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Vita da Arbiter

L'eleganza tiene banco

La pertinenza del vestire come chiave del successo professionale. Tra marketing e dress code, cronaca di una lezione di stile all’Università Bocconi

Eleganti si nasce o si diventa? Si può andare a «lezioni di stile», oppure si tratta di un controsenso in termini (lo stile lo si ha o non lo si ha, inutile rincorrere un’attitudine innata…)? Cento studentesse e studenti dell’Università Bocconi di Milano l’hanno fatto: ovvero, hanno organizzato due ore di lezione in aula dando vita a una particolarissima conferenza interattiva dal titolo «Lezioni di stile. Pertinenza del dress code come valore aggiunto nel mondo delle professioni». A promuovere l’evento le ragazze e i ragazzi di Bocconi Students for Fashion, una delle associazioni di studenti attive all’interno dell’ateneo milanese, che hanno visto come protagonisti «in cattedra» Alain Zimmermann, ceo della Maison orologiera Baume & Mercier, e il direttore ed editore di Arbiter, Franz Botré. A fare da padrone di casa, Maurizio Dallocchio, professore di Finance e Past Dean dello Sda Bocconi, la scuola di alto management che rappresenta un’eccellenza nel panorama formativo internazionale. Dato il contesto e il tipo platea (futuri manager di grandi istituzioni finanziarie e di multinazionali, queste le «tipologie» di professionisti che sforna da sempre la Bocconi), nell’affrontare il tema dress code i tre relatori hanno lasciato da parte chiacchiere e vezzi da salotto modaiolo e sono andati dritti al dunque. Ovvero, ad analizzare quanto e come la capacità di combinare e portare un certo tipo di abbigliamento assolva una funzione decisiva in contesti lavorativi d’alto livello quali quelli in cui gli studenti Bocconi si troveranno immersi una volta conseguita la laurea. Nella frequentazione quotidiana del proprio ceo e dei propri colleghi, durante una riunione decisiva con un cliente particolarmente ostico, quando ci si deve imbarcare per una trasferta lampo dall’altra parte del mondo e dopo 10 ore di volo si ha subito un meeting importante, conta di più conoscere a memoria economics e strategie della propria azienda, oppure aver abbinato la giusta cravatta con il giusto tessuto dell’abito, e trasmettere così immediatamente all’interlocutore sicurezza di sé, preparazione, competenza e personalità? «Non è affatto un discorso banale», spiega Maurizio Dallocchio introducendo il dibattito, «perché l’abbigliamento che scegliamo è l’elemento che, prima e più di ogni altro, trasmette tanto della nostra persona, dell’attenzione che dedichiamo a noi e agli altri, ma soprattutto trasmette il valore che diamo al nostro interlocutore. L’abbigliamento è una forma di rispetto. Da ormai “storico” docente della Bocconi, devo confessare che in tanti anni di ricevimento studenti in quanto a dress code ne ho viste davvero di tutti i colori, dai bermuda alle infradito... È lì che ho capito che l’abbigliarsi in maniera appropriata dovrebbe quasi essere una disciplina universitaria, perché ai fini di formare un professionista che sia davvero completo vale tanto quanto una lezione di analisi finanziaria o di marketing».

Conferma questo assunto, portando la propria esperienza, Alain Zimmermann, ceo di Baume & Mercier, Maison orologiera parte del gruppo Richemont, che si confronta appunto ogni giorno con contesti professionali importanti, ai quattro angoli del mondo. Zimmermann parte da una dettagliatissima analisi «macro» del mondo del lusso (un comparto, quello dei personal luxury goods che dal 2006 al 2015 ha registrato un incremento incredibile, +60% secondo i dati di Bain & Co.), per scendere poi nel dettaglio del mondo che sta a lui più vicino, quello dell’orologeria, dimostrando come attitudine personale all’eleganza e capacità di saper essere professionisti-protagonisti in questo mondo vada di pari passo. Nell’abbigliarsi, così come nel progettare, realizzare e vendere un orologio, bisogna partire da un principio ideale, da un valore estetico che si vuole trasmettere. «È questo l’elemento chiave, quello che affascina, quello che fa la differenza in un prodotto di successo. Io non sopporto quelli che, nel raccontarmi un nuovo prodotto, iniziano col dirmi quanto costa. Prima mi devi far vedere quanto è bello, quanto è ricercato, quanta maestria ha richiesto la sua lavorazione. A quel punto, il prezzo non mi interessa quasi più, io quel prodotto l’ho già scelto. Lo stesso vale per l’abito che si indossa». Eccoci al concetto di «pertinenza», chiave di volta di tutto questo discorso, un tema che costituisce per Arbiter, fin dal 1935, una sorta di rigidissima linea editoriale capace di fare la differenza ancora oggi. «Pertinenza è la parola che, nel comparto lusso in particolare, mette in relazione il prodotto al consumatore. Non è una questione di “prezzo” ma di “valore” intrinseco dei prodotti», spiega nel suo intervento Franz Botré. «Un abito, una scarpa, un orologio non devono per forza essere costosi per essere belli. Devono “appartenere” alla personalità e allo stile di chi li indossa. È la regola base dell’eleganza. Per questo, cari bocconiani e futuri top manager, pertinenza è la parola che deve stare al centro di qualsiasi business plan aziendale del comparto lusso, soprattutto in un’epoca di diffusa aspirazione. Dar vita a prodotti che traducano in estetica un valore etico, e trasmettano qualità ed emozione. È una formula semplice, matematica, ma che richiede cultura, studio, applicazione. Un buon metodo è riflettere su questa formula ogni mattina, quando aprite il vostro guardaroba. La regola del dress code comincia da lì».

di Mattia Schieppati - foto di Stefano Triulzi

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