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Vita da Arbiter

Ma io sto con Cecco Beppe

Mai Milano e la Lombardia sono state così prospere come sotto gli austriaci, capaci nel loro pragmatismo di garantire pari opportunità e favorire l’ascesa sociale di chiunque. Ecco perché nelle Cinque giornate avremmo dovuto stare a fianco delle «giubbe bianche»

La prima immagine che mi viene in mente ripensando alle Cinque giornate di Milano è la sequenza iniziale di Giù la testa di Sergio Leone, con la famosa citazione di Mao Zedong sulla natura violenta della rivoluzione e l’inquadratura immediatamente successiva che riprende Rod Steiger mentre orina sulle formiche. La metafora è sin troppo ovvia: in tutte le rivoluzioni (messicana o milanese o russa che sia) a rimetterci sono sempre le masse incolte e influenzabili. La Lombardia e Milano non erano il Messico, perlomeno da quando nel 1714 vi si era conclusa la dominazione spagnola contro la quale sarebbe in effetti stato sacrosanto ribellarsi (cosa che invece non avvenne, eccezion fatta per episodi isolati come l’assalto ai forni di manzoniana memoria). Anzi, mai Milano e la Lombardia erano state così prospere come sotto gli austriaci, artefici di riforme magari meno altisonanti di quelle napoleoniche, ma capaci nel loro pragmatismo di garantire davvero pari opportunità e favorire l’ascesa sociale di chiunque. Riforme che avrebbero cambiato il volto di quella regione e l’attitudine dei suoi abitanti fino a oggi, favorendo la nascita di una meritocrazia del lavoro immune da parassiti o privilegi e spianando la strada a quell’eccellenza nella moda e nel gusto che mai come oggi il mondo c’invidia. Le colture di gelsi notoriamente razionalizzate dal Catasto teresiano avrebbero infatti trasformato la Lombardia e in particolare Como nella capitale europea dell’industria della seta. Chiedetelo a Hermès, che proprio dai suoi pellegrinaggi comaschi ha compreso appieno le potenzialità e la straordinaria tavolozza di colori dei capi in seta. D’altronde, è sotto la dominazione austriaca che Milano raggiunge il suo status di capitale culturale, con i dibattiti innescati da Pietro Verri e Cesare Beccaria sulle pagine de Il caffè e il teatro alla Scala risuonante delle note composte dai Gioachino Rossini e cantate dalle Giuditta Pasta di fronte a una mirabile schiera di «belle dame in toelette magnifiche, circondate da ufficiali austriaci le cui uniformi bianche spiccavano sul fondo scuro dei palchi», come riferisce un testimone dell’epoca. A guardare bene, ad avere un po’ in uggia gli austriaci erano semmai coloro che in tempi più o meno remoti avevano goduto di privilegi. Ossia il clero, nei confronti del quale il cancelliere Kaunitz non aveva usato particolari riguardi nell’introdurre il già menzionato Catasto, vero e proprio spauracchio per le manomorte ecclesiastiche. E l’aristocrazia; nella fattispecie quella pletora di «nuovi nobili» creati nei tempi recenti del regno napoleonico: sappiamo bene che Bonaparte non era andato per il sottile nel conferire titoli campati in aria, come dimostrato dai vari duchi di Ragusa, principi della Moscova e re di Svezia spuntati come funghi durante il suo impero. La commissione araldica istituita dagli austriaci alla vigilia della Restaurazione (e ancora attiva negli anni 40 dell’800) con il compito di esaminare la validità dei titoli nobiliari nelle loro province dell’Italia settentrionale doveva pertanto risultare indigesta a non pochi patrizi «acquisiti». Comune a pressoché tutti i nobili era l’attitudine cospirativa, finalizzata in quello specifico frangente a unire il Lombardo-Veneto al Regno di Sardegna ma in fin dei conti coerente con quella passione per il gioco della rivoluzione cui l’aristocrazia ambrosiana di larghe vedute ha più volte dimostrato di non essere immune. Allo stesso modo in cui quest’ultima negli anni 70 del secolo scorso aprì le porte dei suoi salotti buoni agli apostoli della rivoluzione armata, nei giorni 18-22 marzo 1848 ovvero all’epoca delle Cinque giornate avrebbe offerto alle teste calde i fucili acquistati in Svizzera in previsione della rivolta. O, in alternativa, gli ancora più preziosi pezzi da museo messi a disposizione degli insorti dai vari Poldi-Pezzoli e da altri blasonati proprietari di armerie antiquarie. Questo sì che è radical-chic, altro che le P38...

A proposito di Svizzera, all’indomani della grande ubriacatura, allorché nell’agosto dello stesso anno la faziosità dei ribelli e l’irresolutezza (se non inettitudine tout-court) del loro alleato Carlo Alberto avrebbero sancito il ritorno degli austriaci a Milano, è proprio nella vicina Confederazione oltreché in Piemonte e in Francia che i capipopolo ormai compromessi avrebbero trovato rifugio in virtù dei loro mezzi (anche qui nulla di nuovo sotto il sole...). L’epitome più incisiva di quanto andiamo sostenendo è d’altronde la frase che secondo le cronache di allora riecheggiava tra le file del popolo mentre l’Imperial-regia Armata faceva il suo ingresso nel capoluogo lombardo riconquistato: «Hinn staa i sciuri!!!». Sì, erano stati i signori che con metodi da conventicola in odore di massoneria avevano intessuto le trame della sollevazione celandosi dietro un fantomatico Comitato segreto. Tanto segreto che si è giunti a metterne in dubbio la reale esistenza... assai poco reali erano in ogni caso i 40mila fucili su cui si giurò e spergiurò che avrebbe potuto contare la popolazione una volta insorta contro le giubbe bianche, gli ussari e i Kaiserjäger del maresciallo Radetzky.

Ed erano stati i signori a invocare il monarca piemontese quando era ormai evidente che le barricate sorte un po’ dappertutto per le vie di Milano (se ne contarono ben 2mila) oltre a scacciare lo straniero rischiavano di sovvertire l’ordine sociale. In verità, paragonato all’imperatore Ferdinando lo straniero era semmai Carlo Alberto, come avverte il 19 aprile 1848 il conte Hartig, commissario plenipotenziario di Smira (Sua Maestà Imperial Regia Apostolica), in un bel proclama adorno dell’aquila bicipite: «Ecco abbandonato il vostro suolo natio ad un Sovrano vicino, che né di sangue né di cuore potrà dirsi più italiano del vostro: dell’imperatore Ferdinando, nipote di Pietro Leopoldo». C’è in effetti da chiedersi se gli Asburgo-Lorena a lungo padroni della Toscana (circostanza che si sarebbe fatta sentire fino a Francesco Giuseppe, con il suo italiano ricco di fiorentinismi) non fossero più italiani dei Savoia e di Carlo Alberto, presso la cui corte torinese parlare italiano era considerato alla stregua di un esotismo un po’ bizzarro, ci si trovava maggiormente a proprio agio con il francese o, al limite, con il dialetto piemontese. Difficilmente i nobili ambrosiani avrebbero potuto scegliere un alleato peggiore del signore autocrate di uno degli Stati più illiberali d’Europa, nonostante il passo in avanti fatto con la concessione (a denti stretti) dello Statuto Albertino. Più che Stato, un autentico Stato-caserma, tale da suscitare le perplessità dello stesso Radetzky al quale le uniformi e lo spirito marziale non risultavano sicuramente indigesti: «Il re Carlo Alberto ha sempre aspirato a un piede di guerra sproporzionato alla popolazione e alle risorse del suo regno. Gli Stati Sardi possono tollerare un esercito di 60mila uomini. Portandolo a 80mila egli rovina il proprio paese. Già ora non si veggono più nelle campagne che vecchi, donne e fanciulli», osserva il maresciallo imperiale.

Un’alleanza fatale, che ci avrebbe legati a doppio filo a questa dinastia per i cent’anni successivi, fino all’indecorosa fuga a Brindisi e al referendum monarchia-repubblica. D’altronde, se il buon giorno si vede dal mattino c’era assai ben poco di buono da aspettarsi alla luce degli avvenimenti di quel fatale 1848, con le proverbiali esitazioni del sovrano sabaudo a scendere in campo contro gli Austriaci alla vigilia dei fatti di Milano. Esitazioni, beninteso, maggiormente ascrivibili al cinico calcolo rispetto alla proverbiale indole amletica attribuita al «re tentenna»: «Il re di Sardegna aspetta, per dichiararsi, la sollevazione della Lombardia e i lombardi aspettano, per sollevarsi, la dichiarazione di guerra del re all’Austria»: a mettere in chiaro questo tragicomico corto circuito è il conte austriaco Josef Alexander von Hübner, testimone oculare delle Cinque giornate nonché prigioniero degli insorti milanesi e autore di un ottimo resoconto tradotto in italiano all’alba del XX secolo. Se i rivoltosi lombardi riuscirono ad avere la meglio su un esercito temibile come quello austriaco, il merito è da ascriversi da un lato alla micidiale efficacia della guerriglia o, come si dice ai nostri giorni, della guerra asimmetrica (i vietcong ci avrebbero vinto una guerra alle spese dell’esercito più potente del pianeta...); dall’altro alla presenza nella loro compagine di un individuo straordinario come Carlo Cattaneo. Che non a caso esitò fino all’ultimo, ossia fino al terzo giorno dell’insurrezione sull’opportunità di unirsi agli insorti, fautore com’era di una federazione di Stati italiani sotto l’egida dell’imperatore austriaco. Uomo di pensiero e di azione al tempo stesso, il fondatore della rivista Il politecnico dimostrò di essere non solo un ottimo politico (sua l’intuizione vincente d’istituire un Consiglio di guerra immune dall’influenza di repubblicani mazziniani e realisti moderati), ma anche un eccellente stratega. Ciò che costrinse alla fuga le giubbe bianche bene asserragliate nel Castello Sforzesco e negli antichi bastioni della città furono i combattimenti presso Porta Ticinese, voluti dal Cattaneo e decisivi in quanto aprirono una breccia tra i milanesi insorti e i ribelli provenienti dal contado.

La brillantezza di un Cattaneo non basta tuttavia a riabilitare la miopia o, a dire le cose come stanno, la stupidità di fondo della violenta rivoluzione milanese. La guarnigione imperial-regia di stanza a Milano era composta per buona parte da croati e ungheresi ignari della lingua tedesca, immeritevoli di morire per una ribellione al monarca austriaco e, a pensarci bene, assai inclini a fare causa comune contro quest’ultimo se solo gli sciuri milanesi avessero fatto lavorare un po’ di più il cervello. Come avrebbe dimostrato di lì a poco la rivoluzione in Ungheria, dove manco a farlo apposta si sarebbe distinto come campione della libertà il colonnello degli ussari dispiegati a Milano durante le Cinque giornate, Lázár Mészáros. Invece si pensò bene di vincere alla propria causa i soldati dell’esercito multinazionale piantandogli un coltello nello stomaco; come nel caso della prima vittima dell’insurrezione, un croato trafitto il 18 marzo da Giovanni Battista Zaffaroni, giovane seminarista esaltato non si sa se più dalle gonnelle patrizie o dai proclami tonitruanti di Pio IX. Pontefice che di lì a poco avrebbe rinnegato i suoi entusiasmi liberali per imprimere alla sua politica una svolta di 180 gradi in senso reazionario... diffidate sempre dei papi liberal, e chi ha orecchie per intendere intenda! È per tutte queste ragioni che quando leggo le descrizioni delle Cinque giornate in chiave agiografica mi viene l’orticaria: persino nel caso del volume scritto nel 1988 da mio padre Guido, strumento in fin dei conti valido ma non estraneo in alcune pagine a quella retorica patriottarda che nolens volens fu inculcata in maniera pressoché indelebile agli italiani della sua generazione. Mio padre scrive per esempio che il 18 marzo «nel frenetico ondeggiare degli attacchi [...] si vedono donne accorrere ardite, con i grembiuli pieni di sassi, agitando alti i bambini, come a voler protendere in atto di sfida davanti agli occhi dello straniero oppressore la forza intatta della Milano del futuro». Beh, per quanto cerchi di sforzare la fantasia, io qui vedo solamente in atto l’assai poco edificante pratica dell’impiego di scudi umani...

Mi conferma nel mio sospetto il già citato Hübner, che nelle sue memorie delle Cinque giornate scrive: «Sulla stessa piazza del Duomo si sono viste due piccole frotte di birichini fra gli otto e i dieci anni, non toccati dai nostri per riguardo alla loro età, gironzolare tranquillamente. Varii di codesti ragazzi si sono avvicinati ai nostri soldati sorridendo e, arrivati loro vicini, hanno esploso contro di essi dei colpi a bruciapelo. Questi piccoli mostri sono caduti uccisi sul luogo. Scene siffatte devono essere accadute [...] in varii punti della città». Né d’altronde m’infervora la notizia che i membri del Consiglio di guerra apponevano a tutti i loro atti la formula «Italia libera». Questi mantra non hanno mai riscosso le mie simpatie, anzi mi ricordano da vicino i «Viva l’Italia! Vinceremo!» che ipnoticamente i miei zii (e mio padre stesso, senza dubbio) erano costretti a vergare in forma di preambolo a tutti i loro componimenti della scuola elementare, negli anni della guerra. Oppure la formula titina «Smrt fašizmu – Sloboda narodu / Morte al fascismo – Libertà ai popoli» con cui quella povera vecchietta della mia nonna Argia doveva inesorabilmente suggellare le sue dichiarazioni scritte da quando i partigiani iugoslavi erano entrati a Fiume...

Ma poi, che cosa ci ha portato in fin dei conti la tanto vagheggiata «Italia libera»? La pia illusione dell’autodeterminazione, laddove uno sguardo un po’ più attento ai curricula dei protagonisti della compagine risorgimentale (a partire dal Gran maestro Giuseppe Garibaldi...) sarebbe bastato a capire che il posto reso vacante dal sovrano straniero sarebbe presto stato insediato da nuovi poteri sovranazionali ben più temibili; che cos’è infatti l’imperatore d’Austria di fronte al Capitale e ai poteri occulti da cui esso è manovrato? Senza contare le manifestazioni più immediate del cambiamento di regime, prima tra tutte la sostituzione della macchina perfettamente oliata della burocrazia imperial-regia con il miope e asfittico apparato delle mezzemaniche piemontesi; un apparato colpevolmente repressivo nei confronti del libero spirito d’impresa, responsabile di aver tarpato le ali a generazioni di piccoli e medi artigiani, da sempre vero nerbo dell’economia del nostro Paese. La mia simpatia va quindi tutta all’Austria, al cancelliere Kaunitz e al maresciallo Radetzky (anzi, a «babbo Radetzky», come lo apostrofa affettuosamente Hübner). A Radetzky che non rase al suolo la Milano ribelle più per intelligenza che per senso d’umanità. A Radetzky che, ultraottantenne ai tempi dei fatti che stiamo narrando, perse la battaglia di Milano ma di lì a poco avrebbe vinto la guerra infliggendo batoste memorabili a Carlo Alberto in quel di Custoza e, l’anno successivo, di Novara. Nomi gloriosi che a buon diritto avrebbero fregiato nei decenni successivi gli scafi delle imbarcazioni dei lupi di mare e degli esploratori austriaci; fino al tramonto dell’Impero asburgico, caduto vittima di quel terribile mostro da laboratorio che si chiama nazionalismo. E se già l’anno scorso ai tempi dell’elezione del nuovo sindaco di Milano auspicavo da queste pagine d’intitolare una via o piazza di quella città a Kaunitz, l’artefice della prosperità del capoluogo lombardo a partire dall’epoca teresiana, ora alzo la posta chiedendo di inserire nella toponomastica milanese un omaggio al maresciallo Radetzky (in avvicendamento magari a quel funambolo di Gabrio Casati, al quale è intitolata un’importante via). Ma non si tratta solo di celebrazioni. Milano è una città proiettata al futuro, che per spiccare il volo necessita però di essere liberata dalle tasse, con una riforma che le permetta di diventare un hub ancora più appetibile di quanto non lo sia già.

di Alberto Gerosa

  

Tax free area sotto la Madonnina

Liberiamo Milano dalle tasse, considerando la mancata riforma dell’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti

di Ugo Bertone

Liberiamo Milano dalle tasse? Perché no. Ma non sarà facile, a giudicare dalle difficoltà incontrate dalle iniziative passate di Giulio Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia. Nel 2010, in particolare, sembrava che il traguardo fosse a portata di mano. Il governo Berlusconi, infatti, aveva all’epoca varato una norma relativa al Regime fiscale di attrazione europea che prevedeva un trattamento di particolare favore per le imprese che avessero deciso di operare in Italia. «Già allora», ricorda l’ex ministro, «si pensava alle società finanziarie e a Milano come piazza finanziaria. Per effetto di quelle norme le imprese europee che avessero deciso di stabilirsi e di operare a Milano non sarebbero state soggette alla tassazione italiana, ma avrebbero potuto portarsi dietro il più favorevole regime fiscale proprio dello Stato europeo di provenienza». Una norma pensata già allora per attrarre l’attenzione delle banche della City, ancor prima che all’orizzonte si profilasse per gli istituti di credito la necessità di pensare a un trasloco dopo l’uscita di Londra dall’Ue. «Questo impianto normativo», fa notare l’ex ministro, «proprio per come era stato congegnato, per definizione non poteva essere considerato in contrasto con le norme europee». Fermiamoci un attimo a pensare al vantaggio competitivo che oggi avrebbe Milano se fosse passata questa riforma: gli istituti di credito, al momento del trasloco, avrebbero evitato una valanga di modifiche legislative e regolatorie.

Ma il governo che aveva introdotto la riforma cadde di lì a pochi mesi. «E nel 2014 la relativa normativa», ironizza Tremonti, «è stata abrogata con una certa lungimiranza dal governo Letta». E si è così interrotto un cammino che sembrava ben avviato come aveva confermato lo stesso ministro al Salone del risparmio in Bocconi. Milano sembrava allora destinata a fare da cavia per una grossa avventura destinata a produrre frutti per tutto il Paese. «Per l’attività finanziaria», aveva spiegato, «l’idea è di applicare a Milano i regimi fiscali che per esempio ci sono in Irlanda, per un tempo dato e a determinate condizioni. L’idea è molto semplice: facciamo shopping di regimi fiscali: se un regime di favore è buono in altri Paesi forse è buono anche qua». Da allora sono trascorsi pochi anni ma tante emozioni. L’Ue è attraversata da numerose spinte centrifughe. La frattura della Brexit ha introdotto elementi di rottura o quantomeno di forte competizione tra i vari Paesi dell’Unione. Non passa settimana senza che una delegazione parta da Parigi o da Madrid per sostenere l’ambizione di queste capitali di sostituirsi alla City come centro pulsante della finanza dell’Ue. è una gara cui partecipa anche Milano, in lizza (forse con maggiori chance di successo) per ospitare la sede dell’Agenzia europea del farmaco. In questa cornice torna d’attualità il concetto di una free zone area all’ombra della Madonnina. «Può tornare opportuno»,  concorda Tremonti, «riparlare di questo progetto per cui non rivendico diritti di brevetto. O, se preferite, sviluppare qualcosa di simile».

Per prima cosa, però, occorre sbarazzarsi della Tobin tax che, al contrario, allontana gli investitori dalla piazza finanziaria milanese come testimonia il calo dei volumi dopo la sua introduzione nel 2012/13 (governo Monti). «Si tratta di un “curiosum” negativo nell’universo fiscale», nota con malcelato sarcasmo l’ex ministro. «Un caso di imposta a livello mondiale ma con una presenza solo locale». L’effetto della legge, a lungo caldeggiata dalla Germania che però si è ben guardata dall’introdurla nella sua legislazione, è stato devastante. «Con un gettito di poche centinaia di milioni di euro, largamente inferiore al previsto, la Tobin tax italiana è la tipica imposta capace di produrre modesti “benefici” per il pubblico bilancio, a fronte di imponenti “malefici” di sistema. A partire proprio dallo spiazzamento di Milano come possibile piazza finanziaria europea».  L’abolizione della Tobin tax è una condizione necessaria. Ma non sufficiente. «Il fattore fiscale non è comunque mai da solo decisivo per le sorti di una piazza finanziaria perché contano anche la regolamentazione legale, l’efficienza e la competenza degli uffici che devono applicare le regole, l’offerta dei servizi per le famiglie degli operatori...». Meno tasse, dunque, ma non solo. Perché nella visione di Tremonti la no tax area può essere un vaccino per reagire alle crisi attuali e ai problemi (finanziari, geopolitici, istituzionali, sociali) che minano le fondamenta del Vecchio Continente diventato nel giro di pochi anni il Mundus furiosus (titolo del suo ultimo libro). Come negli anni seguiti alla scoperta dell’America, l’Europa, sotto la pressione della globalizzazione, ha smarrito i riferimenti del recente passato. Chissà, per affrontare il futuro, la mossa giusta consiste nel ritrovare i pilastri di un passato glorioso.  

 

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