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Vita da Arbiter

Il mio nome è Moore

Se l’occasione formale non richiedeva il black tie, il blazer era la sua divisa. Così, Roger Moore seppe imporsi per il suo stile. E oggi è un’icona al pari del principe Carlo

My name is Moore, Roger Moore. Così si sarebbe potuto presentare, scimmiottando Bond, il sette volte 007. Come ha sottolineato anche Jeremy Hackett nell’intervista pubblicata sullo scorso numero di Arbiter, Roger Moore è un’icona intoccabile per il popolo inglese, al pari del principe Carlo. L’eleganza dell’attore è sempre stata unica, come il suo sopracciglio alzato: «Agli esordi in un cast, un regista mi disse che avevo tre espressioni: sopracciglio sinistro alzato, abbassato e sopracciglia fisse. Così fui battezzato l’attore del sopracciglio espressivo», spiegò.

Ma dove si nascondeva la sua vera particolare eleganza? Tutto nasce alla fine degli anni 50, quando comincia a dettare la sua presenza con i suoi blazer che andavano dal colore blu Navy al blu aviazione, in contrasto con le impeccabili camicie bianche. Le giacche erano notevolmente performate (data anche la sua statura) dalle forme svasate, le spalle rigidamente military e le tasche inclinate. Giacche dal colore inusuale per quegli anni dominati in tutto il mondo dal «grigio» rafforzate da bottoni in argento, spesso a mezza sfera, ma anche riproducenti il classico a quattro fori. Giacche dalla linea nuova, a tre bottoni dei quali solo quello centrale chiuso, o in alternativa il doppiopetto.

Dove l’occasione formale non richiedeva il black tie, il blazer era la sua divisa. Nel 2005 è stato indicato in una altolocata classifica, come (già ottuagenario) uno degli uomini da sempre meglio vestiti al mondo. Il suo esordio da gentleman raffinato avvenne fin dal primo episodio di The Saint in Un marito di talento. Al sarto Cyril Castel (già suo sarto personale) furono chiesti alcuni blazer blu marino che, seppur la pellicola fosse ancora in bianco e nero, divennero l’icona della sua eleganza britannica.

In seguito, poi, i gusti collimarono con i dettami stilistici dello stesso Ian Fleming basati sulla classicità del blazer blu di alpaca o di serge (a seconda della stagione), camicia di seta bianca, cravatta di maglia nera, calzini blu su mocassini Church’s di colore nero lucidissimi, con un’unica alternativa sportiva: giacca da campagna, scarpe saxone, pantaloni blu, camicia di cotone Sea Islands Thurnbull&Asser.

Sir Roger però personalizzava tutto, e fra il tutto va ricordata la sua camicia bianca con il polso arrotondato al risvolto, quasi a nascondere l’asola e il bottone di madreperla. Il suo terreno di caccia e ricerca era Savile Row, una delle strade di Mayfair, nel centro di Londra, dove hanno bottega i sarti famosi come Gieves & Hawkes, Henry Poole, Anderson & Sheppard; anche se i preferiti rimasero il suo Cyril Castel (andrebbe citato solo per il risvolto dei pantaloni da ben oltre i quattro centimetri, inusuale per allora), infine Douglas Hayward e Angelo Vitucci. Le sue giacche a un petto avevano inoltre la particolarità che il primo bottone (in alto) fosse più basso rispetto alla norma, e questo lasciava un’ampia apertura sul davanti. La passione per i blazer lo porta anche a indossare una elegantissima uniforme Royal Navy, molto corta in vita nel film La spia che mi amava. Grande bevitore di Martini e fumatore di sigari Laguito 2, ci ha lasciati lo scorso 23 maggio, con discrezione. E lo ringraziamo di averci risparmiato il presenzialismo ai limiti della decenza di alcuni suoi coetanei. I suoi ultimi anni li ha dedicati ad attività umanitarie con la discrezione e la classe proprie di uno degli ultimi gentlemen con licenza di sedurre.

Sette le sue interpretazioni nel ruolo del personaggio inventato da Ian Fleming. Lui non invenzione, ma personaggio vero: spia, giornalista e scrittore, ma soprattutto uomo di vita vissuta intensamente, che scrisse: «Ho sempre fumato, bevuto e amato troppo. In effetti ho vissuto non troppo a lungo, ma troppo. Un giorno il granchio di ferro mi agguanterà. Allora sarò morto per il troppo vivere». Roger Moore è l’attore che più di ogni altro ha vestito i panni di 007, anche se lui stesso rinnegò quell’ultima interpretazione, Bersaglio mobile: aveva 58 anni e l’intera storia non gli si addiceva. Ma per chi ricorda sir Roger solo per Bond si è perso il meglio di questo gentiluomo che ha dettato uno stile inimitabile.

Grazie al fisico, ai lineamenti da bello ma non piacione, grazie al suo carattere pregno di quella ironia e stile britannico, fin da ragazzo appare sulle prime pagine a colori dei rotocalchi, modello di advertising di dentifrici e maglieria. I capelli rossicci, la carnagione ancora pallida, gli occhi di un azzurro penetrante, iniziano a conquistare il pubblico. Grazie al piccolo schermo in bianco e nero, in Italia cominciamo a conoscerlo nella serie Ivanhoe. Anche se il cuore nobile e l’armatura lucente scioglieva i cuori di entrambi i sessi, la calzamaglia medievale, pure se d’acciaio, non gli apparteneva. Occorrerà attendere il 1962 perché sir Roger possa esprimere il suo stile: nasce Il Santo, dove interpreta Simon Templar. è giunta l’ora delle stoffe inglesi, della sartoria su misura, delle camicie impeccabili, delle mani sempre impegnate a fare qualcosa: impugnare un’arma, un sigaro, una coppa di Martini o trattenere una donna, non risparmiandole, ora e in seguito, da buon inglese, di una affettuosa sculacciata.

Guida in maniera spericolata, ovvio, auto eccentriche: nel Santo è una Volvo coupé P1800. In Attenti a quei due una Aston Martin Dbs, targata ça va sans dire BS1. Il suo socio in malefatte: Tony Curtis, alias Daniel Wild, è ovviamente più chip, veste abiti spesso dozzinali e banalmente guida una Ferrari.

Nella serie 007 lo troveremo anche al volante di una Lotus Esprit S1, tanto per affermare che la classe per sir Roger Moore, non è acqua, ma al massimo Martini cocktail, che a differenza del Sean Connery/Bond, lo beve secondo tradizione «agitato» e non «shakerato», ma anche questo era il suo stile di vita. Stile della sua quotidianità che poi trasferiva nei personaggi: l’espressione facciale sempre a metà tra il comico e la presa in giro, così simpaticamente trasformò il precedente 007, interpretato dal cupo Sean Connery. I personaggi erano, per così dire, autobiografici. La sua dote innata era, come dicono gli inglesi, «debonair» cioè disinvolto, ironico, disincantato e un po’ mascalzone italiano. Vestiva i panni di ladri gentiluomini (Bond escluso), che non rubavano ai ricchi per necessità. Nel gergo vittoriano costoro, volgarmente chiamati ladri, erano di ottima famiglia, educati, istruiti, personaggi che non avevano necessità di lavorare per vivere bene, e tantomeno di sottrarre bene altrui, se non per il gusto dell’avventura, del brivido della trasgressione. Vivere in residenze e hotel di grande lusso frequentati da bellissime donne, poteva giustificare la fatica e il rischio...

di Roberto Pignoni

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