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Vita da Arbiter

Calza sì calza no

Più che una caviglia scoperta, ci siamo accorti di aver toccato un nervo scoperto. «Ma vi pare serio che quel tal signore, portato da voi a simbolo di eleganza, non porti le calze pur indossando scarpe classiche?». Pubblicando sul numero di Arbiter dello scorso ottobre il servizio sul guardaroba di Mario Maran noi, fedeli al classico, ci eravamo ben accorti della scelta di farsi ritrarre senza calze. Ma fedeli nel raccontare la realtà e testimoniare le evoluzioni del costume, abbiamo ritenuto corretto presentare i nostri personaggi senza intervenire nelle loro scelte di stile. Quando poi il mese successivo, a novembre, abbiamo pubblicato il racconto della sartoria di Nicola Ricci, con il sarto in posa pure lui senza calze, i lettori si sono scatenati in un lungo dibattito epistolare e via mail tra loro e con la redazione. Calza sì o calza no? Esiste una regola di eleganza? Abbiamo così coinvolto 600 lettori ponendo, in forma referendaria, il quesito. Ci hanno risposto in 432. Il partito della calza sì trionfa col 73%. Ma quel 23% di «calza no» ha espresso fieramente le proprie ragioni. Per Arbiter il principio di eleganza è naturalmente, e senza dubbi, calza sì. Abbiamo costruito questa storia di copertina per spiegarne le ragioni.

L’attacco

(mail del 3 novembre 2016)

Caro Franz,

sono sempre incuriosito dalle valutazioni sartoriali sul vestire bene di Giancarlo Maresca. 

Nel numero di Arbiter di novembre, il nostro esperto firma un articolo approfondendo l’attività del signor Valentino Ricci, che abbandonata la professione di avvocato ha iniziato una nuova attività nell’alta sartoria. 

Sono di natura un libertino ed anche nel vestire ho sempre pensato che la moda bisogna farla e non seguirla. Quindi lascio ampia scelta a ognuno di vestirsi come vuole, ma, nello stesso tempo, sono convinto che nel ben vestirsi esistono comunque delle regole da cui non si può transigere. Lascio al simpatico Maresca le lodi e le belle parole che ogni volta scrive sui creatori di moda o sarti che presenta, ma ciò che ha scritto sul signor Valentino Ricci mi lascia per lo meno sconcertato e dubbioso. Scrive testualmente Maresca: «Il doppiopetto con cui lo vidi la prima volta parlò prima di lui, rivelando un perfetto controllo dei fondamentali. Tutto vi appariva chiaro, compresa la sua idea del ruolo dell’abbigliamento nel millennio appena iniziato». Controllo dei fondamentali? Ma quali? Leggo l’articolo, guardo le fotografie e alla fine vedo una foto del signor Valentino Ricci, che come descritto nella didascalia, indossa un abito blu rigoroso, per di più con un gilet sciallato e accollato. Abbasso gli occhi e orrore, noto che il signor Ricci indossa un paio di mocassini sui piedi nudi.

Be’, credo che tra i fondamentali del ben vestire ci sia senza ombra di dubbio che i calzini l’uomo li deve sempre indossare e che siano lunghi e alti, in particolare poi con un rigoroso abito con gilet. Il piede nudo nell’uomo è permesso solo con i sandali, ai frati.

Un caro saluto. 

Giovanni Miserocchi

La difesa

(mail del 5 novembre 2016)

Egregio signor Miserocchi,

si dice che gli ottimisti vedano il bicchiere mezzo pieno. Come veterano di quel club, oltre che di quello dei grandi bevitori di vita, vedo bicchieri ovunque e tutti con qualcosa dentro. Parlo del meglio che vedo, prospettiva dalla quale si può sempre dire qualcosa di buono. Ciò risponde alla sua prima perplessità, quella che tace. Quanto all’esplicita domanda su quali siano i fondamentali che Ricci possiede, ovviamente si tratta di quelli della sartoria maschile classica. Conservo una foto di Ricci al balcone di casa mia nel marzo 2005, quando venne a trovarmi come racconto nell’articolo. Il suo doppiopetto già rivelava, anzi metteva sfacciatamente in evidenza, il dominio di fattori che in questa foggia sfuggono alla gran parte dei sarti. Parlo delle spaziature dei bottoni in entrambe i sensi e della proporzione tra bottoniera e figura, la capacità e la superbia di realizzare un sei bottoni abbottonato alla base. L’altezza della tasca, degli spacchi, tutto è giusto in maniera quasi indisponente. La superbia dei baveri si faceva perdonare per la tensione delle spalle, e la bella indipendenza delle maniche, cose che non si vedono facilmente. Nessuna bottega italiana è stata più copiata di Sciamàt, nel nostro Paese e all’estero, il che la dice lunga sul suo talento nell’attualizzare gli stilemi tradizionali. L’assenza delle calze è un abominio, concordo pienamente, ma pare anche che il Beethoven delle ultime sinfonie fosse sordo. 

Cordiali saluti.

Giancarlo Maresca

L’excursus storico

(mail del 29 novembre 2016)

Cari amici di Arbiter,

abbigliarsi in un contesto urbano senza calze è un atto di maleducazione. Lord Brummell insegna: «Le persone veramente eleganti si vedono quando ci sono 40° all’ombra». Aggiungo per la curiosità di qualcuno due chicche. La prima: Luigi XVI nell’abbigliarsi prima di andare al patibolo discuteva col suo cameriere Clèry sul colore delle calze da indossare: le voleva di colore sobrio, adatte alla serietà... dell’appuntamento cui era destinato! La seconda: Nelson fece visita al suo fornitore di calze dopo la battaglia di Tarifa in cui aveva perso un braccio. Al bottegaio che gli manifestava il suo dolore per la grave amputazione il coraggioso Ammiraglio rispose con molta ironia: «Meno male per voi che non si è trattato di una gamba, altrimenti ora avrei bisogno soltanto... della metà delle calze che sto per acquistare!».

Luca Liguori

La provocazione

(mail del 4 dicembre 2016)

Egregio direttore,

sono già in analisi (ma da uno apparentemente scarso) per il progressivo scemare delle calze trasparenti, un tempo largamente, gioiosamente e maliziosamente indossate dalle femmine (vi ricordate il fruscìo derivante dall’accavallamento delle gambe femminili debitamente «fasciate», o eravate distratti?).

Poi ci si sono messe le britanniche, che hanno iniziato a dismetterle in pieno inverno a Londra, «esibendo» (povera esibizione) gambette pelosette (ma anche no) di color bianco-cadavere/violaceo, con i piedi costretti in scarpette con tacchi da cui affioravano, a prua, poveri mazzetti di pezzi di wurstel violacei, al di là di ogni tentazione (ma anche di fugace sguardo).

Questa «moda» (esistono le mode estetiche e quelle degradanti) si è man mano affermata nel resto del pianeta, accompagnata dall’utilizzo smodato – quanto di povero richiamo – di braghe femminili, di scarpe da jogging (specie per le giovanissime) e di scarpe apparentemente normali ma con le punte aperte e conseguenti tronconi di wurstel (sempre violacei anche d’estate) in brutta/orrenda mostra.

Con ciò mandando a rotoli l’interesse dei tanti (o pochi o medi) uomini attratti feticisticamente dal mondo delle gambe femminili (di un tempo) e dalle scarpe filanti che non rendono grottesco il piede femminile ma lo esaltano... alludendolo. Quanto agli uomini, posta la non attrattività tecnica (per me) dei loro arti inferiori, non posso esimermi, in coerenza con quanto sopra osservato per parte femminile, dal guardare con preoccupazione un fenomeno che percepisco come segue: cosa mai si potrà celare all’interno di una capsula di cuoio che stringe e soffoca – senza vie d’aria vere e senza «protezioni» – un povero piedone nudo e crudo??? Vogliamo fargli una tac visivo-olfattiva dopo 12/15 ore? Al più, potrebbe essere concesso l’utilizzo maschile di Tod’s per 3-4 ore serali a Portofino in pieno agosto (post barca), ma restando inteso che si tratterebbe comunque di uno «sgarro», anche se socialmente accettabile. Ma che diamine, Arbiter ci vuole dire qualcosa di definitivo su questa situazione???!!!!

Filippo Disertori

Inaudito!

(mail del 30 novembre 2016) 

Gentile direttore, 

la calza va portata nella scarpa classica, sempre e dovunque. Nella calzata con calza vedo la durevolezza di una storia, identità, spessore, concretezza, sicurezza, dottrina e magistero. Nel mocassino senza calze la novità dell’effimero, anonimato, freddezza, vacuità, inesperienza, contestazione e dissacrazione.

Al di là di ogni stratificazione o cristallizzazione codicistica, richiamando la tripartizione del nostro beneamato Balzac, il piede senza calza all’interno di una calzatura classica rappresenta un argine rotto a qualsiasi eccesso nel «coprirsi» e nell’«addobbarsi», ed è al contempo una delle colonne sbreccate ed atterrate, non troppo mute testimoni della decadenza irrimediabile del «vestire». 

Fenomeni ben noti di cui purtroppo, almeno a parere di chi scrive, la nostra età è schiava. 

Yuri Tartari

Etica ed estetica della caviglia

Come la cravatta al collo e l’orologio al polso, la calza sottolinea una cesura fondamentale del vestire. 

Privarsene significa rinunciare a un elemento di distinzione


I capi maschili più importanti sono giacca e scarpe, che a fronte di abissali complessità tecniche e stilistiche vantano un’inesauribile estensione espressiva. Entrambe offrono un vocabolario vivace e a tutti comprensibile, ricco di sfumature con cui raccontare storie, sogni e desideri del proprio passato, presente e futuro. A parità di qualità richiedono più o meno lo stesso lavoro, ma in comune hanno altre cose delle quali non si è mai parlato. In una giacca si distinguono un’opera viva e un’opera morta, come in una barca, solo che le posizioni sono invertite. L’opera viva della giacca è quella superiore, costituita dai vibranti volumi di spalle e torace. Le mess jacket di derivazione militare, le giacche andaluse da cavaliere e i bolero da torero non vanno oltre, e anche il frac vi si concentra separandola dalle code con un taglio orizzontale. Si tratta di capi ipermaschili, che allo scopo di esaltare la virilità isolano il principio attivo della giacca eliminando o emarginando quello passivo. Normalmente i due viaggiano insieme, anche se nei capi di buona fattura non esiste alcuna componente del tutto inerte. Quando gli appiombi sono corretti, l’opera morta non pende dalla vita come una calza appesa ad asciugare, ma scorre lungo i fianchi con una grazia che ne trasforma il peso in movimento. Allo stesso modo, nella scarpa vediamo chiaramente come la volontà estetica venga dichiarata nella parte anteriore e la posteriore serva a chiarire e completare le linee ivi impostate. In parole povere, una scarpa si comprende osservandone lo sviluppo dalla punta verso il tacco, una giacca seguendone la spiombatura dall’accollatura al fondo. Il delicato passaggio da una zona all’altra è rappresentato nella giacca dal garbo di vita, nella scarpa dalle cave. Tali fondamentali aree di congiunzione sono sottolineate nel primo caso dalla luce tra maniche e fianchi, nel secondo dal famice. Una calzatura senza arcata si potrebbe chiamare zoccolo, ciabatta, non certo scarpa. Le concordanze continuano nel criterio univoco con cui si differenziano i modelli. Giacche e scarpe, infatti, vengono entrambe descritte a partire dal sistema di allacciamento. Numero di petti e bottoni per le prime, posizione delle linguette ed eventuale numero di buchi o fibbie per le seconde. Per trasmettere l’idea fondamentale di una foggia parliamo di monopetto a tre bottoni, di monkstrap a doppia fibbia, ecc. Colori, materiali, decorazioni e altri dettagli vengono dopo. L’ultima corrispondenza su cui dobbiamo soffermarci è la presenza delle fodere, che manco a dirlo svolgono esattamente le stesse funzioni. Rendono più agevole indossare o calzare il capo, ne migliorano l’abitabilità limitando le frizioni, isolano l’esterno dall’inesauribile sorgente di umidità rappresentata dal nostro corpo e infine nascondono alcuni elementi strutturali la cui vista o contatto diretto non sarebbe piacevole. Tele e crini nelle giacche, contrafforti e puntali nelle scarpe. Man mano che tali strutture si alleggeriscono, una giacca comincia sempre più a pensare e comportarsi come una camicia e una scarpa come un guanto. Dimostrata la profonda analogia tra giacche e scarpe, posso ora proporvi una domanda retorica, nel senso che credo, o almeno spero, di conoscerne la risposta. Mettereste una giacca intelata direttamente sulla pelle? Chi lo trovasse sconveniente, e per di più scomodo, sa per quale motivo molti trovano sconveniente e scomodo calzare, o veder calzare, scarpe strutturate col piede nudo. La calza sta alla scarpa come la camicia alla giacca, questo è il punto. Messo sotto questa prospettiva, ecco che forse il tema diventa più chiaro anche ai profani. È la biancheria del piede, preposta alla sua igiene, traspirazione e protezione laddove queste funzioni siano rese necessarie dalla rigidità e scarsa aerazione del contesto. Non solo i piedi, anche le stesse calzature si giovano delle calze. Le forme ottenute con sostegni in cuoio sono infatti minacciate dall’esposizione a eccessi di umidità. Il discorso cambia radicalmente laddove regnino leggerezza, aerazione, flessibilità. Da tutto ciò si può trarre un principio generale: la calza è un dovere verso le scarpe la cui costruzione implichi elementi rigidi e fodere, facoltativa laddove la calzatura non abbia forme, né tensioni, fissate da elementi strutturali. A quest’ultima famiglia appartengono le scarpe a sacchetto come i modelli da guida o da barca, quelle con impostazione a pantofola tipo slipper o belgian shoe, i mocassini leggeri come i Gucci loafer e simili. Non ne fanno invece parte i tassel loafer, che si giovano del’impegnativa costruzione Goodyear, né i penny loafer di autentica ispirazione inglese. Anche le scarpe in canvas, se internamente foderate, richiedono le calze. Specialmente il modello oxford, che avendo un’imboccatura ridotta rispetto alle derby non si presta a essere calzato senza l’aiuto di un tessuto scorrevole. Che il piede sia inguainato o meno nelle pellicole da würstel dette fantasmini, non cambia nulla. La caviglia apparirà comunque nuda, suggerendo l’idea che lo sia anche il piede. Sin qui abbiamo esaminato l’opportunità della calza rispetto alla scarpa, resta da dire qualcosa dei suoi rapporti con tutto il resto. Con abiti formali, l’esigenza di vestire la caviglia sarà sempre prevalente. Del resto in tale registro si utilizzano calzature severe, con le quali esibire peli, vene e malleoli non è diverso dal grattugiare pecorino su una torta Sacher. Eliminare le calze in simili condizioni non è una rinuncia, né una comodità, solo un’esibizione. In situazioni informali ci sarà più spazio di manovra, mentre in panni sportivi le calze potrebbero essere addirittura di troppo. Non bisogna mai dimenticare che le aree in cui la rappresentazione artificiosa dell’abito termina e fa capolino la nostra realtà fisica, ovvero la carne, sono nell’abbigliamento le più significative. Intorno a collo, polsi e caviglie si aprono i tre occhi della tenuta maschile classica, la cui espressione va curata in modo particolare perché sarà esposta alla scansione, cosciente o meno, di tutti coloro che incontriamo. Piuttosto che toglierle suggerirei di comprare tante calze, come facciamo con le cravatte, in modo da potersi divertire a dosarne il ruolo intonandole in modi sottili. In conclusione, propongo come ispirazione uno dei segreti criteri che reggono l’estetica classica: l’uomo ha tutto da guadagnare nell’essere coperto. Ciò significa che non sempre gli serve un motivo per indossare qualcosa, mentre deve averne uno valido per toglierla.

di Giancarlo Maresca

Se il maschio è nudo

Il pantalone che sale sempre più su verso il ginocchio scoprendo malleoli e polpacci maniacalmente depilati indica un cambiamento epocale in corso del concetto di virilità. Perché la scelta del calzino segna la distanza tra l’essere e l’apparire

L’apparire è uno dei modi più forti ed efficaci che l’uomo ha per entrare in contatto con gli altri, e l’autostima è anche una forma di autorappresentazione, il frutto di come noi trasmettiamo il nostro corpo agli altri. La funzione della «moda» è questa, dare una forma socialmente condivisa, o per emulazione, o per opposizione, alla rappresentazione di sé. Nella moda, nel modo di abbigliarsi, di indossare o di non indossare un capo (come nel caso per esempio della calza) cerchiamo di trovare cose che ci rendano unici, oppure che ci rendano simili. I modi di abbigliamento poi diventano «di moda» perché naturalmente le persone psicologicamente tendono a seguire e per lo più a uniformarsi, anche nel vestire, alle persone considerate di «rango superiore»: un tempo le classi nobili, i ricchi, i potenti, oggi gli attori, i calciatori, i cantanti. L’altra componente psichica che si innesca nell’atto del vestirsi è quella che riguarda un meccanismo anche questo innato, soprattutto nel maschio, quello della competitività, sia sociale sia sessuale. Gli animali rizzano il pelo, gonfiano la coda per apparire più grossi e minacciosi al rivale dello stesso sesso. Noi oggi riserviamo questa funzione alla cravatta, alla giacca, all’orologio, alla scarpa, persino al calzino. E queste sono dinamiche naturali, insite nell’uomo contemporaneo. Negli ultimi anni, però, si riscontra una componente nuova: il maschio sta perdendo molte delle sue certezze, in primis la consapevolezza e la padronanza della propria virilità. È un periodo di fortissimo cambiamento, sociale e di genere, e ci sono elementi oggettivi che portano a un maschio che si interroga molto di più su se stesso, si mette in discussione. Sono drasticamente diminuiti i lavori pesanti, che erano un discrimine dove la costituzione fisica naturale che differenziava in partenza l’uomo dalla donna era immediatamente evidente. Viviamo molto di più in realtà urbanizzate, e quindi le occasioni di confronto con gli altri sono esponenzialmente più elevate di quando le persone vivevano in contesti rurali a bassissima densità di popolazione. 

Rimanendo all’ambito della «moda», sono venute meno le uniformi, non solo quelle di tipo militare, ma tutte le varie tipologie di «uniformi» che contraddistinguevano la vita maschile: la cravatta, quando ancora la si indossa, è l’ultimo rimasuglio di un mondo fatto di uniformi. Infine, la personalità e il ruolo delle donne sono decisamente cresciuti, e il maschio è stato costretto a cedere terreno, responsabilità, potere, nelle piccole come nelle grandi cose. Tutte queste concause hanno portato a un ripiegamento del maschio su se stesso: non avendo più molte occasioni per esprimere la propria fisicità sull’esterno, la esprime avvitandosi su se stesso, per esempio ponendo un’attenzione fin maniacale alla cura del corpo, come l’incremento nell’uso di creme o l’ossessione per la depilazione di ogni parte del corpo, che è sempre stato un tratto distintivo femminile. Il progressivo accorciarsi dei pantaloni, che ormai nelle persone più modaiole sono arrivati quasi a metà polpaccio, va in questa direzione, è un altro recupero di una caratteristica propria del genere femminile, ed ecco che infatti cade anche l’ultimo tabù: anche l’uomo elimina le calze dal suo guardaroba, e mette in mostra caviglie e parti sempre più abbondanti di gamba scrupolosamente depilata. 

Capita, seguendo questa traiettoria, che si arrivi anche a delle estremizzazioni del comportamento che possono arrivare fino alla patologia, ed è quello che succede, per fare un paragone in un ambito diverso, con i disturbi alimentari, altro ambito in esplosiva crescita più o meno per le stesse dinamiche psichiche e sociali di confronto-raffronto con gli altri, e di messa in gioco dell’autostima. Da alcune scelte alimentari mutuate magari «per moda» si può infatti degenerare in situazioni patologiche di ortoressia, ovvero di ossessione per certi tipi di cibi. Ho fatto un giro un po’ lungo e tortuoso, lo so, ma eccoci al punto, a una possibile spiegazione della scomparsa della calza, e alla caviglia nuda come ultima moda. È un discorso circolare, che si autoalimenta. La scelta di non mettere la calza infatti non è necessariamente il punto di arrivo di questa devirilizzazione del maschio, ma è diventato in un certo momento un fattore di moda. Ovvero di imitazione dell’altro, di coloro che sono considerati modelli, per una doppia dinamica di emulazione e di invidia. Non dimentichiamo che viviamo nell’epoca dell’immagine, del selfie, dell’apparire subito e in maniera più incisiva e «cliccata» rispetto agli altri, e il mondo virtuale ha un’enorme influenza sullo sviluppo dei costumi, e premia soprattutto quei costumi che sono particolari, bizzarri, curiosi, provocatori. 

Non esiste quindi una regola, a livello medico-psichiatrico, sulla bontà o meno di indossare o non indossare la calza. Ma esistono spiegazioni sulle dinamiche che portano a certi comportamenti piuttosto che ad altri. Poi, come si suol dire, il mondo è bello perché è vario, e la moda è il simbolo di questa varietà e di questa bellezza. Importante è però una cosa: che non sia troppo ampio il divario tra il come noi ci sentiamo e il come ci vorremmo sentire (e, quindi, come ci atteggiamo per apparire). Un divario troppo ampio tra questi due poli genera fragilità, perdita dell’autostima, e quindi può portarci verso situazioni che toccano il patologico. Ci vuole equilibrio, insomma, e coltivare la capacità di rapportarci all’altro (testo raccolto da Mattia Schieppati).

di Enrico Prosperi

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