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Vita da Arbiter

Arbiter in grigio verde

Per secoli, la divisa militare è stata la più alta e nobile espressione dell’abbigliamento maschile. Dal trench al duffle coat (detto «montgomery», dall’omonimo generale britannico), dalla field jacket al peacoat da marina, fino ai chinos, una larga parte del guardaroba civile affonda le sue radici nel mondo delle divise. Un viaggio attraverso questa battagliera eredità ci conferma che ancora oggi, per l’uomo, non c’è nulla di meno uniforme delle uniformi

Non potrei dimostrarlo, ma sono certo che nel XVIII secolo non pochi giovanotti di buona famiglia si siano arruolati perché tutto sommato trovavano la disciplina militare meno vessatoria di quella mondana. L’uomo di un certo rango doveva avere necessariamente una vita sociale, le cui regole di convenienza gli imponevano però di frequentare una rete di salotti governati dalle padrone di casa e lì chiacchierare con garbo, ascoltare concertini casalinghi, esibirsi in ammiccanti quadriglie, portare i capelli con vistosi boccoli.

L’afrore guerriero di un’uniforme da ussaro, fatta apposta per donare a chiunque un fisico prestante e un aspetto drammatico, era l’antidoto a queste umilianti pastorellerie e in più forniva una potente arma di seduzione. Chi avranno mai guardato le ragazze: l’attillato cicisbeo con scarpini affusolati e polsini di merletto o il fusto con sciabola e stivali? Il giacchetto degli ussari è così profondamente scolpito nella nostra memoria che torna fuori da secoli nei posti più impensati. Il giubbino giallo di Freddie Mercury, tra i capi iconici degli ultimi decenni, non ha fatto altro che replicarne la formula. Corto, attillato, definito da sovrabbondanti allacciature e guarnito da spalline, ha solo sostituito il rosso con un colore altrettanto sgargiante e gli alamari con le fibbie. Del resto è dai tempi di Sergeant Pepper che i musicisti rock di ogni Paese adottano capi smaccatamente ricalcati su uniformi. E non sono i soli. Per dare carattere ai suoi eroi, il cinema fa largo uso di drammatici pastrani lunghi e svasati, di chiara ispirazione militare. Come quello di Neo in Matrix, altro totem della cultura estetica popolare contemporanea.

Buona parte delle fogge canoniche maschili proviene dalla guerra, in particolar modo i soprabiti e quasi tutti quei cappotti importanti che la lingua inglese raggruppa sotto il nome di great coats. Il modello più antico è forse il peacoat, giaccone che risale alla marina olandese degli inizi del XVIII secolo. Pensato per il lavoro in coperta di bassa forza e sottoufficiali, deve essere semplice, ampio e corto, per favorire i movimenti nelle manovre alle vele. Perché sappia di salsedine e di avventura un peacoat deve essere in melton blue navy e avere un petto doppio e ben accavallato, ampio collo a doppio uso, tasche in petto a fare da scaldamani e grandi bottoni scuri che possano essere manovrati anche da arti intirizziti. I bottoni d’oro, che distinguono gli ufficiali, sono riservati al più lungo e severo bridge coat.

Il trench, archetipo dell’impermeabile, nacque nel corso della Prima guerra mondiale per le dure condizioni delle trincee di cui porta il nome. Per ispirarsi all’originale deve essere lungo e avere manica a giro, spalline e cintura con ganci. I cappotti a doppiopetto con martingala sono tutti figli e nipoti del guard coat, chiamato così perché usato dalle guardie del palazzo reale inglese. Il duffle coat o montgomery, di immortale linearità, fu introdotto dalla Royal Navy nella Seconda guerra mondiale e ha dato luogo a infinite rivisitazioni. I più belli sono sfoderati e in panno cardato rigido, praticamente impermeabile. Resta invece immutabile e accessibile solo ai grandi appassionati il British warm, cappotto a doppiopetto con spalline tipico per il colore caki detto dark drab, l’assenza di martingala e piegoni posteriori e l’impenetrabile tessuto melton da almeno un chilo al metro.

Da un paio d’anni vedo molti giovani indossare giacconi con coda allungata e tagliata a rondine. Molti di loro, tra cui magari alcuni convinti di essere pacifisti, ignorano che si tratta di una diretta derivazione della M-1951 jacket detta fishtail, messa a punto dall’esercito americano per la sanguinosa guerra in Corea, che costò quasi tre milioni di vite. Anche con questo tragico passato sarebbe rimasto un parka tra gli altri, col suo bravo cappuccio bordato in pelliccia e la coulisse in vita, se non fosse divenuto il simbolo dei primi Mod e consacrato come tale dal film Quadrophenia del 1979.

Altro capo militare di grande diffusione è la field jacket, il cui capostipite fu la corta giacca con due tasche applicate all’altezza del petto passata alla storia come Ike jacket, perché il generale Dwight “Ike” Eisenhower la indossava di frequente e pare sia direttamente intervenuto nella sua progettazione.  Essendo ancora in lana e col bavero, alcuni vi vedono l’ultimo esempio di battle dress all’inglese. Altri la considerano invece il primo grande passo verso la M-43, il modello che si può considerare di riferimento. Aveva il collo a camicia, cappuccio staccabile, allacciatura a bottoni protetti e senza zip, quattro tasche con pattina di cui solo le superiori applicate e coulisse in vita. Esternamente in puro cotone, disponeva di una fodera staccabile in un materiale sintetico che rappresenta il primo esempio in assoluto di pile, altra scoperta che dobbiamo alla ricerca militare.

La field jacket non va confusa con la safari jacket o sahariana, che nasce nelle truppe coloniali inglesi e in vita è stretta da una cintura. Una field jacket filologica, inoltre, dovrebbe essere realizzata con tessuti ad armatura diagonale, mentre la sahariana può anche essere in una più traspirante tela. I casi di migrazione dai campi di battaglia alle strade di città non finiscono qui, ma anche se riuscissi a evidenziarli tutti non basterebbero i singoli casi a chiarire lo spessore di un fenomeno complessivo che ha avuto conseguenze profonde ed è ancora in corso. L’influenza dell’abbigliamento militare su quello civile si manifesta su una scala che va al di là delle singole fogge per coinvolgere l’intero atteggiamento nei confronti dell’estetica tradizionale. Il concetto che le moderne nazioni hanno sviluppato della guerra e dei corpi armati ha determinato una radicale evoluzione delle divise, che a loro volta e per diverse vie hanno innescato mutazioni globali nei materiali e nel modo di vestire. Il soldato moderno è uno specialista, il cui costo in termini di addestramento giustifica un’attrezzatura curata sotto ogni profilo. Mentre un tempo il meglio era destinato agli ufficiali, da quando gli stivali sul terreno li mettono solo le truppe di élite il meglio è destinato a esse, che peraltro non sanno più che farsene degli stivali.

Tutto è cominciato con la Seconda guerra mondiale. Sino ad allora si era andati in guerra con capi poco flessibili in tutti i sensi, generalmente di lane vili. Gli Stati Uniti furono i primi a prendere coscienza che occorrevano maggiori prestazioni. Nel 1943 Eisenhower scrisse al collega George Marshall che riteneva inadeguata l’uniforme in uso. Le truppe la evitavano, generando disordine e soprattutto indisciplina, che in ambito militare è il problema per eccellenza. Lo United States Quartermaster Corp, responsabile degli approvvigionamenti, riformò l’intero equipaggiamento mettendo a punto capi d’azione molto diversi da quelli per uso quotidiano. Tutti concepiti come modulari, cioè facilmente sovrapponibili l’uno all’altro. La divisa, sino ad allora improntata a economia e durata, faceva propria l’esigenza di comfort in ogni situazione.

Per ottenere la massima adattabilità termica si fece largo uso di un materiale di cui gli Stati Uniti disponevano in quantità: il cotone, che grazie alle sue caratteristiche naturali e alle lavorazioni innovative divenne subito protagonista. L’impero della lana tramontava, aprendo la strada anche alle fibre sintetiche che la tecnologia stava via via mettendo a punto. Le importanti commesse militari non sono certo estranee allo sviluppo della ricerca in questo campo. È evidente come e quanto i criteri di praticità, scientificamente adottati dal mondo militare, si siano poi inconsapevolmente diffusi in quello civile rivoluzionandone gusti e abitudini.

Non era più necessario cambiarsi due o più volte al giorno, o studiare i materiali più adatti alla giornata o alla stagione. La stratificazione messa a punto per i campi di battaglia ha dimostrato che basta mettere una maglietta, cui si può aggiungere una camicia e poi un pullover o qualcosa del genere. Quel che fa la maggiore differenza è il capo finale, spesso anch’esso adattabile grazie alla fodera rimovibile. Non a caso il capo militare più comune è la t-shirt, che sebbene fosse in uso presso la Us Navy sin dal 1913 rappresenta il fondamento teorico e pratico di una nuova filosofia del vestire. Proprio perché la praticità d’uso è stata posta in cima alla lista dei valori, corpi con compiti diversi hanno sviluppato capi diversi. Come ben sanno i frequentatori dei mercatini specializzati, non c’è nulla di meno uniforme delle uniformi. Chi ha saputo raccoglierne vaste selezioni di esemplari interessanti si è anzi trovato in mano un patrimonio cui stilisti in cerca di soluzioni di carattere attingono continuamente, pagando profumatamente per poterlo anche solo vedere e toccare.

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