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Gin Gin

Il distillato tanto amato da Hemingway e Churchill non smette mai di stupire. Oggi anche con note di salvia e lavanda, cannella e zenzero...

Gli spiriti non ci fanno paura, anzi sappiamo che vengono con intenzioni buone e sono stati considerati fin dalla antichità un importante contributo alla vita dell’uomo. Greci e Romani attribuivano al ginepro proprietà medicamentose e taumaturgiche incredibili e nel Medioevo la sua fama crebbe fino ad assurgere come farmaco nei preziosi scaffali degli speziali. Dobbiamo però attendere la metà del ’600 per vederlo comparire ufficialmente come principale ingrediente medicamentoso e aromatizzante quando venne sposato a un pallido, insapore e inodore distillato di cereali. Nasce forse per opera di Franciscus Sylvius de la Boë, un dottore in farmacia di origini francesi che operava a Leida in Olanda. Grazie a lui oggi abbiamo due cose che lo ricordano: la «fessura silviana», il solco che divide i due lobi del cervello di cui è stato un grande studioso, e il Gin Sylvius... Il suo Jenevier poteva curare almeno un terzo delle malattie conosciute: digestivo, tonico, stimolante, coadiuvante dei disturbi della circolazione del sangue, dei reni e della gotta. Un vero toccasana che ben presto si diffuse nei Paesi vicini, a cominciare ovviamente dal Regno Unito. Le grandi flotte di allora contribuirono a diffondere la produzione del Gin in tutto il mondo. Uno spirito nobile, il Gin, che non ha pari tra i distillati, basti pensare quanto la sua immagine sia stata e continui ancora oggi a essere abbinata ai più grandi interpreti del cinema, della letteratura e della politica: da Fleming a Hemingway, fino a Churchill. Poi, solo per citarne alcuni: Samuel Sayer (Humphrey Bogart), il cui battello nella Regina d’Africa è colmo di casse di Gordon che beve regolarmente allungato con l’acqua del fiume; Jay Gatsby, che beve il Gin Rickey, amato dal suo autore Scott Fitzgerald; last but not least, mr. James Bond in tutte le sue versioni!

Ora grazie a un appassionato mecenate, Luca Pirola, in Italia da quattro anni abbiamo la «giornata dello spirito», il GinDay, che si svolge a Milano e che raggruppa in una sofisticata selezione i produttori da tutto il mondo: Europa sì, ma anche Malacca, Filippine, Americhe, Giappone... E la cosa incredibile è che l’ingresso è gratuito: previa registrazione sul sito ginday.it tutti possono partecipare e godere di infiniti assaggi. Crescono i consumi e cresce il desiderio di scoprire, di testare, di sperimentare. Insomma, cresce la voglia di bere responsabilmente, cioè di sapere cosa bevo e di bere bene, perché il tanto dipende solo dal quanto possiamo. Al GinDay ogni anno è un’apparizione di nuovi prodotti, spesso italiani, spesso nati dall’entusiasmo di giovani nel desiderio di misurarsi con il proprio gusto e ovviamente con un mercato assetato, anche di novità. Oggi bastano davvero poche migliaia di euro per proporre un prodotto innovativo, utilizzando erbe, frutti e piante aromatiche locali. Esempi come il Gil, un prodotto «rurale» piemontese, dove prevale il bergamotto; il Gin Monticelli, un 47° amalfitano a distillazione lenta, in cui oltre al tradizionale ginepro, coriandolo, genziana e pepe rosa, non potevano mancare i sapori locali del limone accompagnato al miele di castagno. Così dopo i produttori «alpestri» come Florian Rabanser con il suo Dol, i toscani con l’introvabile Vallombrosa (distribuito da Velier), il botanical Sabatini Gin dalla dominanza di salvia, lavanda e foglie di olivo e l’esordiente Riviera Gin con la presenza di cannella e zenzero, rinasce uno storico Gin italiano: tale Imea Gineprina d’Olanda datato 1897, che grazie al suo nome fu cavallo di battaglia negli anni dell’autarchia utilizzato per la miscelazione dei «polibibite» futuriste. Questo Gin, oltre all’ovvia presenza del ginepro, contiene tutti gli aromi egemoni di quell’epoca: anice, chiodi di garofano, cannella e macis che determinano una impronta esotica, frutto del primo colonialismo che ebbe inizio dal corno d’Africa. Poi, sempre all’insegna dell’«Italian do it better», Luxardo ripropone un Dry Gin italiano di nascita Dalmata ai primi del ’900 con la presenza di nove botaniche, tra le quali la cannella, la liquirizia e l’arancia amara. Ecco dunque le più importanti novità di questo circo alcolico dove la presenza di altri liquidi era introvabile. Un circo dove il Gin fa gusto, tendenza e forse anche moda vista la presenza di Carlo Cracco, che dopo le precedenti sue più o meno discutibile affinità con le patatine croccanti qui ha presentato l’interpretazione di un limited edition del Gin Portobello Road. Ma il circo continua e ovviamente dove ci si può  divertire di più se non con il simpatico Dom Costa? All’interno di un ideale dirigibile, tra lettini di massaggi e vasche da bagno rilassanti piene d’acqua e petali di rosa, vecchie poltrone da barbiere e bottiglioni Hendrick’s il divertimento e l’assaggio erano assicurati.
Fuori da questo paese delle meraviglie il tempo ha ripreso a scorrere come il fiume del pubblico che a migliaia ha sfilato e bevuto, un pubblico soprattutto giovane e preparato, per il quale la sfida non sta in uno shot in più ma nell’interpretazione di una essenza, di un profumo, di una affinità che porterà un Gin più verso un Negroni, che non verso un Martini. E se più aromatico o speziato, certo andrà miscelato con una tonica, o a imitare la mai dimenticata Regina Madre d’Inghilterra che lo usava quotidianamente (cioè più volte al dì) per raffreddare il suo inseparabile tè.

Perché il Gin non è un liquore, non un blended, non è un fermentato e forse neppure un distillato, perché la distillazione dei cereali siano grano, mais, orzo genera solo la base alcolica incolore, insapore e inodore, da aromatizzare con ginepro e quant’altro. Dunque, per tornare alle sue origini, il Gin è un prodotto medicinale che non dà assuefazione, da prendere anche, ma non solo, su suggerimento del proprio medico, da assumere preferibilmente in compagnia, da degustare freddissimo, solo o abbinato nei cocktail, nel tè, o a ravvivare una tisana, ma anche degustato (per alcuni prodotti) a temperatura ambiente. È un ottimo dopobarba, disinfettante per le escoriazioni e non ultimo né meno importante: vaporizzato sul pellame delle scarpe, una volta spazzolate e lucidate, le rende uniche. E ricordate sempre le parole del saggio poeta Ogden Nash: «There is something about a Martini, A tingle remarkably pleasant; A yellow, a mellow Martini; I wish I had one at present. There is something about a Martini, Are the dining and dancing begin, And to tell you the truth, It isn’t the Vermouth, I think that perhaps it’s the Gin».

di Roberto Pignoni / Foto di Giulio Oldrini 

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Kris Tiziano Ferro
 
RMC NICK NIGHTFLY GIULIA MAZZONI 08-11-2016
 

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