Vita da Arbiter

Ridateci il duello

È (l’ultima) via nobile per tornare a essere gentiluomini uscendo dal branco dei «leoni da tastiera». E non è solo una provocazione...

Le radici sono importanti», sentenzia la Santa nel film «La Grande Bellezza». Sarà per questo che da quasi mezzo secolo è in atto una lenta, progressiva, inesorabile distruzione e cancellazione (due fasi consequenziali, di cui la seconda è la più terribile) delle nostre radici. Globalizzazione, abolizione del principio di autorità, secolarizzazione e conseguente perdita di ogni senso del sacro, sesso fine a se stesso (merce liberata sia dal desiderio sia dall’amore, come scrive Zygmunt Bauman, ridotto a funzione meccanica e burattina), teorie trans-genere (o de-genere?)… Un guaio progressivo, perché la funzione delle radici è quella di dare identità. Ci mostrano da dove veniamo. Ci ricordano che siamo parte di entità più grandi, piccoli rivoli in fiumi che partono da lontano e dai quali non possiamo uscire mai totalmente, chiamateli archetipi (Jung) o strutture (de Saussure), o come vi pare. È ancora Bauman a parlare di «sgretolamento del tessuto sociale, che esalta la libertà dell’individuo a scapito della dimensione collettiva». Tale libertà, questo grande imbroglio, è basata su un’apparente assenza di limiti, sul disprezzo del conformismo e della collettività, sul disinteresse per il bene comune. Ma, come insegna Freud, l’Es, basato sul principio di piacere, se non si scontra con il Super io, la coscienza morale, non potrà mai diventare Io, uomo. Es è il bambino, che risponde solo alle stimolazioni più immediate, ai «consigli per gli acquisti». In realtà, si può essere davvero liberi solamente quando le regole sono ferree. Vale per la disciplina militare, ma vale anche per l’arte (tutti gli artisti, anche i più bohémien, esprimono la loro creatività secondo regole fisse e rigorose), per l’amicizia, per l’amore, per la vita tout court. Le radici, dicevamo, formano l’identità, che a sua volta obbedisce a delle regole. L’uomo, intendiamo l’uomo vero, tale identità se la costruisce all’interno di questo percorso. Sia esso un dandy o un samurai o un gentiluomo, i tre archetipi chiave della personalità maschile, è un uomo che obbedisce a un proprio credo, a un codice etico ed estetico. Ed è proprio risalendo (o riscendendo) lungo le radici, sociali e culturali, che possiamo trovare spiegazione alle tante inclinazioni della personalità di cui spesso oggi si è perso l’orizzonte. 

La parola gentiluomo, per esempio, che discende dal francese gentiluomo d’arme, si trova nella nostra lingua già nel 1292 e indica colui che «si comporta in modo cavalleresco e leale». E quant’è anacronistico oggi parlare di gentiluomini? Nei tempi (bui) del popolo (bue) di internet (una delle definizioni più aberranti mai concepite della civiltà occidentale), nei tempi della dittatura del politicamente corretto, degli insulti vir(tu)ali fatti a colpi di tastiera e pseudonimi, già solo l’indossare una cravatta è considerato un’insubordinazione al dis-ordine mondiale. Una ribellione al contrario. Figuriamoci parlare di codici, regole, identità! Oppure, scandalo!, parlare di duello, quello vero intendiamo, uno di fronte all’altro, pronti a giocarsi il tutto per tutto secondo regole d’ingaggio valide e condivise. Un’usanza selvaggia, ci sentiremmo dire dalle persone perbene che ci circondano, roba da tempi andati, espressione di inciviltà. Vuoi mettere difendere l’onore mettendoci sopra come pegno la vita, piuttosto che sparare un post su Facebook ogni mezz’ora, e insultare impunemente il mondo intero? Eppure questo regolamento di conti, permettetemi la frase, è insito in noi, da quando ci siamo rizzati sulle nostre gambe, soltanto che nel corso dei millenni ha saputo farsi strada in esso la codifica, il significato e il significante che poi lo hanno reso così affascinante, e al tempo stesso magnetico e necessario, per l’Homo Sapiens. In breve, il tribunale delle armi prende le sue mosse «razionali» dallo spirito cavalleresco delle origini dell’Europa ed era, nell’età moderna e contemporanea della stessa, declinato in tre forme precise e differenti: il duello per punto d’onore; il duello giudiziario (detto pugna o monomachia); il duello in torneo. Francia, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Germania (tutte riconoscenti all’Italia per la nascita del duello d’onore, di cui ha la paternità unanime non solo per il termine stesso ripreso oltre i confini ma anche per pubblicazioni in merito e risalenti al 500 per esempio) furono nazioni che videro la necessità di avere il duello, di vietarlo o tollerarlo e infine di abolirlo. Più o meno lo stesso excursus, perché questa pratica era altamente pericolosa per lo status quo delle varie sfere sociali; per la sua imprevedibilità cognitiva rispetto alla società stessa del tempo; per la sua capacità di cribrare il coraggio e l’inettitudine umana. Il duello è stato un movimento rivoluzionario che, se fosse sopravvissuto fino a oggi, avrebbe potuto offrire una realtà più consapevole di quella del nostro Zeitgeist.

Torniamo alle radici, allora, e andiamo a fondo di questa inciviltà fatta di spade incrociate all’alba, o di pistole, se preferite (a voi la scelta delle armi!). Secondo il Codice Cavalleresco Italiano di Jacopo Gelli, edito per la prima volta in Italia nel 1887, il gentiluomo è «colui che, per una raffinata sensibilità morale, ritenendo insufficienti alla difesa del proprio onore le disposizioni con cui patrie leggi tutelano l’onore di ogni cittadino, s’impone la rigida osservanza di speciali norme che si chiamano leggi cavalleresche». Questa definizione si legge nel testo più importante, se non il solo, che parli del duello e delle sue regole, più di 500. Se l’onore è il valore più alto da difendere, è logica conseguenza che la posta in gioco sia la più alta possibile: la vita. E, di conseguenza, la difesa dell’onore chiama in causa un’altra virtù dimenticata quando si sta alla tastiera: il coraggio. Quando si incrociano spade o pistole non ci sono scuse: o ci si affronta o si scappa. Il duello è un combattimento (concordato) tra due individui appartenenti alla stessa condizione sociale (fra i militari i duellanti devono essere di pari grado, come ci insegna anche Joseph Conrad nel libro The Duel: A Military Tale, del 1907): si è o impavidi o pavidi. Non c’è pareggio, niente «catenaccio». È per questo che «oggi si preferisce perdere la faccia piuttosto che la vita», come scrive lucidamente Ivano Comi nella seconda parte di Apologia del duello. E aggiunge con sarcasmo: «Bel cambiamento. In peggio però!». Quando ci siamo proposti di editare in Italia, per la prima volta, Apologie du duel di Marcel Boulenger, scritto nel 1914 da questo particolare uomo e letterato, medaglia di bronzo nel fioretto alle Olimpiadi del 1900 e amico di Gabriele d’Annunzio, non ho esitato. Per il tema, il tono dell’autore (ironico ma inflessibile, paradossale ma consapevole), per la possibilità di parlare di codici e regole, di cavalieri e militari, di onore... Abbiamo deciso di tradurre e pubblicare Apologia del duello perché oggi, seppure in un periodo in cui ci si azzuffa continuamente, il duello è una causa persa, e lottare per una causa persa è sempre più elegante e coraggioso che lottare per una vittoria facile e schiacciante. Noi attacchiamo lo status quo che ci vede vittime di un lassismo morale (da mos, moris, costume) indecente, forti dell’idea secondo la quale «l’avversario che attacca mostra un coraggio infinitamente superiore del combattente che attende», come scrive Boulenger. D’altra parte, tutta la vita in sé è una causa persa, sprecata, se non gli diamo noi una sua coerenza, un ordine, una direzione. Boulenger deplorava la scomparsa del duello e con esso la possibilità di imporre la buona educazione. Tra l’altro, bisogna specificare che esistevano vari tipi di duello e che quello cosiddetto «all’ultimo sangue» era giudicato rozzo e volgare. La sfida risiedeva più nell’affrontarsi che nell’uccidersi, più nell’azione in sé che nell’atto, come avrebbe detto Carmelo Bene. Duello come simbolo e summa della vita maschile. Quindi, ci dice Boulenger: «Il duello è una scuola di coraggio e bravura (e ha, in effetti, il suo codice che si avvicina a quello più ampio, dell’onore); il duello evita lo scandalo e il rumore. Il duello evita anche la brutalità, la volgarità, gli ignobili pugilati, i calci, i colpi di canna per strada, se non persino i colpi di pistola. È l’ultima, delicata, ma ancora sovrana, barriera contro i calunniatori e i maleducati. E poi, perché negarlo? L’atto che consiste nel rischiare la propria vita, in fondo, ha sempre la sua grazia. C’è una bellezza nell’arte di duellare e niente è più «magnifico di un bel colpo di spada – un affondo! – ben portato sul terreno». Boulenger rappresentava già un secolo fa l’invadenza di fotografi e cinematografari, di fan femminili che spasimano alle gesta del duellante preferito, la mancanza di savoir-faire di chi non sa né offendere né ricevere un’offesa (esilaranti gli insegnamenti a proposito del Marchese di Monpavon). Insomma, Boulenger ci racconta ironicamente i prodromi dello sfascio contemporaneo, ma ci indica anche una via d’uscita, una soluzione lasciata alla coscienza (e al coraggio) individuale: tornare a essere uomini, non importa se dandy, gentiluomini o samurai, e tornare quotidianamente a dar prova di noi mostrando a tutti la nostra etica (scienza morale) e la nostra estetica (scienza del bello), in un continuo e feroce duello contro l’omologazione e la volgarità. 

Di Alfredo De Giglio e Alex Pietrogiacomi

Scopri l'articolo su Arbiter 

Now on air