, le figure alpine non paiono aver avuto un’origine strettamente devozionale: «I contadini dei secoli passati avevano due cose in abbondanza durante i lunghi inverni di montagna: tempo e legna. S’impratichirono nell’intagliare giocattoli, ma poi le statuine fecero il loro ingresso nelle cappelle di paese, assumendo a poco a poco la valenza di figure presepiali. Era un’arte adatta a essere prodotta nello spazio privato di una cucina, difficilmente si superavano i 10 cm». Sarà forse per questo che Riffeser suona molto scettico quando gli domando se non avverta la mancanza di un percorso formativo che disciplini gli artigiani del presepe («l’arte non va d’accordo con la regolamentazione»). Un progetto che invece Ferrigno caldeggia, memore di quei tempi in cui l’industria presepiale rappresentava un indotto di rilievo, con schiere di intagliatori, ceroplasti, ceramisti, «animalisti», orefici e sarti specializzati nella produzione di minuterie. La nascita di una scuola di «pastorai» (così la definisce Ferrigno) potrebbe costituire un segnale importante. Forse anche per scongiurare il rischio di dover constatare un giorno sotto i piedi dei pastori e le pance dei buoi del nostro presepe la presenza dissonante dell’etichetta «China».

di Alberto Gerosa

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