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Vita da Arbiter

La formula della felicità

Bere, mangiare e dormire. E poi su, di bisogno in bisogno, fino alla vetta delle aspirazioni immateriali e spirituali. Da oltre 60 anni la teoria della Piramide di Maslow indica la strada per costruire un’esistenza aperta alle opportunità sempre nuove che la vita ci pone. «Ma per non rimanere degli eterni delusi, bisogna imparare a conoscere se stessi», spiega lo psicologo Gian Vittorio Caprara. Prima che sia troppo tardi

Esiste una ricetta della felicità? O, quanto meno, se possibile tracciare una regola per vivere una vita che dia soddisfazione, lasciandosi progressivamente alle spalle necessità e bisogni costringenti e aspirando a soddisfazioni più elevate, che riempiano davvero di senso la propria personalità, la propria vita, le proprie giornate? «Di fronte a queste domande, antiche quanto l’essere umano, per me vale una formula dello psicologo John William Atkinson, uno dei pionieri degli studi sulla motivazione, la realizzazione e il comportamento: “Che i tuoi compiti siano sempre moderatamente difficili”. Bellissima formula, che affida all’intelligenza personale, alla profonda conoscenza di sé, la realizzazione della propria soddisfazione», spiega Gian Vittorio Caprara, docente di Psicologia all’Università di Roma. «Se i compiti, le sfide piccole e grandi che ci poniamo sono magari pure affascinanti, ma impossibili, andiamo incontro a terribili frustrazioni; se invece sono troppo facili, se pensiamo di poter affrontare la vita giocando in difesa, nascondendoci a noi stessi, in realtà le sfide che ci poniamo non ci soddisfano, perché non ci consentono di mettere davvero alla prova i nostri talenti, le nostre reali potenzialità. Se fino a vent’anni fa, su questo argomento, i temi al centro del dibattito erano quelli del successo e della riuscita, c’era una maggiore aspirazione a salire la piramide sociale, ad affermarsi, oggi si cerca più di soddisfare una condizione di benessere acquisito. Sono quindi cambiati i bisogni, i nomi che diamo agli scopi, ma i problemi psicologici aperti sono sostanzialmente gli stessi: quelli della valorizzazione delle potenzialità individuali, del miglior impiego dei talenti, dei diritti alla piena espressione delle capacità e al riconoscimento dei meriti. Motore e sostegno di tutto è la motivazione, l’elemento che spiega il perché dell’agire umano, i motivi, i propositi, gli scopi e, per diversi aspetti, anche le capacità. Motivare, motivarsi, fornire delle ragioni, significa agire sull’intreccio di affetti e cognizioni che indirizza le condotte. Significa rendere salienti delle assenze, risvegliare delle passioni, prospettare delle mete, attivare delle intenzioni, trasformare mere potenzialità in attività». Così inquadra il tema Caprara, che ci accompagna in questa ascensione alla Piramide di Maslow, la teoria «disegnata» nel 1954 dallo psicologo statunitense Abraham Harold Maslow per rappresentare la progressione dei bisogni (e, quindi, delle motivazioni) che spingono lo sviluppo di ogni singola persona, dalla soddisfazione delle necessità più basiche e contingenti (sfamarsi, dormire...) alle aspirazioni più alte, intellettuali, spirituali. «È un modello pratico che, nonostante gli anni, mantiene una sua attualità», conferma Caprara, «è stata un’intuizione molto felice. Nel nostro contesto sociale e ambiente culturale continua a essere valido, ha formato generazioni di manager, di esperti di organizzazione aziendale».

 

Domanda. Professore, facciamo uscire Maslow dall’organizzazione aziendale. La piramide è una guida utile anche per costruire un percorso di soddisfazione personale, quotidiana?

Risposta. È innanzitutto uno strumento utile per comprendere se stessi, e quindi ci fornisce gli strumenti e ci predispone a capire anche i bisogni e le aspirazioni degli altri. Ci rende consapevoli di alcune dinamiche del nostro io che sono del tutto naturali, ci aiuta a prendere padronanza del fatto che come persone abbiamo quelli che in psicologia definiamo «bisogni di carenza», i quali condizionano la nostra sopravvivenza, sono cioè bisogni necessitanti. La soddisfazione di questi bisogni ci apre la via ai «bisogni promuoventi» o «bisogni di crescita», necessità e aspirazioni di ordine superiore. Bisogni più maturi, rispondendo ai quali facciamo passi avanti lungo il nostro percorso di autorealizzazione.

 

D. La Piramide di Maslow parte dall’io, ma ha una stretta connessione con il contesto all’interno del quale i bisogni sorgono e si soddisfano. Dopo più di 50 anni dalla sua teorizzazione, il contesto, la società, l’economia sono profondamente cambiati. La Piramide necessita di un tagliando?

R. Una premessa: come italiani, come civiltà occidentale, stiamo incomparabilmente meglio oggi di quanto non stessero i nostri genitori, o i nostri nonni, 60 o 100 anni fa. Come tenore di vita, come urgenza dei «bisogni di carenza» (mangiare, dormire, dormire al caldo…) non possiamo neanche fare un paragone. Oggi, rispetto ai nostri nonni, se guardiamo ai bisogni materiali non stiamo bene, stiamo benissimo. Eppure regna una maggiore insoddisfazione, una grande insicurezza, soprattutto tra i trenta-quarantenni. E qui entra in gioco la valutazione del contesto. Non c’è dubbio che da ormai un decennio siamo in una situazione di crisi, economica e di conseguenza sociale. I giovani hanno oggi una disponibilità economica del 25-35% inferiore rispetto ai loro coetanei di vent’anni fa. Leggiamo proprio in queste settimane casi drammatici di trentenni che si tolgono la vita perché non trovano un’occupazione. Non siamo in uno stato di deprivazione, quindi, viviamo nell’opulenza, eppure c’è un forte disequilibrio tra attese e soddisfazione. Questo perché il livello di aspirazioni è cresciuto, ed è profondamente cambiata la rappresentazione che le persone hanno di sé e l’esperienza che fanno dei bisogni. Quelli che prima non erano «bisogni promuoventi», ovvero bisogni elevati, vengono percepiti come «bisogni di carenza». Si è alzato il livello delle attese e della percezione di sé, e quindi si è alzato il livello dell’insoddisfazione. Fino a trent’anni fa raggiungere la laurea era un fattore premiante, oggi essere laureato è dato per scontato, e se non fai il Master vivi come se fossi stato privato di qualcosa.

 

D. Restiamo sui quarantenni, la generazione che pare essere rimasta a metà della Piramide. Che cosa gli manca?

R. Quello del lavoro, del lavoro che manca o che non soddisfa, è un problema vero e drammatico di cui i quarantenni sono la prima generazione a vivere le conseguenze. La soddisfazione lavorativa è una componente fondamentale per dare senso alla vita. Perché dal lavoro le persone traggono il rispetto di sé, il rispetto per gli altri, attraverso il lavoro costruiscono la capacità di dare valore alle cose e al tempo. Dietro a questo fattore-lavoro, vanno poi analizzati altri due ambiti attraverso i quali passa la costruzione del sé e la capacità di misurare e imparare a dare la giusta gerarchia ai bisogni, e sono la famiglia e la scuola. Anche qui qualcosa scricchiola: la famiglia, che resta un’unità fondamentale nel percorso di crescita, sta vicariando esageratamente sul piano dell’autonomia. Lo stare più a lungo in famiglia dei ragazzi viene pagato con una maggiore dipendenza e una minore autonomia personale. Lo scudo della famiglia limita o pospone nel tempo le possibilità di mettersi alla prova, di confrontarsi con la realtà, anche quella negativa, fa vivere con una minore responsabilità rispetto al proprio destino. Poi c’è la scuola, che è in una situazione critica: non lo dico io, ma lo affermano gli indicatori che misurano il piano dell’apprendimento e della formazione personale. C’è poca attenzione e poche competenze per promuovere uno sviluppo effettivo degli allievi mettendoli in grado di far fronte alle realtà del nostro tempo.

 

D. Come rompere questa impasse?

R. La famiglia, la scuola, lo stesso mondo del lavoro devono ricominciare a trasmettere fiducia, a motivare. Le persone non perseguono traguardi che non rientrano nei loro orizzonti conoscitivi o che percepiscono al di là delle loro possibilità. Al contrario, si impegnano a raggiungere ciò che per loro ha valore e che ritengono accessibile. Le persone che dubitano della propria efficacia tendono a evitare le situazioni che comportano delle sfide, si ritraggono dalle difficoltà e sono sopraffatti dall’ansia e dallo scoraggiamento in presenza di ostacoli e fallimenti. Le persone che invece confidano nella propria efficacia si danno obiettivi ambiziosi, sono pienamente consapevoli delle loro capacità e dei loro meriti e mirano continuamente a rafforzare e sviluppare le abilità che possono consentire loro di cimentarsi con prove e situazioni sempre più impegnative. Verosimilmente, il «sapere di saper fare», che è l’essenza delle convinzioni di efficacia personale, è anche il nucleo centrale delle competenze in quanto effettiva padronanza dell’insieme di conoscenze e pratiche che determina il successo. È infatti il senso che le persone hanno della propria efficacia personale ciò che soprattutto alimenta le loro aspirazioni e detta le loro mete, che attesta il grado in cui esse sono capaci di orchestrare al meglio le proprie abilità e che perciò permette loro di trarre il maggior vantaggio dalle potenzialità individuali e dalle opportunità ambientali.

 

D. Esiste quindi una strada per impostare comunque la propria vita come una scalata della Piramide, ovvero con un ottimismo positivo sulle realtà, che sia uno stimolo a crescere?

R. Stiamo scoprendo nella pratica, e la scienza ce lo conferma, che le potenzialità della nostra specie sono straordinarie, quali siano e fin dove possano arrivare ancora non lo sappiamo. In questo senso, dobbiamo rivedere un po’ tutte le nostre posizioni di tipo deterministico. La mia quindi è una visione assolutamente ottimistica, perché solo partendo da una posizione ottimistica si possono affrontare le difficoltà quotidiane, che ci sono, ma se guardiamo alla storia anche un momento critico come quello che stiamo vivendo ci rassicura rispetto alle possibilità che abbiamo di continuare a migliorare. Il passo in avanti che possiamo dire di aver fatto oggi, rispetto a Maslow e a quelle che erano le condizioni sociali ed economiche dei suoi tempi, è questo: diversamente da quanto si era ipotizzato in tempi passati, è fortemente opinabile che la sazietà possa rappresentare il prototipo della soddisfazione, e che la meta finale alla quale tendono le condotte umane sia sempre il mantenimento o il ripristino di stati di quiete. Se seguiamo questa strada, rischiamo di sederci, di preoccuparci più della difesa dello status quo, delle certezze acquisite, che di crescere. Abbiamo scoperto che le persone traggono soddisfazione e piacere anche da attività che rappresentano sfide, comportano rischi, infrangono equilibri preesistenti, comportano discontinuità. Oggi siamo molto più vicini di cinquant’anni fa al vertice della piramide, abbiamo la fortuna di avere a che fare con bisogni che sono elevati, stimolanti. Con l’avvicinarsi al vertice della piramide, i bisogni che fanno da motore alla condotta, i motivi che guidano, le mete che attirano non riflettono più la mancanza di qualche cosa, ma riflettono una tensione naturale a esprimere appieno tutte le proprie potenzialità e perciò a diventare sempre più quello che davvero si potrebbe essere. Poi, alla fine dei conti, la capacità di far scattare la molla che ti porta in cima alla piramide non è una cosa che, a volte anche vigliaccamente, si può delegare ad altri: ciascuno deve trovarla in sé.

di Mattia Schieppati

illustrazione di Simone Massoni

GIU' DALLA PIRAMIDE

Solo un ritorno al senso delle cose può ribaltare la logica di un’economia del superfluo che ha creato insoddisfazione. Tocca ai giovani dettare le regole di un nuovo paradigma

Oggi, anche grazie allo sviluppo delle neuroscienze, oltre ai progressi della psicologia e della sociologia, sappiamo che le piramidi di bisogni umani, su cui per molti decenni anche noi economisti abbiamo costruito teorie dei bisogni, ovvero del consumo e del benessere, rischiano di rivelarsi fallaci. Incomplete. Abbiamo visto e vediamo uomini e donne morire nell’abbondanza di beni materiali per carestie di compagnia, di beni relazionali, di senso. E altri, in molte parti del mondo, sopravvivere o vivere non troppo male con pochissimi beni materiali ma grazie a una forte resilienza morale e spirituale. Nel giro di poco tempo ci troviamo costretti a ripensare e riscrivere l’idea di felicità e il concetto di «star-bene» (anche se i manuali universitari e master non se ne sono accorti...), anche per un radicale cambiamento della cultura del lavoro e di quella del consumo.

Se guardiamo a quel che sta accadendo al mondo del lavoro, per esempio, è evidente che stiamo attraversando una carestia di risorse per la gestione delle emozioni nostre e di quelle degli altri. La capacità di compassione, cioè il saper condividere profondamente e intimamente le emozioni e i sentimenti degli altri si sta riducendo drasticamente mentre, paradossalmente, ne aumenta la domanda in tutti i luoghi del vivere. Lo vedo soprattutto nei giovani, nei ventenni, nei trentenni, in coloro che dovrebbero essere nel pieno dell’entusiasmo, della positività, dell’aspirazione, della volontà. Non è così. Loro, come noi persone già più mature, sono e siamo produttori di molte più emozioni negative rispetto alle generazioni passate, eppure abbiamo ridotto di molto gli spazi, i luoghi e gli strumenti sociali e personali per accompagnarle, accudirle, elaborarle, trasformarle. La cultura prodotta e alimentata dalle grandi imprese, genera sistematicamente una crescente quantità di bisogni che si tramutano in emozioni negative (invidia, delusione, paura, rabbia, ansia, tristezza…), che vengono trattate come vere e proprie scorie, e quindi cacciate via, espulse, e considerate indicatori di persone «perdenti». Negli ultimi anni questi effetti collaterali sono cresciuti al punto da spingere le imprese a ricorrere a nuove figure professionali (coach, mental trainer, counselor), alle quali delegano la gestione di malesseri emotivi che le aziende stesse generano con stili relazionali insostenibili.

Cambiamenti non meno radicali, e non meno paradossali, li possiamo scorgere, se guardiamo bene, sul lato dei consumi, che stanno ridisegnando la Piramide di Maslow classicamente intesa. Quali sono i bisogni reali, oggi? Quali quindi i prodotti che rispondono a questi bisogni? Pensiamo al tema dell’autenticità, attorno al quale si sta sviluppando un business molto importante. Nel XX secolo l’autenticità, ovvero la sincerità, la genuinità, era anche una dimensione del mercato. Le imprese, le cooperative, i negozi, le banche erano faccende umane a tutto tondo, con gli stessi vizi e le virtù della vita. Poi abbiamo iniziato a costruire una cultura di marketing sempre più artificiale, a costruire una pubblicità dove si presentano beni che tutti sappiamo non essere quelle merci che poi andremo a comprare, o a vendere prodotti finanziari artificiali e finti, in una commedia dell’arte dove ciascuno interpreta un ruolo indossando una maschera che gli copre il volto. Una certa artificialità e non sincerità ha sempre fatto parte dell’ethos del mercato: chiunque frequentava le fiere e i mercati di ieri entrava in un mondo di venditori-seduttori che parlavano di proprietà fantastiche, di prodotti miracolosi. Ma ne era cosciente e quella artificialità faceva parte del folklore e dei riti di quel mondo, perché ogni sfera della vita sociale aveva i suoi riti e i suoi folklori. Quella parte di artificialità era esplicita, nota a tutti, e quindi diventava, paradossalmente, autentica e sincera. Giocavamo un po’ tutti «a mercanti in fiera», e lo sapevamo.

A un certo punto, però, quella prima cultura di mercato è stata amplificata, gonfiata ed esasperata dalle grandi multinazionali e dalle società di consulenza globali. È diventata una vera e propria ideologia, e così quella prima buona dimensione di artificialità delle relazioni di mercato è cresciuta molto, troppo. Poco alla volta, e senza accorgercene, ci siamo dimenticati della non-autenticità di molte pratiche, e abbiamo dato loro consistenza di realtà. Il gioco è diventato la realtà, e quella prima autenticità che era stata possibile per secoli è uscita di scena. Abbiamo così perso il senso dei nostri bisogni, e quindi si è confusa anche la strada della loro soddisfazione, la via della felicità.

Ma, ancora una volta, il mercato sta trovando la soluzione al male che ha creato, con i suoi metodi, e per i suoi fini (il profitto). E così la ricerca di autenticità nel consumo è diventata nel giro di qualche anno una delle tendenze più importanti dell’attuale capitalismo. I consumatori cercano sempre più autenticità nei prodotti e nei servizi che comprano. La vogliamo nei prodotti alimentari, dove tutto ciò che sa di autentico vale di più; nella ristorazione, quando a Napoli cerchiamo il locale che sia veramente napoletano e londinese a Londra. Persino nel turismo «sociale» vogliamo incontrare indigeni autenticamente indigeni e poveri che siano autentici poveri. Non ci basta uno chef preparato, ne vorremmo uno che crede veramente in quello che fa e dice di fare. Né un contadino che coltiva i suoi prodotti in modo biologico: lo vogliamo incontrare mentre lavora nei suoi campi, per verificare la genuinità della sua storia. Le aziende della moda aprono le loro fabbriche per farci toccare con mano i loro tessuti, veramente autentici. Dove si trova, però, il paradosso di tutto questo discorso sull’autenticità? Lo scopriamo se pensiamo che l’autenticità non è una caratteristica dei prodotti: è una dimensione delle persone. È il conoscere se stessi, i propri bisogni, le proprie aspirazioni. Se allora guardiamo bene ci accorgiamo che stiamo chiedendo al mercato quella gratuità che è precisamente quanto ha espulso dai suoi uffici, negozi, banche, soprattutto negli ultimi decenni. Ecco allora assistere a un’impressionante crescita di nuove comunità di mercato, dove è il consumo della stessa merce a mettere insieme le persone in nuove forme di «tribù». Ciò che oggi vediamo solo per alcuni prodotti particolarmente identitari (nel cibo, nella musica, nell’abbigliamento), domani potrebbe diventare un discorso molto più esteso e generalizzato.

In queste tribù di consumatori è l’oggetto a diventare l’elemento di aggregazione. Rivive così una forma arcaica di culto totemico, dove è il totem-idolo ad aggregare i fedeli, che offrono sacrifici di tempo ed energie a qualcosa che, per natura, non ha nulla di gratuito (infatti il prodotto ha un suo prezzo di vendita, genera i suoi profitti). L’idolo-totem non ha nulla di gratuito (ha sempre fame!), ma chiede sacrifici di pura gratuità. Però unisce, aggrega, fa ritrovare in qualche modo un senso di socialità. È probabile che il consumatore isolato non sarà il protagonista del consumo dei prossimi anni. Ci sono nuovi bisogni sociali che stanno emergendo con forza. La domanda cruciale quindi diventa: siamo sicuri che il mercato sia il luogo principale cui affidare il soddisfacimento di questi nuovi bisogni comunitari? O resta ancora vero che la comunità per dare benessere ai suoi «abitanti» ha ancora bisogno di quella antica e bistrattata parolina: gratuità?

Luigino Bruni

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