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Vita da Arbiter

Così l’ho dipinta

In principio fu l’elefante. Veloce, colorato, surreale come gli anni del flower power. Le sue zampe diventano fucili, poi musica. Tutto in lui è la metafora di un tempo dove ogni cosa sembrava possibile. Ecco come è nata la copertina del numero di giugno di Arbiter dedicata all’hippy che è in voi

Sai cosa? Tu sei lì e fai l’artista. Con i tuoi colori, le tue idee, il tuo vino, i tuoi muri e le tue notti. È tutto lì. Poi accade qualcosa. Incontri il direttore di Arbiter, Franz Botré, nel suo ufficio stracolmo di quadri, riviste, penne, Whisky, storie, coraggio. Con aria severa, ma con lo sguardo divertito, ti dice: «Il prossimo numero del giornale racconterà il periodo... degli hippy, e lei farà la copertina!». Con aria divertita, ma con lo sguardo altrettanto severo, penso: «Oh c...o!», e rispondo deciso come un capitano di ventura: «Sì, volentieri!».

Inizio. All’origine di tutto c’è l’elefante. Il mio pezzo. Mi è sempre piaciuto pensare a un quadro come a un brano musicale; il mio pezzo, dicevo, vuole dare l’idea della forza, della dimensione e della fragilità di un periodo, quello hippy, che ha lasciato il segno e continua a generare emozioni. Ho voluto mescolare tutti questi elementi e nasconderli sotto il colore. Tanto colore. Colori accesi. Colori che bruciano. «You got to burn to shine». Il mio elefante ha tanti punti di partenza, infatti è dedito alla corsa, alla velocità, esce quasi dal quadro. Mentre lo state guardando, ecco che lui se ne va. È veloce, elegante, intenso, dirompente come quel periodo. Le zampe del mio elefante sono sottili, quasi filiformi, si stringono, prendendo la forma dei fucili. Violano consapevolmente le regole della natura, ma la loro armonia rende perfetto il rapporto tra la figura e lo spazio. Forse un richiamo agli elefanti di Dalí. Surreale citazione, così come surreale è quel periodo.

Il richiamo è contro la guerra. Contro tutte le guerre. I profondi contorni dei fucili, terminano con l’immagine simbolo degli hippy: i fiori nei cannoni. Al posto della corolla, gli stessi fiori, hanno alcune delle icone musicali che hanno fatto la storia. Jimi Hendrix, Neil Young, Janis Joplin e l’inconfondibile mano dal dito mozzo di Jerry Garcia dei Grateful Dead. Che musica! Che pezzi! L’elefante è ancora presente. Ora sembra quasi rallentare la sua corsa, vi guarda, ti guarda quasi di sottecchi. Si fa guardare. Tutto è un Oracle. Quel periodo ancor oggi per molti è un oracle. Questo elefante, si guadagna il riferimento al film Hollywood party di Blake Edwards. Così se l’elefante, prima, vi sembrava aver intrapreso una corsa inarrestabile, allo stesso modo adesso sembra considerare più che mai il senso del rallentare, del fermarsi. È una slapstick comedy, si mette in scena un altro linguaggio. Un linguaggio muto. Tutto diventa contemplazione liberatrice, calma interiore, purificazione, misticismo; si cerca scampo solo nella creatività.

Turn on, turn in, drop out. La forma della proboscide diventa metafora della carnalità sessuale, una libertà incondizionata di vivere l’altro. Una metafora della carnalità, che in quel periodo, è presente anche tra Uomo e Natura. Un universo dove sentirsi «libero di vivere e amare in un modo che la maggior parte della gente a malapena si azzarda a sognare». L’elefante non è solo. Un occhio alato lo accompagna, lo sorveglia. Tributo al grafico Rick Griffin, genio artistico dei poster psichedelici. Ho sacrificato le vere ali di Griffin per dare all’occhio, al mio occhio, le ali della musica: delle Fender Stratocaster che come ali sembrano sollevare tutto, e sotto par di sentire Hendrix suonare le note di Hey Joe. Un periodo, quello degli hippy, short. Short come jeans Levi’s sbattuti nel quadro, nascosti nell’elefante. Simbolo. Grido. Oggi moda. Ieri modus vivendi. Sai cosa? Come dice il filosofo, «per inventare la macchina perfetta non è necessario sapere come farla». Questo periodo, quello degli hippy, è riuscito a fare qualcosa senza sapere come, e come tutti i periodi, tutte le epoche, come tutti gli elefanti che si rispettino, si muovono sempre dentro un delizioso negozio di cristalli. All you need is love.

di Filippo Bragatt

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