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Vita da Arbiter

La dittatura dei mediocri

«Rimettere la decisione sulle cose più grandi ai più incapaci». Questo il destino della democrazia indicato, 150 anni fa, da Henri-Frédéric Amiel. Il filosofo che, dal suo pensatoio nel cuore di Ginevra, aveva già previsto i danni della demagogia di cui oggi paghiamo le conseguenze. A causa di un’«uguaglianza» politicamente corretta che ha dato il potere alla mediocrazia

Frustate sulla schiena liscia della modernità. Giudizi affilati come coltelli che scrostano la patina lucente del progresso e mostrano le piaghe dell’umanità, incamminata verso le magnifiche sorti e progressive. Aforismi che fanno a pezzi il pensiero politically correct. Forse per questo la profondità di Henri-Frédéric Amiel è inversamente proporzionale alla sua fama. In Italia, per esempio, questo irregolare svizzero, vissuto a Ginevra nell’800, non viene pubblicato da anni ed è sconosciuto ai più. Peccato, perché le sue rasoiate fanno male e quindi fanno pensare. Lampi che squarciano la notte ottusa del più ingenuo ottimismo. «L’uomo che non ha una vita interiore è schiavo del suo ambiente», scrive Amiel. Che poi, perfido, va ben oltre: «Dimmi cosa pensi di essere e ti dirò cosa non sei». Poche parole, come una scossa, per fare a pezzi la coperta soffice del pensiero dominante, quello che copre le nostre fragilità, la poca voglia di guardarci allo specchio scoprendo le nostre rughe e le cicatrici profonde che il tempo lascia sulla società. L’Illuminismo, le scoperte scientifiche, la democrazia ci spingono in avanti. C’è chi canta questo mondo favoloso, finalmente affrancato, e chi, guardandolo in controluce, ne pesa i difetti. Il conformismo, la massificazione, la democrazia ridotta a mangime per le frustrazioni del popolo. E poi la fine del rapporto antico come il mondo fra il bene e il male. Il caos come prodotto paradossale dello sforzo razionalistico dei secoli precedenti. Sembra di leggere i quotidiani di oggi, lo sgretolarsi del consorzio civile e il capovolgersi stupefacente della moralità. E invece siamo a Ginevra, a metà dell’800. Amiel è professore di letteratura francese, di estetica e di filosofia all’università. Ha tempo per riflettere, anche perché lui sta in tribuna, ai bordi, non vive l’eccitazione e non partecipa alla grande corsa. Così distilla le sue annotazioni in un’unica, monumentale, interminabile opera: il diario, il Journal intime, sterminata fucina di 16.840 pagine che sono il controcanto sommesso e formidabile ai tanti testi imbevuti come biscotti nella fede cieca del domani. Chissà, forse Amiel vede lontano perché si trova a Ginevra, la città di Calvino, uno dei luoghi chiave per capire il passaggio alla contemporaneità. Forse certi meccanismi, smontati dall’interno, mostrano prima crepe e incongruenze. Così il professore scruta con il suo binocolo il cielo e come un profeta prevede tempesta. Quella che squassa il nostro universo, ma già esemplificata nell’immane tragedia della Prima guerra mondiale. «Il destino castiga tutto ciò che è falso», ammonisce il visionario. E ancora, con quella disperazione sottile che anima tutte le Cassandre: «Un errore è pericoloso per quante più verità contiene». 

Sarà difficile rimediare ai disastri compiuti, ma lui con un vantaggio di 100-150 anni e con la precisione di un sociologo già disegna il nostro paesaggio: «Le masse saranno sempre al disotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci». Sembra una fotografia feroce e cupa scattata vicino a un seggio elettorale o davanti al Parlamento, oppure in uno dei tanti divertimentifici che riempiono l’industria delle nostre vacanze. Invece è il 12 giugno 1871 e Amiel compone la pagina forse più celebre del suo Journal. «Sarà la punizione del principio astratto dell’uguaglianza», prosegue implacabile, «che dispensa l’ignorante dall’istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino dall’essere uomo e il delinquente dal correggersi». Poche frasi quasi ciniche nella loro capacità di scorticare la corteccia delle nostre certezze. Facile cavarsela relegando Amiel nel limbo degli antimoderni, degli snob che disprezzano il sudore del popolo e ne temono perfino il contatto, nel girone dei misogini dove pure il docente ginevrino era di casa. Lui avanza come una ruspa, demolendo quell’illuminismo prêt-à-porter, quel radicalismo di massa che è l’ossatura del nostro oggi: «Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga».

di Stefano Zurlo

Notazioni furiose e attualissime che costringono ciascuno di noi a interrogarsi e a porsi domande scomode, quelle che in fondo in fondo restano sospese per una vita. Probabile che su Amiel abbia influito anche la biografia di un’infanzia luttuosa, a conferma che i drammi di un’epoca si mischiano alle tragedie personali: la madre Caroline muore di tubercolosi nel 1832, quando lui ha solo 11 anni e il padre Henri, negoziante, la fa finita due anni più tardi gettandosi nel Rodano. Altro che ballo Excelsior: l’esistenza ha l’andamento di un corteo funebre. Né Amiel riesce a trovare una sponda nel rigido protestantesimo che ha aperto le vie del capitalismo più aggressivo, così diverso dal cattolicesimo più autentico che tiene insieme, nel più precario ma stabile degli equilibri, la misericordia e il peccato originale. La grandezza e la miseria dell’uomo. Lui resta appartato nel suo corner, consapevole che la sua voce non verrà ascoltata: «Preferisco tacere piuttosto che parlare all’indifferenza». Ma il suo compito non cambia e lui continuerà ad annunciare fino alla morte, arrivata nel 1881 a 60 anni, quel che gli altri non vogliono sentirsi dire: «Mille cose avanzano, novecentonovantanove regrediscono: questo è il progresso». Imbattibile. Per chi non avesse inteso, ecco pronta un’altra lezione, più sottile ma non meno devastante: «La verità pura non può essere assimilata dalla folla, si deve propagare per contagio». Folgorante. Come quell’immagine definitiva che ci spalanca la visione di tutte le dittature possibili, da quella della razza a quella del brutto: «L’uomo è un automa e i suoi tic sopravvivono alle sue opinioni e ai suoi gusti».

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