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Vita da Arbiter

Un gigante con i piedi d'argilla

Un luogo fuori dal comune, dove dal 1400 continua ad ardere la tradizione milanese del cotto. Borgo creativo di artisti, fucina di idee e manualità: viaggio nel tempo alla Fornace Curti

Il tempo sospeso di Milano. Accade là dove il caos dei Navigli ti travolge e un cancello inaspettato si apre sui misteri di un’altra epoca. Improvvisamente è il silenzio. Da una colombaia le sue inquiline si affacciano in tutta tranquillità; alzando gli occhi, le sfumature arancioni, forse più un rosso caldo, di vasi, busti, anfore, statue, sculture di ogni foggia e dimensioni suggeriscono che il posto è custode di un’arte manuale che in molti probabilmente ignorano che continui a esistere, almeno in via Tobagi a Milano. Perché qui si lavora ancora come una volta l’argilla, per dare forma a manufatti in terracotta. Un luogo unico, la Fornace Curti, la cui struttura ricorda quella di un borgo medievale. Casupole, loggiati, portici intersecati da cortili e scale nutrono gli occhi con il sapere dell’uomo. Maestri della materia che hanno fatto della Fornace Curti l’imperturbabile testimone di un mestiere antico. Nulla, o al massimo molto poco, è cambiato: un lavoro di mani e forza, le dita affondano nella materia prima, pronte a domarla e plasmarla a loro piacimento. «E' durissimo», spiega Daria, moglie di Alberto Curti, ultimo discendente della famiglia di artigiani del cotto la cui attività risale al 1400. «Le mani sono sempre a contatto con l’acqua e l’argilla, anche a gennaio, e i forni funzionano anche a luglio. Abbiamo quattro artigiani, poi ci avvaliamo di maestranze esterne a seconda delle esigenze. è una professione in via di estinzione, i nostri uomini hanno iniziato che erano giovanissimi, oggi è difficile trovare persone così preparate», continua la signora Curti. Il torniante per esempio: «E' importantissimo, lui fa solo questo, il suo lavoro necessita di tanta esperienza e di continuità». Impossibile non incantarsi su questa figura all’opera su un tornio antico a pedale, impegnato a dare forma a un grande vaso: «Lo fa ruotare con i piedi in senso antiorario, al contrario imploderebbe». Aggiunge l’argilla, poco a poco, e la modella: ci vogliono circa tre ore per arrivare alla fine dell’opera. Poi va lasciata asciugare: «Solo domani si potranno fare dei ritocchi». La strada per arrivare al forno è lunga; prima bisogna passare anche dall’essiccatoio: un luogo a temperatura controllata. «Tutte le sere si entra e si controllano i manufatti. Se uno è di forma tonda, lo si ruota leggermente, se il bordo di un vaso sta implodendo, si mette un contrappeso».

Un incontro di forze: la materia sembra opporsi all’uomo, quando con tutta l’energia che ha in corpo solleva i panetti d’argilla, ciascuno pesa 20 chili, per sbatterli letteralmente gli uni contro gli altri al fine di farli aderire il più possibile tra loro e formare un parallelepipedo, che arriva a essere alto anche un metro. Da qui, con un archetto con filo d’acciaio (è ancora quello costruito a mano 50 anni fa) ritaglia delle fette di materia dalle quali plasmerà l’opera, che solo dopo la cottura in forno svelerà la sua tipica colorazione: «Rossa, dovuta al ferro presente nella terra e dalla sua concentrazione dipende l’intensità del colore», spiega Daria Curti. «Dal ferro dipende anche la caratteristica antigeliva dell’argilla, ovvero la sua capacità di resistere alle altissime temperature, quindi a quelle del forno, ma anche al freddo. La nostra argilla è molto ricca di questo minerale». La materia, estratta con le ruspe, arriva alla Fornace Curti in polvere, pronta a diventare un’opera di terracotta. «Il processo è interamente artigianale e la nostra fornace è l’unica sul territorio a eseguire ancora tutte le fasi della produzione. La macchina impastatrice che utilizziamo è una Bedeschi di Padova del 1908; anche il tappeto che trasporta la materia fa parte della nostra storia, è sempre lo stesso e se si rompe lo rammendiamo a mano». Proprio come fanno gli chef, «per preparare l’argilla seguiamo delle ricette, gli ingredienti cambiano a seconda del risultato che vogliamo ottenere: l’argilla di una pentola sarà diversa da quella di una scultura». Ma tutte per diventare terracotta devono essere cotte: in forno a 1.010 gradi per 50 ore, al termine si apre la porta per il raffreddamento, solo uno spiraglio, «lo spessore di 2 euro», spiega Daria, «uno sbalzo di temperatura improvviso causerebbe la rottura dei manufatti. Bisogna aspettare almeno un giorno prima di estrarre dal forno il carrello con tutte le terrecotte». Che già di per sé è un’opera d’arte: una costruzione a piani di vasi, sculture, oggetti di ogni forma e impiego, sistemati a incastro, per ottimizzare al meglio gli spazi. Qui si possono trovare i prodotti per i clienti della Fornace Curti così come i lavori degli artisti che vi gravitano attorno. «L’artista può prendere da noi la materia, lavorarla nel suo studio o qui, come preferisce, e poi cuocere la sua opera nel nostro forno». Come ha fatto Aris, giovane scultore greco, dell’isola di Naxos, alla Fornace per ritirare la sua Stele sonora antropomorfa vasocefala, «è una scultura sperimentale, perché non solo è una statua, ma è anche uno strumento musicale». Ascoltare il suo suono negli spazi della Fornace Curti ha un non so che di magico. Intorno, gli scaffali si trasformano per l’occasione in spalti teatrali: gli spettatori sono gli oltre 3mila stampi che raccontano la storia di Milano e di tutta la Lombardia. Un patrimonio culturale e architettonico: è qui che si trovano gli stampi dei decori e dei mattoni della Ca’ Granda, della Certosa di Pavia, l’abbazia di Morimondo, quella di Chiaravalle, di S. Maria delle Grazie, l’Arcivescovado, il teatro Fossati: «Con Curti il mattone non era più solo un elemento costruttivo, ma diventò anche decorativo».

Fucina di idee e creatività, oggi la Fornace è un vero e proprio polo artistico: scultori, pittori, fotografi, ceramisti, artigiani hanno nel borgo il loro studio, dove dare vita alle proprie creazioni. La passione per il mestiere è il fil rouge lungo il quale corrono le diverse maestranze: affascinano le sculture in legno di Stefano Raffa, che lavora la materia prima grezza, ebano, paduk, palissandro, wengé trasformandola in pregiati manici per pennelli da barba, rasoi, ma anche coltelli e oggetti vari, dai taglieri alle scatole. Un altro tipo di legno è quello che si trova nel laboratorio di Giuseppe Di Piazza; lui lavora al tornio la radica di erica che fa arrivare da Calabria e Toscana e dà forma alle pipe Luciano, per farne una ci vuole mezza giornata. Addentrandosi nella Fornace, si può scoprire l’atelier di Manuela Metra, pittrice, ma soprattutto un’artista della ceramica. I suoi manufatti Wabi-sabi sono opere che chiedono di essere ammirate per la bellezza delle forme e dei colori, dove l’imperfezione diventa pura estetica. Non poteva essere che così là dove sono passati maestri come il Filarete, Ciminaghi, Gio Ponti.

di Valentina Ceriani - foto di Fredi Marcarini

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