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Profeti dell'essenziale

Cronologicamente, la repubblica della Roma antica viene prima dell’Impero, della Serenissima e della Spagna di Filippo II. Figlio di un’età rude, di bisogni essenziali, l’uomo della repubblica romana si appaga di una modesta abitazione, della città stretta nel pomerio, del suo orto confortante. Non conosce il bianco chiassoso dei marmi augustei, ignora gli ori e i cinabri delle sale veneziane, trova inconcepibili i futili broccati della corte asburgica. La sua è l’età del rimpianto: il tempo leggendario dei padri è il costante rimorso di una civiltà arrotolata nell’eccesso, e non a caso l’Impero romano, la Repubblica dei dogi e il Siglo de oro sono segnati dalla vocazione all’accumulo e alla fame di terre. Vocazione che comporta un increscioso dispendio di energie, uno sfinimento di sensazioni. Alla fine i sintomi sono gli stessi: si scopre una progressiva decadenza della propria modernità, nella quale tutto appare eccessivo e ripetitivo, e si approda a rimpiangere il passato. Il passato è languoroso e semplice, si circonda di sparuti ma vigorosi principi; il passato non ti dà le chiavi di casa, ti nutre di salutare brodetto. Eppure, potrebbe non trattarsi nemmeno di una banale questione di ammiccamento del buon tempo antico, né della naturale saturazione prodotta dalla facilità del troppo. Forse, è piuttosto la necessità, ricorrente nella storia del mondo (e dell’uomo), di tornare fisiologicamente dopo ogni fase di eccesso a un momento di purificazione, a una rifocalizzazione sull’essenziale, per ridefinire i codici primi dell’essere. A riportare al dunque la realtà servono personalità forti, gesti clamorosi. Personalità inizialmente incomprese, scandalose, emarginate dal contesto sociale di riferimento; poi, destinate a rapida e duratura santificazione. Diede scandalo Francesco, al secolo Giovanni di Pietro Bernardone, padre mercante e madre nobildonna. Figlio di una delle famiglie più floride d’Assisi, nel 1206, a poco più di 20 anni, dà scandalo rinunciando in piazza a tutti i suoi beni fino a spogliarsi delle sue stesse vesti, per scegliere di consacrarsi a «madonna povertà». Uno scandalo rivoluzionario che portò fino a Roma, quando vestito di un povero saio si presentò alla sfarzosa corte papale retta da Innocenzo III per instillare nel cuore terreno della Chiesa quella sferzata di spiritualità che fermò una deriva pericolosa per il cristianesimo e per l’allora civiltà occidentale. Il tutto, predicando la semplicità, nei gesti e nelle parole: «Cominciate a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Un principio di lineare umanità che è quasi l’intingolo ideale dal quale sarebbe nato, circa 800 anni più tardi, quel «think different» che accompagnò agli albori della rivoluzione industrial-digitale lo sbarco nel mondo dei prodotti e della filosofia di Steve Paul Jobs, scandaloso (agli inizi) profeta contemporaneo della semplificazione assoluta, dell’essenziale come summa della bellezza di un prodotto e di un approccio alla tecnologia. Come Francesco lancia la rinuncia ai beni terreni in un’epoca, il principio del Duecento, che apriva un ciclo inedito di prosperità e sfarzo per l’Italia e per l’Europa, così Steve cambiò le regole del gioco della contemporaneità tenendo fede a un’unica esasperata certezza: l’uomo non cerca il di più, ma cerca il meglio. Ed è capace di riconoscerlo e sceglierlo, quando gli viene proposto. Un concetto banale da comprendere ora, assuefatti da diverse generazioni di prodotti Apple, ma a fine anni 70 scegliere questa strada per chi voleva fare impresa in quella che poi sarebbe diventata la Silicon Valley non era opzione del tutto scontata. Ma la semplicità passa attraverso la scrematura del difficile, per gente come Francesco, o Jobs. «Non abbiamo la possibilità di fare molte cose nella vita. Ognuna di queste dovrebbe essere davvero eccellente. Perché è la nostra vita». È in questa frase la filosofia di Steve, filosofia dell’essenziale come forma perfetta dell’essere. Pensiamo al Cantico delle Creature: una manciata di versi di una semplicità sintattica estrema, in un impasto di dialetto umbro e «volgare» (l’italiano non esisteva ancora, e la sua nascita viene fatta coincidere proprio con questa composizione del fraticello d’Assisi) che racchiude in sé il tutto. Una dichiarazione di fede, di filosofia, di vita: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature...». E da allora cambiò la Chiesa, cambiò il mondo, gli umili e non le porpore divennero il punto di riferimento dell’aspirazione alla santità. Il sospetto è insomma che la capacità di aderire al «meno» elevandolo a «meglio» non sia un fatto di contesto, ma che sia una faccenda di personalità. Un qualcosa di irripetibile. Tutto quel che viene poi è un succedaneo, è un eterno ricominciare nella logica dell’accumulo, fino alla prossima rottura.

Pensiamo a San Francesco. Non è tanto e solo una questione di povertà o di accontentarsi del poco, ma l’effetto di quanto è accaduto appena è calato nella tomba: per celebrare un omino vissuto in un saio con pane e acqua, si sono inventati una basilica sfarzosa che ci ha prima dato Giotto, sì, ma subito dopo una serqua di emuli di Giotto affondati per lo più nell’anonimato. Questi tizi, oggetto di maniacali osservazioni giusto solo degli storici dell’arte, popolano un’intera epoca dominata dalla replica del modello, ne smarriscono i connotati iniziali, mostrano, questo sì, uno sviluppo abnorme dei neuroni specchio che li spingono a rifare il già fatto appagandosi della variazione minima, del profumo estetico, dell’illusione di una visibilità. Sarà, ma questa illusione assomiglia molto a quella che ai no- stri contemporanei dà la convinzione di essere tanto più unici quanto più adeguati alla logica del molteplice e dell’identico, che è più o meno la filosofia dell’i-qualcosa rivestito nel piacere dei sensi di oggetti che sono estetici prima ancora di essere efficaci, e irrinunciabili prima ancora di essere estetico.

Ci si ricorderà che l’epinicio di Steve Jobs, assurto a profeta della modernità appena calato nella tomba, si è immediatamente levato in nome di una capacità visionaria, invero non ben definita, di una miracolosa intuizione di futuro, che in realtà altro non era che la consapevolezza di quanto i fragili esseri umani si appassionino all’idea di essere irripetibili proprio perché inseriti nel mare indistinto del tanto. Gli si fa credere che più si aumenta il raggio dei rapporti, più viene gratificando il singolo. Si è invece avuta la conferma che la progenie di Adamo è di natura rissosa e soverchiante, e che il numero di contatti aumenta semmai la probabilità della prevaricazione e dell’insulto. Ciò che sembrava entusiasmante e necessario diventa irritante e frustrante, quando non sostanzialmente idiota e logorante. Ed è a quel punto che nasce il dubbio: era meglio il poco ma buono. Ora probabilmente i nostri candidi lettori vorrebbero sorprenderci sulla soglia dell’amletismo. Sostenere che vogliamo instaurare una dicotomia, aprire una forbice, scatenare una provocazione. Contrapporre cioè San Francesco a Steve Jobs, così come la filosofia del poco ma buono si guarda in cagnesco con quella del mediocre ma tanto, e naturalmente dichiarare la nostra simpatia per la prima. In un certo senso è così. Ma lo è non per nostalgia e neppure per moralismo, non siamo così delinquenziali. Semmai è proprio per un certo senso di convinzione di sé, un coraggio di sfoggiare pensieri: la rivalutazione della qualità rispetto alla quantità è sempre figlia di un gesto di orgoglio. Una sfida con se stessi, uno scavo verso la radice ultima della propria personalità. «La semplicità, per Steve, non è solo questione di stile visivo, non è mero minimalismo. È qualcosa che implica lo scavo negli abissi della complessità. Per essere veramente semplici, bisogna essere realmente profondi. La cosa migliore è esplorare la via della semplicità fino in fondo». Parole di Jonathan Ive, il designer che con Jobs ha costruito la fortuna della Apple. «È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nocciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene», risponde Francesco, nelle parole riportate da Tommaso da Celano nella Vita del Santo di Assisi, di cui fu discepolo dal 1215. Quello della semplicità è un principio che ha certo un indubbio risvolto di convenienza e praticità: tra 20 pantaloni economici che dopo due lavanderie si scoloriscono, meglio due di sartoria seria che durano 20 anni, grazie tante, così come tra 5mila follower sono preferibili cinque amici autentici che ti guardano negli occhi (in materia di cinguettii con San Francesco si sfonda una porta aperta con alcuni secoli di anticipo). Ovvio, per quanto non facilmente digeribile, poiché il potere, o l’illusione del potere, si appaga della quantità. Ha poi i connotati della stanchezza, ingenera una nevrosi che finisce con il titillare il gusto per la severità spartaneggiante.
C’è, in questo match fra il poverello di Assisi e il profeta della Silicon Valley un riassunto di civiltà molto meno scontato di quanto sembri, del tutto antiretorico, ed è quello che contrappone la possibilità di conoscere l’individuo dalle proprie azioni a quello delle azioni individuali previste dal sistema. Insomma, è evidente che non si tratta di preferire quattro stracci robusti all’ultimo device, ma di riprendere il controllo della propria autonomia di scelta. San Francesco, ancora prima della volontà di coltivare l’ascesi, è colui che compie il gesto coraggioso di abbandonare i piaceri; Jobs, con rispetto, una volta presa quella strada non avrebbe potuto far altro che seguire una logica di comportamenti già scritta. Per come si è messo il mondo, insomma, la scelta della qualità sulla quantità standardizzata non è solo di sostanza, ma rivela nel suo pieno la rivincita del soggetto. Certamente, il tema è sapido e al tempo stesso facilmente predisposto a una morale inaggirabile: chi, specialmente con le arie che corrono, potrebbe aver dubbi sulla scelta? Tuttavia anche le ragioni del Jobs, le propensioni della cicala insomma, rivendicano con qualche diritto una loro cittadinanza in una realtà in cui i parametri della natura, la rivincita dell’uomo biologico, la necessità del godimento si sono sostituiti alla religione e alla moralità, dal momento che il viaggio è breve, incerto e soprattutto il biglietto di sola andata. Altri obietterebbero che, a uno sguardo più profondo, il gusto per il poco ma migliore educa invece proprio all’apprezzamento delle cose che si toccano e si annusano e si guardano e si utilizzano, esercita la perizia nel realizzarle, premia la realtà priva di mediazioni, sottrae dai luoghi comuni, affranca dalle convenzioni. Non è faccenda di tecnogeremiadi o di ambizioni arcadiche, semmai è una questione epica, non esente da un filo di lenta e malinconica poesia. Ecco, ci piace proprio l’idea del confronto intriso di un’aura letteraria, capace di sintetizzare in un tratto una storia plurisecolare. Ehi, stiamo parlando di Francesco contro Steve: un faccia a faccia del genere avrebbe un posto di diritto in un qualsiasi canto dantesco, magari con i due a tirare per le braccia l’animuccia disorientata di un fraticello con lo smartphone.

Giuseppe Martini

Quattro riflessioni per una vita semplice

La scelta di un abito, di un piatto al ristorante, di un museo da visitare: tutte occasioni per affermare la propria capacità di giudizio. Ribellandosi alla cultura del troppo

Arte e Cultura

di Giuseppe Frangi

Meno, ma di più. Perché un sapere malato di troppo nega se stesso

La cultura ha bisogno di una bella cura dimagrante. E qualcuno ha iniziato a capirlo. Milano, Pinacoteca di Brera. Da un anno il timone è nelle mani di James Bradburne, inglese, un passato alla guida di Palazzo Strozzi a Firenze. Appena arrivato il nuovo direttore ha dato la linea: niente più mostre nelle sale del museo. Illusorio pensare che l’overdose di offerta espositiva porti benefici. Lo conferma la storia, anche recente: quando nel 2011 Brera accolse i capolavori impressionisti arrivati dal museo Puškin di Mosca, era scontato che ottenesse un picco di visitatori. Ma qual è stato il prezzo? Una profonda alterazione del percorso espositivo per accogliere opere che non avevano nulla a che vedere con il nucleo delle raccolte. La ricaduta è stata praticamente nulla, perché nessuno dei visitatori attirati dalla sirena impressionista ha generato un tam tam di ammirazione per i capolavori della pinacoteca. All’opposto, Bradburne ha pensato che l’offerta di Brera fosse più che sufficiente per incrementare il proprio pubblico. E che forse il problema era come Brera si presentava al pubblico. Così paradossalmente ha lavorato agendo sulla chiarezza del percorso, anche a costo di togliere qualche opera. Meno è meglio anche in un altro grande museo italiano, come la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, il più importante museo sul ’900 in Italia. Anche qui c’è stato un cambio di guardia, con l’arrivo di una dirigente italiana, Cristiana Collu. Nel museo, che era in profonda crisi e che neanche l’intensa e costosa attività di mostre aveva risollevato, ha fatto una profonda rivoluzione: e il criterio è stato anche in questo caso quello dell’alleggerimento e del valorizzare in modo selettivo e intelligente l’esistente. A Roma l’operazione è stata talmente esplicita da portare anche a un cambiamento del nome del museo. Era la Gnam, esito sciagurato della moda dilagante degli acronimi, ed è diventata «la Galleria nazionale d’arte moderna», dove l’articolo (a caratteri minuscoli) fa parte integrante del nome, a sottolineare l’unicità del museo, proprio come aveva fatto la National Gallery di Londra che aveva rimarcato la propria differenza rispetto alle tante National Gallery del mondo, aggiungendo l’articolo «the». Detto per inciso, in un caso e nell’altro, a Milano come a Roma, l’esito di questa ricalibratura è stato quello che nessuno un tempo avrebbe previsto: aumento verticale dell’attenzione mediatica verso i due musei e impennata anche del numero di visitatori. Chi per primo aveva capito che era l’ora di frenare rispetto alla moda dilagante della «mostramania» era stato il direttore del più importante museo del mondo, cioè il Louvre. Jean-Luc Martinez, appena insediato, disse a chiare lettere che la stagione delle grandi esposizioni era chiusa e che addirittura bisognava smettere di inseguire il record di visitatori anno dopo anno. Annuncio choc dato il 3 aprile 2013, giorno dell’insediamento, e osservato in modo rigorosissimo in questi anni. Il pensiero di Martinez è che una cultura malata di «troppo» diventa negazione di se stessa. Non lascia nessun segno e si traduce solo in confusione. Il «meno» quindi può essere un «più» sul fronte della cultura. Lo dimostra un altro fenomeno che ogni anno stupisce gli osservatori: a Milano per Natale il Comune offre ormai da una decina di anni l’esposizione di una sola opera ai cittadini. L’ingresso è gratuito, l’offerta è la più spartana che ci sia: bene, ogni anni decine di migliaia di visitatori si mettono in fila per vedere il «quadro di Natale del Comune». Nessuno esce deluso per aver visto poco. Tutti invece escono contenti per aver potuto guardare bene e in profondità (cioè finalmente e davvero conoscere, che è un «guardare capendo») quella sola opera proposta. Che certamente ricorderanno a lungo. 

Cucina

di Massimo Bottura

Ripensiamo l'abbondanza del cibo come strumento di solidarietà

Eccola qui la summa, l’epigrafe della contemporaneità: less is more. Era la prima metà del XX secolo quando un designer e architetto tedesco di nome Ludwig Mies van der Rohe pronunciava queste parole: «meno è di più», diceva, siglando il claim di questo momento storico che stiamo ancora vivendo. Per quale motivo? Perché ai tempi del boom economico, dell’abbondanza, del surplus di tutto lo scibile umano in termini di informazioni, merci, stimoli e legami, l’arte di saper limare, eliminare, di condurre le cose alla loro più elementare essenza, insomma, è tutto fuorché prassi da poco, e corrisponde all’arte della misura sviluppata anche e soprattutto in termini di disciplina esercitata sul desiderio. Questo desiderio, questo esercizio virtuoso che era tale all’epoca di van der Rohe, è ora di- ventato necessità. Io ho sentito il profondo bisogno di interpretare in questi termini per esempio il tema di Expo 2015, dove il food (e anche i suoi eccessi deleteri) è stato protagonista. E di farlo con quella spinta propria dell’urgenza dell’opera. Dietro a tutto lo spreco di cibo che si compie in ogni angolo del nostro Paese e in tutto il mondo avvertivo una grande opportunità: quella di far diventare il cibo, e la mentalità dello spreco legata al cibo, strumento di inclusione sociale. Perché non utilizzare il surplus delle filiere alimentari per realizzare dei piatti straordinari, con l’interpretazione di grandi chef che facessero da mentori per i volontari? Perché non servire questi pasti in luoghi meravigliosi curati da grandi artisti? Perché il cibo recuperato non può diventare un guadagno dal punto di vista etico e servire per il recupero degli emarginati? Ecco dunque che lavorando su un aspetto negativo, lo spreco alimentare, la cucina è divenuta un mezzo, un veicolo, per portare un messaggio nuovo e positivo capace di andare al di là dell’ambito gastronomico. Da qui l’idea del riutilizzo culinario, della razionalizzazione delle risorse, mentali e alimentari, della neutralizzazione del concetto di spreco a favore, invece, del principio di ridistribuzione, per dimostrare un’altra grande verità che riguarda la cucina nel suo insieme: ovvero la sua naturale e intrinseca dimensione etica. Per cui less is more, senza dubbio. E se non c’è mo-do di essere «less», che almeno si sappia reindirizzare il «more». No?

Eleganza

di Giancarlo Maresca

L'acquisto compulsivo non affina il gusto. fate esperienza delle cose!

Non so quante se ne siano rese conto, ma tradizionalmente le donne vengono classificate allo stesso modo dei tori da corrida o dei cavalli, cioè secondo il colore del manto. Bionde, brune, rosse, castane. Agli uomini questa storia delle categorie piace talmente tanto che fanno finta di preferirne una, anche se si sa che le guardano tutte. Ciò non esclude che ciascuno abbia inclinazioni, criteri e gerarchie personali. Il software mentale che governa il modo in cui desideriamo, scegliamo, usiamo e ricordiamo, si chiama gusto. Come tutti i programmi viene aggiornato continuamente, ecco perché da piccoli la cipolla non ci piaceva e un bel dì ci siamo accorti di andarne matti. Tutti gli esseri viventi hanno un gusto. Sebbene evolva, il gusto ci spinge lungo percorsi fissi, cui l’abitudine ci lega ancor più caricandoli di sacralità. Il solco ben visibile che scaviamo andando e tornando sugli stessi passi è ciò che chiamiamo stile. Tutto ha uno stile, comprese le entità non viventi o di fantasia. La Coca Cola, l’Italia, la Juventus, la Chiesa, lo hanno, non diversamente dal Duca di Windsor o Ciruzzo Caccavale. Cosa ci colpisce in James Bond o Don Chisciotte, in Giasone o Ercole, se non l’ineluttabilità della sequenza carattere – gusto – stile? La loro indole ne determina le inclinazioni e queste il destino. Dunque lo stile dipende dal gusto e il gusto dal carattere. Quest’ultimo bisogna tenerselo com’è; possiamo invece migliorare lo stile agendo sul gusto. Si tratta di un processo che richiede tempo e denaro, che però da soli, pur se profusi in quantità illimitate, non bastano ad avanzare di un solo millimetro. «Vado per mare da 40 anni», sentenzia all’attempato sborone da banchina. Non si rende conto di aver ripetuto quaranta volte il primo anno, se non il primo giorno. L’esperienza non è funzione diretta del tempo passato a fare una stessa cosa, bensì il risultato delle cose fatte moltiplicate per l’attenzione posta prima, durante e dopo averle fatte. L’ideale è preparare l’azione, compierla con presenza di spirito e poi sviscerarne le conseguenze, anche quelle meno evidenti e immediate. Applicare il metodo a un oggetto del gusto, come ad esempio il sigaro, significa affrontare i fattori teorici inerenti la fabbricazione e le materie prime, frequentare i luoghi di produzione e fumare quando più possiamo concentrarci sul piacere del tabacco, infine osservare l’evoluzione delle diverse qualità della nostra riserva e sperimentare sempre nuove soluzioni per migliorare tutta la filiera, dalla conservazione alla fruizione. Diverso, ma analogo, sarà il modo di fare autentica esperienza nella cucina, nel gioco, e nel vasto universo delle passioni. Studio, esercizio e analisi sono i fattori che fanno la differenza tra il conoscitore e il praticone, tra chi guarda alla qualità, e chi vive nell’ansia della quantità. Senza di essi la pur lunga dimestichezza con un certo fenomeno non conduce alla sua comprensione. Ne consegue che più del numero di esperienze conta l’intensità con cui le viviamo e la qualità delle componenti in gioco. La ripetizione compulsiva, cui tutti i piaceri spingono per loro stessa natura, non giova alla crescita del gusto. Lo indirizza anzi verso la banalizzazione, un veleno così potente che può agire, se trasmesso dal cattivo esempio, anche su chi non lo assume direttamente. In definitiva, il segreto per affinare sensi e sensibilità è tutto nella cura con cui predisponiamo, compiamo e memorizziamo le poche attività cui diamo importanza. Usato come una rete il gusto prende molto pesce, ma tutto di una sola specie. Lanciato come un falco ci riporterà invece le prede più rare e varie, lasciandoci in più l’emozione della falconeria. Sparare nel barile è per i vili. Lo sguardo dell’uomo di gusto deve essere puntato sempre verso l’alto, là dove le cime ospitano pochi animali e le condizioni severe non consentono di cacciare tutti i giorni, né di catturare qualcosa solo perché si è usciti a caccia. In un simile contesto, la nobiltà delle prede impone anche al cacciatore di averne il massimo rispetto. A valle ci sono molte taverne dove abbuffarsi. Sono loro stesse a richiamarci, con le loro allettanti insegne. Sulle vette il panorama apre lo spirito e si mangia solo il meglio, ma poco e non tutti i giorni. In questo senso, elevare la qualità del consumo e allo stesso tempo dosarlo non consente solo di razionalizzare le proprie risorse e quindi poter salire ancora. È una vera e propria disciplina, che schiarisce lo sguardo e ci consente di vedere quello che gli altri non vedono, quello che noi stessi non avevamo mai visto.

Economia e finanza

di Ugo Bertone

Siamo ormai vittime di un mondo tarato sull'eccesso

Un certo giorno Elizabeth Cline, giornalista newyorkese, decise di far l’inventario del proprio guardaroba. Scoprì così di possedere, tra gli altri indumenti, 61 top, 60 t-shirt, 15 tra cardigan e pullover, 30 paia di scarpe, alcune ancora nuove di zecca. Chiamatelo consumismo, oppure il fascino perverso che emana dai persuasori occulti, maestri, per dirla con Diana Vreeland, «nell’arte di farti comprare quello che nemmeno sospettavi di volere». Una razza diffusa, che popola i centri delle città dell’economia globale con i suoi appelli all’avere di più, al di là dei bisogni o dei desideri. Inutilità acquistate a cuor leggero, che vanno a intasare le discariche di un mondo assediato dai rifiuti, così ben descritto da Zygmunt Bauman. Elizabeth Cline, autrice di Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion, misurato il prezzo di questa corsa alla quantità per la quantità, frutto perverso della globalizzazione. Il fenomeno della moda super cheap, infatti, decolla assieme al boom della Cina, oggi sostituita da altri opifici sempre meno cari. Nel giro di pochi anni, nota la Cline, l’America ha cancellato le sue fabbriche di abbigliamento, al pari di altri Paesi «avanzati» che importano flotte cariche di pantaloni dalle tinture tossiche. Ribellarsi? Si deve, grazie a una ricetta semplice: la riscoperta del bello.

Non sono pochi i ribelli alla religione della quantità. Nella Vecchia Europa per fortuna non mancano i resistenti, che sfidano la dittatura dei numeri. Sono gli artigiani di una tradizione che affonda nei secoli e che, novità, sta facendo breccia nei Nuovi Mondi. Quella dei numeri è una tirannia psicologica che è all’origine di molti flop dell’economia di oggi. È la ricerca esasperata della quantità che spinge i banchieri di Wells Fargo a inventarsi clienti che non esistono ma che servono comunque a fare i soldi. Questo perché gli analisti finanziari giudicano le performance solo sulla base di parametri quantitativi (che nessuno verifica). E il mito dell’onnipotenza dei numeri che sta alla base dei grandi disastri industriali di questi anni, dal dieselgate alle batterie incendiarie degli smartphone, montate in tutta fretta per battere sul tempo la concorrenza. Una corsa ai grandi numeri che ha una spiegazione macroeconomica: il mondo soffre ormai di una cronica sovraccapacità produttiva. Le fabbriche d’auto sono in grado di sfornare il doppio dei modelli che si vendono in un anno, e così i mobili, gli aerei, gli abiti. L’entusiasmo dei decenni scorsi ci ha lasciato in eredità una quantità eccessiva di fabbriche di acciaio, di miniere, di pozzi di petrolio, di banche; troppa energia elettrica, troppe fabbriche di semiconduttori. Un problema destinato a complicarsi a mano a mano che avanza la tecnologia e che aumenta la fame degli investitori per utili sempre più pingui. Il rischio è che le imprese reagiscano con nuovi tagli dei costi, ovvero licenziamenti, per soddisfare i desideri di clienti sempre più poveri perché disoccupati. Insomma, difendendo il bello, il poco ma di qualità, tuteliamo il nostro futuro. Altrimenti non ci resteranno che quelle sette paia di scarpe a ingombrare il guardaroba.

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