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Vita da Arbiter

Disco Interno

Giuseppe Pinto ha creato nel suo garage un riproduttore di vinili innovativo che un colosso americano non si è lasciato scappare

«Giuseppe, carta e matita sul comodino non devono mai mancare». Un dettame dall’aroma antico, denso di saggezza ancestrale e profumo di buon caffè, riecheggia, meglio dire risuona, tra le quattro anguste mura di un garage-laboratorio, sottoscala di un palazzo di Napoli, rione Materdei. Così recitava nonno Leopoldo, tornitore di precisione con la passione di inventare macchine industriali per tutte le esigenze, fino ai 99 anni. La soluzione è folgorante e inaspettata e il processo creativo va coltivato ovunque, nel cuore della notte, tra il fumo di una tazza di caffè nero bollente, laddove soggiace l’ispirazione e l’heritage si fa futuro.

«Le sue creazioni avevano una particolarità: non partivano da un progetto iniziale ma solo da personale ispirazione. Fino ai suoi ultimi giorni di vita trascorrevamo intere giornate insieme, osservavo e rubavo tecniche e inventive, lui mi supportava nella progettazione meccanica dei prototipi che eseguivo, io lo sostenevo nelle creazioni di appositi cablaggi per macchine». Giuseppe Pinto, trentenne napoletano tecnico del suono, è un traghettatore nei tempestosi mari dell’era digitale. I guru americani in t-shirt e felpa e i ragazzi d’oro cinesi della new economy si sfidano sul mercato globale a suon di mission statement, in un parossismo cliente-centrico, nello sforzo di raggiungere, se mai sarà possibile, l’equilibrio perfetto tra fisico e online. Poi arriva uno come lui, memore dell’insegnamento di nonno Leopoldo («dal nulla e dal passato tutto si può creare») che, anziché mischiare le carte, le mette in fila. Getta un ponte che unisce l’analogico e il digitale, la tradizione e l’innovazione, il vinile e i file flac e lo chiama On, acronimo di Old & New. Ma dalle parti di Cupertino e Menlo Park sanno che il gracchiare dei cari, vecchi 33 giri può diventare musica liquida? «I vinili tornavano sul mercato, e allo stesso tempo ci si divertiva con le piattaforme online, Spotify, Deezer, Napster. L’idea di base è nata sull’evoluzione del vero rumore che si crea con la musica liquida. Su questa riflessione decisi di fare una macchina completa partendo dal vinile e che le valvole dovevano seguirmi». Proprio come, intorno ai cinque anni, «iniziai a smontare qualsiasi console da gioco mi passasse tra le mani pur di capire cosa ci fosse al suo interno», o a smontare un telefono di casa guasto, «ma quando provai a collegare il microfono e la batteria non riuscivo ad amplificare il suono...». A dieci anni, l’assemblaggio del primo amplificatore da 45 watt, e dopo una settimana di prove, fumo e scampati incendi provocati da errati collegamenti dei componenti, qualcosa accadde: «Dai miei diffusori costruiti nel cartone riciclato uscì un suono flebile... Ero fiero e continuai a lavorarci su per perfezionarmi».

L’ossessione per il rumore, quindi. «Decisi di investire unicamente nel mio laboratorio, quel sottoscala non è stato solo un luogo di riparazioni e sperimentazioni, ma soprattutto di ispirazione e di scambio. Punto di ritrovo di audiofili e amici che trascorrevano ore a guardare affascinati i miei lavori e ascoltare buona musica. Chiunque venisse aveva una birra da sorseggiare e il suo vinile da ascoltare»: 22 mq consacrati alla craftmanship, come direbbero i guru in t-shirt e felpa di Cupertino e Menlo Park, un’officina dell’artigianalità pre-Internet nel cuore di Napoli, pigiando tasti, alzando cursori e girando manopole dei Marantz, Sansui, Thorens, Marshall, Revox e Tecnichs. Nominate questi brand ai millennial e alzeranno le spalle. «Mi inorgogliva riparare amplificatori, diffusori, vecchie radio, ma volevo di più. Volevo creare qualcosa». Nacque H2A, amplificatore stereo per cuffia, realizzato con tecnologia valvolare, assemblato completamente a mano. «Una sera, prima di chiudere il mio sottoscala, tra una sigaretta e una birra, abbozzavo il disegno di quello che sarebbe stato il mio H2A». Fiero, iniziò a promuoverlo presso amici-clienti, trovò perfino un distributore. Arrivarono i primi ordini, ma non i pagamenti. «Continuavo a fare il mio lavoro di fonico, mi occupavo di realizzare studi di registrazione, ma il mio sogno affondò. Il sottoscala ritornò a essere luogo per le riparazioni e fucina di ingegni, prototipi e sperimentazioni».

Ma la via era tracciata. La delusione si sarebbe presto stemperata nella gioia irrefrenabile di una start-up dal sapore antico e moderno. «Su una bozza iniziai a scrivere tutte le funzioni che doveva avere On». Carta e matita... nonno Leopoldo... On è un gioiello timeless, di cura artigianale e di ricerca tecnologica. Un giradischi plug and play in grado di gestire tutte le sorgenti, dall’analogico al digitale. Si collega al computer con un cavo usb e ai dispositivi portatili attraverso un ricevitore audio bluetooth. Accoglie un preamplificatore valvolare con alimentazione dedicata e, su richiesta, amplificatori da 100 a 500 watt. Il design minimale abbraccia in pieno la filosofia della componentistica che racchiude il mondo delle sorgenti audio dal puro analogico all’alta definizione del digitale. Con l’ambizione di combinare elementi tradizionali (le finiture in legno impiallacciato con legni di prima scelta, le valvole a vista) e materiali innovativi (piatto rimovibile e manopole in Corian, braccio in fibra di carbonio).La partecipazione all’edizione 2016 del Munich High End è lo spartiacque della storia di On. «Noleggiai un furgone, caricai tutto e partii per l’avventura, 15 ore di viaggio per raggiungere la meta. Allestimmo uno stand che urlava di essere italiano grazie all’eleganza e allo stile senza fronzoli. Un tavolone di cinque metri in multistrato di betulla sul quale erano posizionati quattro apparecchi e via di volume... Portammo a Napoli oltre 80 business card e diversi contatti per la distribuzione, Giappone, Turchia, Danimarca, Stati Uniti». La definitiva consacrazione avviene la scorsa estate al Ces (Consumer Electronic Show) di Las Vegas. Dove accade l’incontro che sancisce l’happy ending di una storia meravigliosamente in bilico tra passato e futuro. Il McIntosh Group, colosso dell’elettronica a stellestrisce, acquisisce la start-up di Giuseppe Pinto tramite la partecipata italiana Sonus Faber. «Sono incredulo. Ho respirato la polvere degli amplificatori McIntosh da ragazzo. È la cosa migliore che mi potesse capitare, da solo non c’è l’avrei mai fatta». Nonno Leopoldo, da lassù, sorride.

di Giovanni Franciosi

NATI IN GARAGE

Da Apple a Lotus, da Google a Technogym, sono molti i grandi marchi concepiti in un piccolo laboratorio casalingo

di Marco Gemelli

C’è chi vi conserva gli attrezzi per il bricolage, magari la chitarra che ha iniziato a strimpellare in gioventù o il baracchino con cui ha coltivato fugaci velleità da radioamatore. Altri semplicemente vi accatastano scatoloni pieni di roba vecchia, destinati a prendere polvere nella speranza di tornare utili un giorno. Talvolta, tuttavia, oltre a essere un limbo in cui lasciar naufragare le passioni mai fiorite, il garage di un uomo può diventare un luogo dove veder nascere e sviluppare idee, un laboratorio dove far vivere progetti e intuizioni, una fabbrica e palestra di talenti. Se è vero che, come ebbe a dire il francese Paul Claudel, «l’ordine è il piacere della ragione, ma il disordine è la delizia dell’immaginazione», allora diventa facile immedesimarsi in chi, davanti al caos che regna nel garage di casa, preferisce abbassare la saracinesca ripromettendosi di mettere ordine, prima o poi. Chissà però che il pagar dazio a un box pulito non possa compromettere qualcosa di più grande, perché la storia insegna che in quel caos calmo ai confini dell’uscio domestico possono nascere miti e imperi.

A ben vedere, anzi, molti dei grandi brand del nostro tempo sono stati concepiti e realizzati proprio in anonimi e polverosi garage. Oggetti che oggi sono diventati di uso quotidiano e semplificato la nostra vita devono la loro ideazione allo speciale rapporto che corre tra l’uomo e il luogo in cui questo coltiva piaceri e inclinazioni. Pensiamo alla Apple di Steve Jobs e Steve Wozniak, l’esempio più noto: nel 1976 i due compagni d’università, rispettivamente a 21 e 26 anni, iniziarono a costruire i primi 50 esemplari di computer in un garage di Cupertino, in California, in appena 30 giorni. Fu quella la scintilla che portò la Apple Computer a diventare l’impero hi-tech che conosciamo.

E cosa dire di Amazon, la più grande piattaforma mondiale di vendita online? La società fondata da Jeff Bezos nel 1994 come libreria virtuale ha mosso i primi passi nel suo garage di Bellevue, a Washington: dal primo volume venduto nel luglio 1995 passarono solo due anni prima della quotazione in borsa e la scalata al successo planetario. Discorso simile per Google, altro colosso del web: i suoi creatori, i dottorandi Larry Page e Sergey Brin, avviarono l’impresa nel garage di Susan Wojcicki a Menlo Park, in California, nel settembre 1998. La scelta del box dell’amica Susan (oggi alla guida di YouTube) derivò anche dalla volontà di non investire troppo denaro in un progetto le cui potenzialità erano ancora poco sconosciute: quando il progetto Google iniziò a interferire con gli studi universitari, Page e Brin cercarono di venderlo a Excite per un milione di dollari. Questi rifiutò, e oggi Google è il sito più visitato al mondo.

Sempre sul fronte dell’hi-tech, nel 1939 Bill Hewlett e Dave Packard fondarono la società di computer che porta il loro nome partendo dal garage di Dave a Palo Alto, che oggi viene considerato il luogo di nascita della Silicon Valley: tutto ciò di cui ebbero bisogno fu un investimento iniziale di 538 dollari. Quasi per ironia della sorte, uno dei primi clienti della Hewlett-Packard fu Walt Disney, che aveva bisogno di oscillatori per sviluppare il sistema audio per il film Fantasia. Ebbene, qualche anno prima anche il creatore di Topolino iniziò la sua attività (era il 1923) in un garage dello zio Robert. Fu lì infatti che Walt e il fratello Roy avviarono il primo studio di disegno e animazione, a 45 minuti dal luogo dove poi sarebbe sorta Disneyland.

Sebbene la California e il mondo hi-tech sembrino avere da sempre uno speciale appeal con i garage, anche altri settori hanno visto i box come punto di partenza per grandi imprese imprenditoriali. In primis nel campo dei motori, con la Harley-Davidson: la moto icona del sogno americano nacque nel 1901 a Milwaukee (Wisconsin) quando il 21enne William Harley e l’amico d’infanzia Arthur Davidson costruirono un prototipo di bicicletta motorizzata in una baracca di legno di pochi metri quadri. Due anni dopo il progetto divenne impresa, e oggi il brand fa sognare milioni di appassionati in tutto il mondo.

Dalle due alle quattro ruote, il discorso cambia poco: nel 1948, nelle stalle dietro il Railway Hotel di Londra, il ventenne Anthony Colin Bruce Chapman costruì la prima vettura da corsa Lotus utilizzando una Austin nel 1930 e un trapano elettrico. Oggi la Lotus Cars è uno dei costruttori d’auto di corsa più noti nel mondo. Insieme a passioni tipicamente maschili come tecnologia e motori, i garage hanno però visto fiorire intuizioni anche in settori più diversi: è il caso della Mattel, oggi colosso dei giocattoli ma nel 1945 piccola azienda di cornici nata nel box di Harold «Matt» Matson ed Elliot Handler. Dapprima i due iniziarono a usare le cornici di scarto per creare case per le bambole, salvo poi accorgersi che queste ultime venivano apprezzate più delle cornici. Rivolsero quindi le loro attenzioni al mondo dei giocattoli, e fu la loro fortuna. Da piccole sistemazioni d’emergenza nei garage sono nate anche le intuizioni che hanno portato alla nascita delle torce Maglite, ideate nel 1950 dall’esule croato Tony Maglica e oggi in dotazione a tutti gli agenti della polizia americana, o delle candele profumate Yankee, che il sedicenne Michael Kittredge realizzò nel 1969 con pastelli a cera fusa per vendite ad amici e parenti.

E in Italia? Anche da noi i garage hanno storie di creatività da raccontare. Basti pensare a Nerio Alessandri da Cesena, che negli anni 80 proprio lì iniziò a costruire un rudimentale attrezzo da ginnastica. Come raccontano le foto su Instagram, era un garage di stampo agricolo: da un lato una di quelle pareti attrezzate dove si appendono cacciaviti e martelli, dall’altro tecnigrafo da architetto. Qui Alessandri assemblava macchine per la ginnastica, quando ancora la parola fitness era un inglesismo per sofisticati cultori della salute: in fondo erano gli anni in cui la palestra era vista come soluzione di ripiego rispetto alla nobiltà degli sport all’aria aperta. Da quel garage di Cesena nacque la prima macchina a marchio Technogym, mentre quella start-up romagnola oggi vale oltre 650 milioni ed è quotata a Piazza Affari.

Sempre nel campo dello sport va ricordata l’esperienza del torinese Marco Boglione, oggi presidente della più piccola multinazionale del mondo nel settore dell’abbigliamento per il tempo libero. «Ho investito e sviluppato la piccola struttura nata nel 1983 nel mio garage», sottolinea il presidente di brand come Kappa, Robe di Kappa, K-Way o Superga, che oggi fatturano circa 120 milioni di euro. Non è (ancora) un colosso, ma promette piuttosto bene anche un’altra azienda italiana nata in un garage: è la Uptitude Eyewear, brand di occhiali da sole creato dal 26enne altoatesino Ermanno Zanella, ex studente della facoltà di Design e arti all’Università di Bolzano. «Studiando design», spiega l’imprenditore, raccontando com’è nata l’idea che soltanto lo scorso maggio si è trasformata in un’azienda vera e propria, «decisi di utilizzare le officine dell’ateneo per provare a costruirmi un paio di occhiali in legno. Andai a cercare nel garage di casa mia, in Val di Sole, e come tutte le cantine dell’Alto Adige era pieno di vecchi sci e snowboard abbandonati. Trovai il materiale, lo lavorai prima lì e poi in una stanza all’Università, infine mi costruì una fresa meccanica e mi spostai in Austria vicino a un’officina di produttori di snowboard. Da lì sono passato dai prototipi all’industrializzazione, dai garage ai laboratori. E oggi, insieme ad altri due soci, abbiamo dato inizio alla produzione: in un mese abbiamo costruito 100 occhiali, tutti subito venduti».

Con l’obiettivo di seguire le orme di Steve Jobs si sono mossi invece i toscani Luciano Secciani e Daniele Conti, che nel 1979 hanno unito la comune passione per l’elettronica con il tempo che ogni giorno passavano in treno per andare a scuola, fino a creare la Seco, oggi una delle più apprezzate aziende del settore dell’elettronica embedded. «La nostra prima sede era un garage che avevamo preso in affitto per realizzare un vero e proprio laboratorio», spiegano. «All’epoca potevamo contare solo sulle nostre energie e sul sostegno dei genitori: iniziammo a progettare piccoli sistemi per i produttori di macchine orafe, poi ci allargammo ad altri settori di competenza». La svolta fu nel 1989, quando i due presentarono alla Smau il loro primo personal computer ottenendo il premio per il miglior design e una commessa da parte di Gucci. E oggi, pur mantenendo il cuore pulsante della Seco ad Arezzo, Daniele e Luciano sono riusciti ad aprire sedi negli Usa, Germania, India e Taiwan. Insomma, Apple ha fatto scuola anche in Italia: 17 anni dopo l’epopea di Jobs a Cupertino, in un box a Fontevivo, nel Parmense, Carlo Stradi e Alberto Campanini hanno progettato la prima stampante intelligente a marchio Custom, primo passo di una storia che ha portato l’azienda a realizzare 24 brevetti in 25 anni e fatturati da 78 milioni di euro. È la storia di un «cervello di ritorno», infine, quella di Vito Lomele, che dopo 10 anni di studio e lavoro tra Germania e Inghilterra è tornato in Italia nel 2013 per creare Jobrapido.com, un motore di ricerca per chi cerca lavoro. Il primo server era nella cucina di casa, il primo ufficio in un garage, i primi investitori un gruppo di amici. Non le banche, che nel 2006 non credevano in Internet. Peccato, perché oggi il sito è diffuso in 58 Paesi. Venduto per circa 60 milioni a un gruppo inglese (ma Lomele è ancora il ceo e la sede resta a Milano), Jobrapido.com dà lavoro a 80 persone con un’età media di 31 anni. Last but not least, il garage ha portato fortuna anche al fisico livornese Emilio Simeone che, iniziando dal settore aerospaziale come ricercatore in Finmeccanica e continuando con le agenzie spaziali italiana ed europea, ha sviluppato nel box della sua casa di Livorno la FlyBy, start-up attiva nel campo del telerilevamento atmosferico sfruttando immagini satellitari di osservazione della Terra.

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