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Coco Chanel

La mia vita come un romanzo

La stanza dei libri diventata fucina creativa e rifugio.
Il rapporto assiduo con la grande Letteratura. L’amicizia con scrittori e poeti come specchio per scavare in se stessa. Ecco perché Coco Chanel ha voluto presentarsi 
al mondo semplicemente come «una donna che legge»

Non è mai stata solo questione di abiti o di moda, di vestire o, ancora peggio, di «apparire». Lo avevamo sempre sospetta- to, del resto: il genio umano si esprime in molte forme e l’arte non è soltanto quella che sta esposta nei musei, come invece siamo abituati pigramente a pensare. No: si tratta di «essere», di sostanza, non di effimero; si tratta di aggiungere con la qualità delle nostre vite e dei nostri pensieri e dei nostri sogni, il piccolo o grande contributo, ciascuno secondo le proprie possibilità, al progresso e al miglioramento, se pure ci riusciamo, della società. Si tratta di avere un’idea del mondo ed esprimerla; meglio: si tratta di saper esprimere ciò che è nell’aria e prevedere, anticipare, ciò che sarà in futuro. Si tratta di costruire mondi concreti, realissimi, magari fatti di stoffe fruscianti, di pieghe e balzi, di odori ed essenze. Per tutto
questo Gabrielle «Coco» Chanel (1883-1971) non è stata una stilista, una maestra del gusto, un’icona della moda; per tutto questo si può dire che la sua materia è fatta della stessa sostanza dell’arte che professavano i suoi molti amici. Non a caso, poeti, narratori, pittori, mimi, musicisti, sublimi coreografi, decoratori, persino eccelsi giocatori di polo, da lei amati, come Boy Capel, il suo primo grande amore e colui che l’aiutò a fondare la casa di moda: tutti, in ogni caso, grandi lettori, in costante, fruttuoso contatto con i classici. Grazie, soprattutto, al decisivo contributo dei libri, i nostri grandi alleati nelle sfide che attendono da sempre il nostro modo di vivere.

Ecco, l’abbiamo finalmente detta, la parola che da sola riassume l’atteggiamento che Chanel ha avuto verso la cultura: il rispetto, l’amore, la passione, il pudore e l’ascolto intimo della lezione dei grandi classici fino a farla propria e diventare, lei stessa, un classico. Non esageriamo: e del resto il paragone lo aveva fatto, ben più autorevolmente, un altro classico del ’900, come Chanel, ma su altro versante, naturalmente Roland Barthes. Ecco cosa scrive nel 1967 il celebre critico francese: «Se apriste oggi una storia della nostra letteratura dovreste trovarvi il nome di un nuovo autore classico: Coco Chanel. Chanel non scrive con carta e inchiostro (salvo nel suo tempo libero) ma con tessuti, forme e colori; ciò non toglie che le si attribuiscano comunemente l’autorità e lo stile di uno scrittore del Grand Siècle, elegante come Racine, giansenista come Pascal (da lei citato), filosofo come La Rochefoucauld (che lei imita inventando le proprie massime), sensibile come Madame de Sévigné...». Il piccolo catalogo degli autori che Barthes cita è solo una minima parte della biblioteca mentale, ideale e pratica che Chanel, da sempre solitaria, dall’infanzia nell’orfanotrofio di Aubazine ai fasti del Ritz, dove andrà a vivere (e morire), da sempre accanita e attentissima lettrice, da sempre amante delle edizioni rilegate, dei libri ben stampati, dell’arte della stampa, aveva raccolto in una vita di letture nell’appartamento privato di rue Cambon.

E se una sola icona dovesse essere salvata di questa «sovrana lettrice» del mondo della moda, forse una fotografia che le scattò Douglas Kirkland nel 1962: lei, elegantissima (come poteva non esserlo?), seduta all’estremità del suo comodo sofà, con una mano tien ferme le letture del momento, giornali e riviste; ma è lo sguardo, volto alla schiera dei libri alle sue spalle, che le fa da quinta e da scudo di protezione; che rivela: è ai libri che bisogna guardare, che bisogna tornare, per avere piena contezza di ciò che si sta facendo, di ciò che si vuole fare. La fede nei libri, l’amore per la letteratura e la poesia, sono lo specifico di una mostra intelligente, La donna che legge, pensata esclusivamente per gli spazi della Ca’ Pesaro di Venezia (fi- no all’8 gennaio 2017), settimo approfondimento del percorso Culture Chanel e che, curata dall’esperto Jean-Louis Froment e da Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, promette di svelare, finalmente, un aspetto decisivo della storia e del senso della produzione artistica di mademoiselle Chanel. Profilo pochissimo indagato, eppure fondamentale. «Anche perché questa mostra», spiega Gabriella Belli, «è un modo coerente per ristabilire e celebrare il forte contatto tra Venezia e Chanel. Una storia, quella di Venezia, legata ai tessuti e agli abiti, e basti solo il nome di Mariano Fortuny, ma anche lo scambio, l’ispirazione che dalla città arriva a Coco Chanel, in seguito alle sue visite alla città». Non solo turismo, certo, non solo mondanità, non solo le scampagnate alla spiaggia del Lido, con la fedelissima Misia Sert, l’amica che la intro-dusse nel mondo degli artisti e degli intellettuali.

Venezia è anche il milieu culturale paragonabile a Parigi, nel quale nuotano, per esempio, i grandi dei Balletti russi, a partire dal sommo Diaghilev. «Il clima intellettuale veneziano, gli affetti, le amicizie che ispirano Chanel», spiega ancora Belli, «ritorna naturalmente nella creazione e realizzazione dei vestiti; per esempio il tema dei bottoni con il leone che spesso torna e che non può non farci pensare alla città». C’è, in questa mostra che raduna 350 pezzi tra cui ovviamente i libri, ma anche oggetti della collezione privata di Gabrielle, i dipinti di Picasso e Cocteau (manco a dirlo sono donne che leggono i soggetti in questione), l’espressione plastica e dirompente della vita culturale più intima e insieme più fervida di Chanel. «Può anche essere una mostra spiazzante perché ci fa capire meglio un’icona della modernità, ricorrendo a un aspetto davvero poco noto della sua personalità. Ed è una rivalutazione del suo ruolo, perché è stata una delle grandi interpreti dello spirito artistico del ’900, una donna fuori della norma perché ha saputo essere all’avanguardia nelle sue creazioni e nel suo gusto», continua Belli. Circondandosi, è bene appena ricordarlo, delle migliori menti della sua generazione. E gli oggetti, che per la prima volta escono dall’appartamento di rue Cambon 31, evocano un mondo che è ben noto alle cronache letterarie e forse sorprende che sia così fittamente intrecciato con una donna che confezionava arte sotto forma di vestiti. Le sue letture: gli amatissimi classici, rilegati con preziosa fattura dagli artigiani migliori, sfilano in ordine sparso; i Latini e i Greci, i grandi del romanzo, a partire da Cervantes, ma soprattutto, ecco i contemporanei: ora a noi consacrati dalla storia, ma nel momento creativo che condividono con lei, sono le massime espressioni della contemporaneità più avanzata, quella che detterà la linea dei decenni a venire: simbolisti, dadaisti, cubisti, surrealisti. Tutti i movimenti che hanno anticipato e segnato il ’900, e che ancora oggi giungono a noi, sono compresi, sostenuti, valorizzati e apprezzati da questa lettrice onnivora, che accoglierà sempre l’intelligenza come suprema forma di buon gusto. «La lettura esaltava il suo spirito combattivo», scrive Froment. «Sebbene i salmi dell’orfanotrofio dell’abbazia cistercense di Aubazine le avessero dolorosamente e ingenuamente indicato la strada, in seguito saranno i poeti che la inizieranno alle confidenze dell’invisibile».

La biblioteca che il pubblico scoprirà a Venezia riunisce infatti Cocteau e Reverdy, Mallarmé e Jacob, Apollinaire e Morand e via elencando: gli autori che hanno attraversato la vita «silenziosa» di Gabrielle Chanel ma anche i libri degli artisti che lei ha ammirato e sovente amato. Nelle dediche manoscritte l’eco di una fedeltà, di una compagnia, di una solidarietà artistica che certamente era reciproca; nelle rilegature, che spesso Chanel affidava a Germaine Schroder, contrassegnando di pugno con una C a matita nel primo foglio di guardia il possesso, c’è la cura per un oggetto che era molto più che un testo: era, sempre, una testimonianza. Una teoria di volti e parole, di scritti e oggetti, di collaborazioni, feste e idee, un’iridescenza del genio creativo che trova nei dipinti di Picasso, nelle danze di Diaghilev, nelle decorazioni di Bakst, il
contrappunto all’impulso, al rigore e alla qualità che Chanel pretendeva da se stessa nel suo modo di esprimere il genio. Gli artisti li amava e li proteggeva. Convisse, innamorandosene, con il già sposato Stravinskij, finanziò la rivista satirica del successivo compagno, il caricaturista basco Paul Iribe, con i soldi del N°5 regalò a Diaghilev 300 mila franchi purché riproponesse sulle scene un’opera di Stravinskij; era speciale il suo rapporto con il poeta spiantato Pierre Reverdy, che la orientava soprattutto nella scelta delle poesie e degli autori (qualche anno fa fu ritrovata una copia autografa dei Calligrammi di Apollinaire donata a Reverdy e da lui a Chanel). Amica dei surrealisti e dei dadaisti, entrava talora direttamente nelle produzioni: come quando disegnò i costumi per una Antigone di Cocteau o quelli, da spiaggia, immortalati poi da Picasso, per il balletto Le Train Bleu. Non ha scritto letteratura, Chanel, come diceva Barthes, ma è un classico proprio per questo: perché ha trovato nella diversità degli stimoli la sua voce personalissima e l’ha dichiarata proponendo, dagli abiti ai profumi, dagli accessori ai gioielli, un’idea di modernità che sfida e supera la propria temporalità e si proietta ben oltre. Proprio come fanno i classici. In un sublime, commovente e veridico appunto manoscritto autografo esposto in mostra, Gabrielle Chanel, detta Coco, trova un lampo di verità che tutto racchiude: «La vita che conduciamo non è mai granché, la vita che sogniamo è invece la grande esistenza perché la continueremo oltre la morte». Chanel è un classico perché ha sognato la vita per tutti noi, posteri compresi. 

Di Stefano Salis

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