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Vita da Arbiter

L'ho fatto per ridere

Mente sveglia, tratto elegante, ironia. Paolo Garretto ha raccontato al mondo la politica e la società del Novecento. Partendo dalle copertine di Arbiter

Se ci si dovesse fermare alle apparenze, l’etichetta di «artista fascista», che pure gli fu affibbiata e della quale fu vittima nella seconda parte della sua carriera, spiega molto, ma non tutto, della fantasmagorica esistenza, preparazione, ascesa, trionfo, caduta e vivace mantenimento di Paolo Garretto. Ovvero, dell’artista italiano che dominò la scena dell’illustrazione internazionale negli anni 20- 30, divenendo simbolo di una vita cosmopolita, d’eleganza e classe di discendenza napoletana spruzzata con un tocco di teutonica precisione e mescolata a un americanismo non di maniera, di irrisione e goliardia al potere, pur senza dimenticare di essere in un mondo nel quale forze opposte e ugualmente temibili, come il nazifascismo da una parte e il comunismo dall’altra, prendevano il sopravvento per degenerare nel folle volo della Seconda guerra mondiale.

Spiega molto ma non tutto, perché questo gentiluomo, spendaccione e viveur, giornalista e pittore, amante della bella vita, delle donne, dei viaggi e cultore di una delle supreme forme dell’intelligenza, l’ironia, resta un geniale unicum nel panorama dell’Italia di quegli anni: vita avventurosa, amicizie pericolose epperò alla bisogna affidabili, una formidabile capacità di sfangarla anche nelle situazioni più complicate, avanti e indietro tra l’America e il Vecchio Continente, sempre alla ricerca del divertimento, della bellezza, del lavoro fatto bene e ben remunerato (una volta si vantò di avere un contratto con le riviste americane che lo retribuiva «meglio del presidente della Repubblica francese») ma senza farsi schiacciare dalle incombenze quotidiane. Bello come un divo del cinema, inappuntabile gagà (una foto degli anni 30 lo ritrae mentre è disteso, giacca con revers alti, cravatta a pois fini, fazzoletto di seta, in un bianco e nero fascinoso che ne incornicia perfettamente il volto pacato, i capelli folti inumiditi da abbondante brillantina), sapeva tener testa, con doti di abilissimo narratore e arguto battutista, anche ai personaggi più temuti e noti per la loro proverbiale incazzosità: per citarne solo due, Mussolini (con il quale ebbe un lungo, oscillante, rapporto), che lo apprezzò sempre, e Gabriele d’Annunzio, che pur bacchettandolo amichevolmente non poteva non vederne il genio.

Perché, se si va oltre le apparenze, come si deve fare per gli artisti, e si entra nella capacità di questo gigante italiano del disegno, non si può che constatare la disarmante bravura che Garretto ha instillato in ogni suo dipinto. Tanto da farne, senza ombra di dubbio, il miglior caricaturista del ’900 e un artista che aveva senz’altro la grande qualità che un ritrattista ironico deve avere: cogliere in pochi, esagerati tratti, l’indole profonda, la storia e le debolezze di colui che si sta fissando sulla carta. Chi ha avuto l’occasione di vedere i suoi ritratti, il genere nel quale ha eccelso (ma era anche un grandissimo illustratore di marketing pubblicitario e sapeva cogliere l’essenza di questioni internazionali complesse, come quando disegnava copertine su commissione per le riviste statunitensi d’attualità), non può non convenire. Segni sempre netti, linee geometriche che servono a individuare il taglio della faccia, colori pieni e ben delineati e campiture a far da sfondo che stagliano la figura centrale nella sua forza iconica. I suoi disegni sono il perfetto passaggio dalla lezione futurista alla più smaccata interpretazione dell’estetica deco: eppure, la rivoluzione grafica che applica a livello mondiale (non c’era rivista, da Vanity Fair a Fortune, da Graphis ai giornali italiani tra cui il neonato Arbiter e la Gazzetta del Popolo che non pubblicasse i suoi dipinti) è davvero personalissima, lontana dai maestri di un’altra epoca come Dudovich o, su altri piani, Balla, ma persino dai contemporanei con i quali rivaleggiava e, insieme, faceva amicizia: Carlu, Covarrubias, Cassandre. Un segno freschissimo, geometrico e irregolare al tempo stesso, unico e nuovo: a decenni di distanza le sue opere sono ancora perfettamente in tiro, piccole lezioni di incanto grafico che restituiscono al lettore prima di tutto la felicità dello sguardo.

Garretto era figlio di uno studioso, che si era trasferito in America su incarico di Benedetto Croce per scrivere una storia degli Stati Uniti e che, rientrato in Italia, aveva optato per un incarico da preside del Liceo Parini di Milano, sebbene avesse altre possibilità. Paolo Garretto scelse presto la via dell’arte. «Frequentò l’Accademia di Belle Arti per accorgersi che non serviva a niente, così abbracciò la satira e visse divertendosi alle spalle altrui», scrive in una sua biografia. E lo fece per 85 anni, non dimenticando mai lo sguardo disincantato con il quale filtrare gli avvenimenti personali e del mondo. Se Brera lo respinge, Roma lo accoglie. Non la Roma, certo, delle accademie e dei circoli nobiliari, ma quella dei caffè degli artisti, in particolar modo il caffè Aragno, nel quale Garretto passa le giornate e coltiva amicizia fondamentali. Siamo nell’epoca della Marcia su Roma e dintorni: tra i tavoli di quel caffè Garretto è in buona compagnia. Maccari, Ungaretti, Tozzi, Alvaro, Soffici, ogni tanto Marinetti, Pirandello (che ritrae sapidamente facendosi subito notare) e un gruppo di agitatori dell’intelligenza del calibro di Longanesi, Malaparte, Maccari, Trilussa e Cecchi. È il momento della nascita del fascismo: una foto, scattata dallo stesso Garretto (come racconta Giordano Bruno Guerri nella più bella monografia dedicata al pittore), ritrae insieme Dino Grandi, Italo Balbo, Giuseppe Bottai e Malaparte. L’adesione al partito è per Garretto naturale e scontata: anzi è un convinto della prima ora se si trova fianco a fianco a Mussolini il giorno della Marcia su Roma e se arriva a disegnare e far parte, con lo spirito goliardico che presto sarebbe stato stravolto (con suo conseguente abbandono), della guardia scelta personale del Duce, per la quale disegnò anche l’uniforme. E se il padre, picchiato dai comunisti (episodio in seguito al quale Garretto fu ancor più convinto di aderire al fascismo), gli sconsigliava vivamente di aderire al movimento mussoliniano, Garretto prese parte alla nascita del movimento ma se ne distaccò anche abbastanza presto. Più che una ritrattazione, che non arrivò mai, la consapevolezza che lo attendesse ben altro che la guardia mussoliniana: l’impazienza di nascere a una nuova vita artistica. I suoi disegni, «very different and modern» (così nell’autopresentazione alle riviste straniere) lo portarono a Parigi, a Londra, a New York. Sembra incredibile, ma tale fu il suo successo in quel periodo che divideva equamente il suo anno nelle tre diverse metropoli, senza dimenticare ovviamente l’Italia perché Garretto, nonostante il suo girovagare per il mondo, si sentì sempre profondamente e orgogliosamente italiano. Anche perché, con la tessera di giornalista in tasca, una non comune capacità di scrittura e un’esperienza internazionale che era sempre più merce rara, Garretto poteva agilmente anche scrivere. Le sue collaborazioni giornalistiche, dunque, gli diedero un’altra fonte di reddito («ero sempre in cerca di soldi») e la possibilità di operare su più fronti: scriverà di affari italiani per i giornali stranieri e di situazioni internazionali per quelli italiani, non dimenticando mai allo stesso tempo i giornali satirici e le riviste di grande caratura.

L’approccio grafico di Garretto rimase costante durante tutta la sua carriera. Semplificazione del volto in forme base (triangoli, ovali, cerchi), nette pennellate di colore, esaltazione delle caratteristiche che sapevano da sole «significare» il personaggio. Mussolini (che non disdegnava affatto la scarna essenzialità di Garretto, anche se lo irrideva) è più che mai testone, Hitler ha gli occhi tristi di un basseythound, come in genere i gerarchi tedeschi, malati di male loro malgrado, e la svastica nella quale lo inquadra altro non è che un cor-po esile che ne rivela la tragica essenza di tronfio personaggio. Ecco l’accigliato Toscanini, il vanesio Petrolini, Charlie Chaplin e Buster Keaton, stelle del cinema di prima grandezza, colte nella loro essenza snob (oggi echi magari inconsapevoli di questi suoi ritratti sono visibili nella mano esperta e ironicissima dell’israeliano Noma Bar) e poi le dive: Mistinguette, Mata Hari, la Baker. Silfidi sensualissime che dalle pagine trasmettono tutto il fascino del quale erano certamente prodighe di persona. Sfilano, nelle caricature di Garretto, i grandi personaggi di un ’900 ancora vergine, una storia che aveva già sperimentato gli orrori di una guerra mondiale ma non aveva perso la voglia di rinascere e divertirsi. Dopo il secondo conflitto (mentre prima in America la sua vicinanza al fascismo era tollerata), per Garretto iniziano le difficoltà. Il mutato scenario è l’occasione per le riviste americane per rompere i lauti contratti. «Fascist Artist» diventa allora il bollo con il quale etichettarlo per evitare di pubblicare i suoi disegni. Ma c’è anche altro. L’irrompere della fotografia e della tv toglie all’immagine disegnata (e dunque alla caricatura) quella preminenza di cui fino ad allora aveva goduto di là come di qua dell’Oceano. I disegni per le riviste italiane, le locandine cinematografiche, le pubblicità fanno ancora di Garretto un numero uno, ma senza la notorietà globale dei decenni precedenti. Le trasognate copertine di riviste come The Boulevardier, Humor, Adam, dello stesso Arbiter raccontano di un bel mondo di uomini e donne eleganti e sorridenti, capaci di sentirsi a loro agio in qualsiasi circostanza della vita. Forse, in quelle immagini c’era l’essenza più profonda di ciò che era stato e aveva sempre voluto essere Paolo Garretto: un galantuomo innamorato della vita che eccelleva in una specialità, il disegno illustrato, grazie al quale vedere, capire, interpretare il mondo, consegnando a tutti un briciolo di bellezza di cui godere con il sorriso.

di Stefano Salis

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