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Vita da Arbiter

Mettetevelo in testa

Il panama non c’entra con Panama. Ma è un filo di paglia che parte dall’Ecuador e tesse una lunga storia di eleganza da cittadini del mondo. Come racconta Fernando Moreno, maestro dell’intreccio

Si chiama panama, è il cappello di paglia più famoso, elegante e leggero che esista, ma vive di un equivoco: nulla lo lega alla Repubblica Panamense, se non che il presidente americano Franklin Theodore Roosevelt lo indossava spesso, anche il giorno in cui assistette, nel 1914, al termine dei lavori del famoso canale di Panama, da lui fortemente voluto. «Quelle foto fecero il giro del mondo e il suo cappello prese da allora il nome di “panama”, ma in fondo era quello stesso copricapo, certamente di finitura meno pregiata, che gli operai al lavoro indossavano per ripararsi dal calore dei raggi del sole.

Da allora, e per tutti, il cappello di paglia Montecristi prodotto in Ecuador si chiamerà appunto panama», spiega Fernando Moreno, ecuadoriano doc e uno dei massimi esperti al mondo della storia e dei segreti del Montecristi. Che a Milano, negli spazi immersi nel verde e nella luce di Villa Mozart, che pare di essere in Sudamerica, ha tenuto un’approfondita lezione sulla storia e sui segreti di questo copricapo. E se le leggende narrano che lo stesso Napoleone si riparasse con quel cappello di paglia dal sole di Sant’Elena, certamente la lista dei personaggi illustri che lo indossano o lo hanno indossato, diventandone veri testimonial, è infinita: da Hemingway a Churchill, da re Edoardo VII all’emerito Presidente Napolitano e perché no anche Papa Ratzinger. Ma il cappello maschile se viene indossato da una donna assume un fascino anche perverso e allora ecco che aggiungiamo ai fedeli del panama anche Madonna e la sensualissima Jane March, la lolita del film L’Amante.

Probabilmente gli stessi Incas lo indossavano, ma dobbiamo attendere il 1630 quando Don Francisco Delgado richiese una forma di cappello molto simile a quella odierna: la «tocas». La fibra usata, ricavata da una pianta locale simile a una palma: la Carludovica palmata, è unica e irriproducibile, anche se nell’800 l’Ecuador proibì di esportarla negli Stati limitrofi. Il risultato del cappello ecuadoregno, comunque, rimase unico nella sua originalità, soprattutto per il clima umido che da Montecristi, a pochi chilometri dalle coste dell’oceano Pacifico, a Cuenca sulle montagne, si mantiene ideale per la manifattura che avviene soprattutto di notte, nelle ore meno calde per gli operai ma anche per l’elasticità della fibra, grazie all’umidità e alla temperatura più mite.

Una delle tante leggende racconta che il panama veniva confezionato solo nelle notti con luna piena (sarebbero occorsi anni per giungere al prodotto finale), ma il tutto risale al fatto che le ore notturne erano le più fresche e che in assenza di energia per l’illuminazione dovessero operare con la sola luce della luna. In quei secoli la palma veniva chiamata dai locali Jipijapa, e gli artigiani ecuadoriani producevano i «cappelli di Jipijapa». In Europa, il panama, fu presentato ufficialmente all’Expo di Parigi nel 1855, ed esplose la moda e il desiderio di indossare un cappello così flessuoso, morbido, adattabile a mille forme, leggero e al tempo stesso resistente al sole e all’umidità, perciò conquistò il bel mondo.

Iniziò così il periodo di massima esportazione in Europa, che durò fino al 1920, anni in cui il cappello era un accessorio indispensabile nell’abbigliamento, sia maschile sia femminile. Fu dopo questo successo che i cappelli, esportati prima nella veste al naturale, vennero confezionati nelle diverse forme richieste dalla moda e dal mercato. Ecco allora formarsi squadre di artigiani specializzati che, ancora oggi con le stesse tecniche, provvedono a intrecciare il corpo principale dei cappelli, per mezzo di un lavoro che può durare dei mesi, tra essi gli specialisti incaricati a dare forma e personalità: il rematador, il cortador, l’apeleador e il planchador.

Il rematador, termine che deriva direttamente dalla corrida, è l’artigiano che finisce l’orlo concludendone l’intreccio, il cortador si occupa di rasare la superficie del cappello eliminando i fili e le sbavature, l’apeleador lo mazzuola per dargli forma, mentre il planchador lo rifinisce in ultimo, aggiustandone le diverse forme con una specie di ferro da stiro. Il risultato è un’opera d’arte di artigianato costato secoli di tradizione e ore e ore di lavoro che possono arrivare fino ad alcuni mesi, per i modelli più pregiati dalle fibre più sottili e morbide, intrecciate così sapientemente da apparire un’unica superficie dove si fatica a distinguerne l’intreccio.

Di conseguenza il valore di questi capi può raggiungere anche le decine di migliaia di euro, i panama migliori possono essere tranquillamente arrotolati, grazie alla caratteristica optimo crown, cioè quando la calotta forma una specie di cresta che consente di piegarlo senza sgualcirlo, per essere riposto nella tasca della giacca, o conservarlo durante l’inverno nella sua custodia fatta a tubo. Nell’acquistarlo è buona norma guardarlo attentamente controluce, osservando se presenta dei vuoti, microfori o imperfezioni che ne pregiudicherebbero la qualità e la durata.

Il panama dalla sua forma rétro ed esotica, meglio se con la linea di marcatura centrale che gli permette di venire arrotolato, ingentilito da un sottile nastro di raso nero posto fra la tesa e la cupola, è un cappello che suscita subito immagini di film in bianco e nero, di uomini d’affari, dandy e faccendieri che abitano luoghi caldi, che frequentano i peggiori bar e i migliori hotel del Sud America, dell’Africa o dell’Indocina, dagli abiti su misura, di lino stropicciato, dalle scarpe bicolori, che sanno riconoscere l’importanza dell’accessorio per il loro abbigliamento quotidiano, e che conoscono e si riconoscono nel panama, nella sua importanza e utilità. E fra i tanti, per citare il film Il sarto di Panama, ricordiamoci che «nessuna buona azione resterà impunita», pertanto diciamo grazie anche all’Unesco, che nel 2012 ha incluso il panama nella lista dei Patrimoni culturali dell’umanità.

di Roberto Pignoni

foto di Stefano Triulzi

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