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Vita da Arbiter

Ridateci il Natale

Questa festa è uno dei valori unificanti della cultura occidentale, persa tra le nebbie del politicamente corretto. È ora di rimettere il presepe al centro delle nostre case!

Per fortuna ci sono i tutorial. Sappiamo tutti che cosa sono: quegli onnipresenti video su YouTube che guidano passo passo anche i più imbranati a fare bene le piccole cose: da montare una mensola a far crescere i gerani nel vaso. Esistono anche i tutorial per fare il presepe, ce ne sono dozzine. La capanna regolamentare, dove mettere l’asino e il bue, come costruire il ruscello con l’acqua vera dove si abbeverano le pecorelle tra i sassi e il muschio. Per fortuna ci sono i tutorial, si diceva, perché ci sono molte persone che non lo sanno neanche più, com’è fatto un presepe. E non soltanto i bambini, che a scuola non lo vedono praticamente più (insegnare le nostre tradizioni? Che orrore, non è politicamente corretto, qualcuno si potrebbe offendere...). Il fatto è che non lo sappiamo più neanche noi, viaggiatori frettolosi e distratti delle vetrine e dei centri commerciali, cercatori affannati di regali e pacchetti. Entrare in un grande magazzino, oppure passeggiare per le vie del centro quando si avvicina il Natale è un’esperienza sensoriale, prima ancora che un rito commerciale. Ma, sempre più spesso, i nostri sensi sovraeccitati ci trasmettono una domanda sottile e angosciata, come un vuoto di memoria, come il tuffo al cuore di un vuoto d’aria in aereo: sì, è tutto bellissimo, ma il 25 dicembre che festa è? Ci sono i fiori, le stelle di ogni foggia, le sfere di sbarluccicante cristallo, i dolci e i regali. Ci sono i simboli di pace, i simboli di buona fortuna. Spezie d’oriente, ninnoli etnici. E foreste di alberi di Natale che, pure loro, assomigliano sempre meno all’abete verde del bosco, addobbato di luci e di palline colorate. Più spesso sono ikebana, bonsai agghindati, rami secchi di noccioli contorti. L’albero di Natale che andrà di moda quest’anno, informano gli esperti di «tendenze per le decorazioni 2016», sarà «total white» con sfere di cristallo e stelle di Natale bianche. Aggiorniamoci.

Ma se cercate un Bambinello? All’ingresso dei grandi magazzini, tra banditori infagottati nelle barbe di Babbo Natale e sexy Bambine Natale di qualche compagnia telefonica che sfrecciano sui pattini a rotelle, quasi mai vedrete un presepe. O un segno che ricordi il perché di tanta festa, o il nome del Festeggiato. Se cercate i pastori, un filo di lampadine da mettere attorno alle casette in lontananza o un angelo che regge la scritta «Gloria», fate prima a recarvi in un negozietto cinese o in un discount a poco prezzo, di quelli frequentati dalle vecchiette senza quattordicesima. I presepi di gesso o terracotta di una volta sono diventati eccentrici e costosi oggetti d’arte, come quelli napoletani a San Giorgio degli Armeni, o quelli scolpiti da qualche artista solitario della Val Gardena. Per il resto, accontentatevi di qualche pagliaccetto di plastica, made in chissà dove. Oppure, è un altro trend di quest’anno, c’è il Presepe Thun 2016, nello stile ormai globalizzato di quegli angioletti paffuti che evocano simboli d’amore e buoni pensieri, ma che non hanno molto a che fare con l’iconografia tradizionale ancora viva pochi decenni fa. Quest’anno, nel Presepe di Thun, vanno di moda personaggi e animali in stile country.

Betlemme è lontana, insomma. Dove ci siamo persi il Natale? Forse nei quintali di spam con scritto un generico «Season Greetings», perché dire Buon Natale è banale. O tra gli affanni della vacanza da prenotare e degli amici da non dimenticare. Una festa dei regali e degli auguri seriali. Eppure questo giorno è, e resta, al centro della nostra cultura, della nostra storia, depositato nel profondo della nostra memoria. Lo è per chi crede, ma anche per chi preferisce coltivare il dubbio. Perché nessuno può resistere al richiamo, quando il tempo arriva, di quella promessa festosa: nasce una vita, è la vita che rinasce.

Natale è nel cuore della civiltà d’Occidente, è nelle zolle e sui tetti della nostra Europa. Natale, per chi crede e per chi no, è racchiuso in questa piccola storia, avvenuta (o forse sognata) nel cuore dell’Europa nel 1647, al culmine della Guerra dei Trent’anni. Allora, le nazioni erano devastate dalla violenza. Non proprio come oggi, insomma: ma qualche somiglianza c’è. Avvenne in una notte del 1647. Tre generali di tre eserciti avversari si incontrarono, stanchi di guerra, in un villaggio gelido e sperduto. Dovevano decidere il da farsi. Ancora una volta, non sono i giorni nostri: ma immaginate un vertice della Banca centrale europea, o un summit di capi di Stato a Bruxelles, perplessi e spaventati di fronte alla crisi. Poi, d’un tratto, mentre tutt’attorno la notte è gelida e i generali non trovano una via d’uscita: «Pensate», disse l’oste, «mentre eravate in questa locanda è accaduto qualcosa. Era tanto tempo che non accadeva un fatto del genere. I soldati sono sempre venuti soltanto per assassinare, trafiggere, incendiare. Noi siamo diventati sempre di meno. Ma ora siamo di nuovo uno in più. Una ragazza del paese ha partorito un bambino, è un maschietto. Chissà, forse presto tornerà la pace. I signori non vogliono entrare a vedere il bambino?». E quei tre generali, perplessi e stupiti a un tempo di venire così villanamente interrotti, entrarono. Entrarono in una stalla, videro la donna e il bambino. Chissà perché, e perché mai accadde, regalarono chi un anello, chi una catena d’oro, chi una sacca di monete sonanti, e se ne andarono in silenzio da quel villaggio, senza aver concluso la discussione, senza avere preso la decisione di guerra per la quale erano convenuti. «Si scambiarono un breve saluto. Poi ognuno andò per la sua strada. Ma nei loro cuori era scesa la pace». È il finale di un brevissimo, sognante racconto di uno scrittore austriaco del secolo scorso, Alexander Lernet-Holenia. Si intitola I Re Magi di Totenleben, una parola che tiene insieme morte e vita. Solo un racconto, soltanto un po’ di poesia? Forse sì. Ma forse parla anche del nostro presente burrascoso. Di certo parla di ciò che è sempre stata per tutti, nella nostra Europa pur divisa, e così impaurita, la festa del Natale: la speranza che si possa ricominciare, che la bontà possa avere la meglio sul male. Che ci sia qualcosa di buono, di promettente, dentro la vita di ognuno. Non è soltanto per la bravura di Frank Capra, e di James Stewart, se La vita è meravigliosa da 70 anni è uno dei film più amati della storia del cinema. Un granello di positività che poi, a coltivarlo, diventa famiglia, diventa calore degli affetti, diventa un luogo dove è bello vivere. O fare ritorno. È il Natale, dove ce lo siamo perso? Ma ci è rimasta la nostalgia, da cercare in qualche vecchio scatolone. Qualcosa che non se ne va dai nostri pensieri, dai nostri ricordi segreti. Riaffiora. E, in questi tempi non proprio allegri, fa capolino anche sulla scena pubblica. Dalla Francia della laicità, che la scorsa estate litigava sul divieto del burkini viene un segnale di sorpresa. «Il presepe nei luoghi pubblici non viola il principio di laicità», ha detto il Consiglio di Stato, la massima autorità giuridica francese, raccomandando l’installazione dei presepi negli edifici pubblici, dove erano banditi. «Non crediamo che il contesto di tensione sulla laicità ci imponga di celebrare dei processi sul presepe».

Riappropriarsi delle radici. Magari pure con un po’ di furbizia politica. Ma intanto, in Germania, Angela Merkel ha aperto un convegno del suo partito con una domanda che ha lasciato tutti a bocca aperta: «Quanti di voi intonano i canti cristiani alle feste di Natale della Cdu?». Non è solo furbizia, non è solo nostalgia canaglia. Spariti dalle vetrine e dai negozi, quanti presepi viventi vediamo invece nelle nostre piazze, nei nostri borghi? Papà, mamme, bambini, che magari in chiesa ci vanno poco o mai, nei giorni delle feste si vestono da pastori, da angioletti. Persino Maria Elena Boschi, da giovinetta in quel di Laterina si agghindò da Madonnina in piazza. Sono modi per ricordare la gioia delle famiglie riunite, di risvegliare insieme la tradizione. Spesso il contrasto è stridente, tra la poesia e i consumi. A Torino, quest’anno ci sarà Il sogno del Natale, ovvero il mondo di Santa Claus finalmente «vero», come lo sognavano tutti da bambini. La fabbrica dei giocattoli, l’ufficio postale per le letterine, la slitta e le renne... Certo, è un’area commerciale di 17.500 metri quadrati in Piazza d’Armi, e a quello serve. Ma i bambini che ci andranno, coglieranno il senso del Natale, non il commercio. Perché Natale, festa di un Bambino, è diventata da molto tempo la Festa dei bambini. Ed è bello e significativo che sia così. Eppure, è anche una festa fragile fragile, che deve servire a ricordarci che siamo uno dei Paesi con la più bassa natalità del mondo, se ai bambini che nascono non crediamo più. Se, il resto dell’anno, li trattiamo poi così male. Il calendario liturgico della Chiesa, saggio e millenario, tre giorni dopo la festa della Nascita ricorda i Santi Innocenti: i bambini uccisi, secondo la tradizione, per ordine del Re Erode. Non lo fa per cattiveria, è un ammonimento morale: perché Natale, anche per chi non ci crede, è la festa della nascita, e della ri-nascita. Qualcosa che sta scritto dentro il nostro Dna più profondo. La sua data corrisponde a quella che per i pagani era la festa del Sole invitto, del ciclo solare della luce che riprende, dopo il solstizio invernale. E l’albero di Natale con le sue luci nella notte, viene da una tradizione pagana nordica che ha lo stesso significato, indica il ciclo della rinascita. La ripresa della vita, la fiducia nella vita. Proprio come nel racconto sottovoce di Lernet-Holenia: «Ma ora siamo di nuovo uno in più... Chissà, magari presto tornerà la pace». Forse è questo il vero Natale che ci siamo persi. La festa della fiducia nella vita.Ridatecelo!

Il senso di quel bambino nudo


Furono due artisti del Trecento a lasciare senza panni (e non senza scandalo) il neonato più ritratto
del mondo. Rendendo così indelebile il segno del destino 

di Giuseppe Frangi

C'è anche una data di nascita per la Natività. È l’anno 335. Allora, per la prima volta nel calendario romano viene stabilito che il 25 dicembre corrispondesse con il giorno della nascita di Gesù. Una data calcolata sui nove mesi dall’Annunciazione festeggiata il 25 marzo, e che andava a sostituirsi all’antica festa del sole: passato il crinale del solstizio d’inverno, il sole riprendeva a cavalcare e con lui l’intera vita. A partire da quel 335 gli artisti si adeguarono e la Natività entrò trionfalmente nel repertorio iconografico: il più antico che si conosca è il pittore, ovviamente anonimo, che a Roma sui muri delle Catacombe di Domitilla, dipinse una Madonna che ha appena partorito e tiene il Bambino in braccio. Le è a fianco un profeta che indica la stella, in riferimento al profeta Balaam. Aveva profetizzato infatti il libro dei Numeri: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele». Da quel momento in poi la Natività, con annessa iconografia della Madonna con il Bambino, è destinata a diventare il soggetto più rappresentato nella storia dell’arte. Riavvolgendo il nastro della storia, un altro momento epico fu l’anno 435: in quell’anno papa Sisto III volle che nella gran-
de Basilica di Maria Maggiore una cappella venisse dedicata Sancta Maria ad praesepem. Non sappiamo cosa ci avesse messo dentro, perché a fine 1200 venne sostituito da un presepe scolpito nella pietra da Arnolfo di Cambio: un capolavoro e a oggi il primo presepe della storia. Giotto intanto è già alle porte. Nel 1304 è sui ponteggi della Cappella degli Scrovegni a Padova. La sua Natività è una di quelle immagini che hanno saputo propagarsi con forza magnetica; merito della semplicità dell’impianto e di quell’idea di allungare la figura di Maria, con il suo mantello blu dipinto con pigmento di lapislazzulo, che sta distesa su quasi tutta la superficie dell’affresco. La capanna è la più minimalista che si possa immaginare, mentre il bambino sta tutto imbozzolato nelle fasce, seguendo in modo più che letterale quanto riferito nel Vangelo di san Luca.

Non andranno sempre così le cose. Furono anzi un monaco e un frate a cambiare il modo di presentare il Bambino: il primo era un camaldolese di Siena, Lorenzo Monaco; l’altro invece un domenicano, compaesano di Giotto, Beato Angelico. Tutt’e due infatti tolsero le fasce al bambino, e lo lasciarono sostanzialmente nudo. Così restò per un paio di secoli. Lorenzo lo fece a ripetizione, a Santa Trinita a Firenze,  agli Uffizi, al Metropolitan di New York, per ricordare le opere arrivate sino a noi: il Bambino è sempre posato sulla dura terra e l’unico calore gli viene dai fili pungenti della paglia scheggiata d’oro. L’Angelico invece di Natività ce ne ha lasciata una, capace però di sfidare Giotto in quanto a iconicità. La dipinse sui muri di una cella del suo convento, quello di San Marco a Firenze. Il Bambino è al centro con un grande vuoto attorno, sta disteso sulla terra, così nudo da far venire quasi i brividi a vederlo. Intorno tutti pregano per lui, con devozione profonda e commossa, ma senza sentire l’urgenza si riparare dal freddo quel corpicino. Perché, ci si può chiedere?

La risposta possiamo carpirla guardando un altro capolavoro, quello dipinto da Mantegna per Borso d’Este, duca di Ferrara e oggi emigrato al Metropolitan di New York. Per il Bambino, Mantegna ha immaginato un palchetto di roccia. Non c’è mangiatoia né ombra di culla: è nudo su nuda roccia (solo il mantello pietoso della Madonna gli fa da lenzuolo). Ma differenza dell’esemplare dell’Angelico qui è dipinto violentemente di scorcio, preso dalla parte dei piedi. Inevitabile andare con il pensiero al Cristo morto dipinto «de scurto», uno dei quadri più celebri della storia, conservato a Brera. Sullo sfondo poi vediamo un albero dalla forma strana, che giganteggia in mezzo alla pianura: è palesemente un annuncio della Croce. E il Bambino è nudo, perché nudo andrà sulla Croce. Nella nascita quindi già si evidenzia il suo destino (del resto anche le fasce in Giotto, come pure in Duccio di Boninsegna, erano così strette da evocare un’imbalsamatura). Nonostante il freddo e il cattivo presagio, però, i Bambini che seguiranno, con una sfilza di capolavori, non danno affatto impressione di tristezza. Quello di Piero della Francesca (National Gallery di Londra) è così glabro da sembrare scolpito nell’avorio. Ha un veletto trasparentissimo a coprirgli il pube e tende le mani a cercare la mamma. Ma quello che sembra davvero divertirsi di più è nella Natività Mistica, capolavoro di Botticelli, pure a Londra. Si agita con le braccia e con le gambe, protendendosi verso l’asinello, che per farlo giocare è montato con la zampa sulla mangiatoia. Giuseppe dorme e Maria, al suo solito, non smette di pregare. È seminudo anche il Bambino di Pinturicchio nel celebre ciclo di Spello: un angelo stende sotto di lui quello che a tutti gli effetti sembra un sudario, mentre nel verdissimo prato con l’odor dell’Umbria due tronchi tagliati vanno malignamente a formare una croce. Ma il più diretto di tutti nel lanciare il messaggio è il grande Lorenzo Lotto, che alla parete della grotta, dove il Bambino è nuovamente al freddo e nudo, appende addirittura un Crocifisso. Un messaggio alla portata anche dei più duri di cervice. Ma in quanto a nudità nessuno supera, né supererà mai Caravaggio. Anche se nel suo caso è tutto un altro film... Quando i Palafrenieri, cioè coloro che portavano il Papa sulla sedia gestatoria, gli chiesero una Madonna con il Bambino e Sant’Anna per la loro cappella in San Pietro, lui dipinse un Gesù sulla soglia dell’adolescenza, nudo in piedi, proteso a schiacciare il serpente biblico insieme a sua Madre. L’immagine è di quelle che oggi Facebook bannerebbe senza esitazioni e che anche allora ebbe poca vita pubblica. Venne portato via dalla cappella e fu acquisito infatti dal cardinal Scipione Borghese, uno che non si faceva troppi problemi; oggi quel capolavoro è infatti conservato nel museo romano che porta il suo nome. Ci sarebbe da dire tanto dei Bambini borgatari di Caravaggio. Ma alla fine della sua parabola gli accadde di tornare a una specie di normalità: lo fece nella Natività, che venne rubata 30 anni fa dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo. La committenza era francescana, per questo la Madonna è francescanamente seduta sulla nuda terra, si tiene molto maternamente la mano sul ventre, mentre il bambino nudo, ma non più così scopertamente provocatorio, la guarda da sotto in su. Poi arrivarono gli olandesi, con il loro rigorismo morale, e sulla vicenda della nudità venne messa una definitiva pietra sopra: il grande Rembrandt veste di tutto punto il suo Bambino, che ha appena finito di succhiare dal seno di sua mamma, e lo protegge dal freddo con una coperta che fa quasi da sacco a pelo. E poi? Poi la Natività con il progredire dei decenni è un tema che va progressivamente in estinzione. Sino ad arrivare al ’900, quando tolti i casi di pura oleografia cattolica, sparisce: secolo di grandi tragedie, che tra i soggetti sacri sentì sua solo la Crocifissione. Quanto alle Natività, stanno sulle dita di una mano: Chagall, Matisse, un sorprendente Emil Nolde che innova la Natività con una Maria che ostenta trionfalmente il Figlio innalzandolo sotto un cielo stellato. Infine, facendo un grande balzo, si arriva a Luca Pignatelli. Nel 2007 ebbe una figlia, Beatrice. E lui ne festeggiò la nascita con una Madonna, di eleganza quasi gotica, al centro di un campo fiorito che con tenerezza accarezza un bambino, che però non si vede più...

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