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Maitre Gims: «Nel futuro? Mi vedo come un Karl Lagerfeld, ma black!»

Con la sua musica, ha conquistato il pubblico internazionale. Ma l’artista di origini africane guarda anche alla moda. E promette di diventare come il grande stilista tedesco

In Francia ha ormai lo status di una superstar. Prima con l’hip hop corrosivo del gruppo Sexion D’Assault, poi da solista, con l’album “Subliminal” (un milione di copie vendute) e adesso addirittura con un doppio cd, “Mon Coeur Avait Raison", 26 potentissimi brani divisi in pillule bleu (sonorità urban e potenziale audience allargata) e pillule rouge (hip hop dalla vocazione street style), in omaggio alla trilogia cinematografica di “Matrix”, in cui la pillola blu manteneva nel mondo dei sogni, quella rossa faceva vedere la cruda realtà.

Il successo in Italia

In Italia a farlo conoscere e amare è stata la hit “Est-ce Que Tu M’Aimes”, (25 milioni di download). E come se non bastasse, l’artista è anche super-ospite al Festival di Sanremo. Ma com’è davvero questo ventinovenne musicista di origini congolesi, dalla potente voce pastosa, arrivato a Parigi ad appena due anni d’età, tuttora senza cittadinanza francese e perennemente nascosto dietro un enigmatico paio di occhiali molto futuribili? Difficile incasellarlo in un’unica definizione. Gentile, ma sicuro di sé, pronto a rispondere anche alle domande più scomode, ma dotato già di un carisma da star che lo porterà molto lontano. I suoi progetti sono infatti ambiziosi, come ha rivelato durante l’intervista concessa a Radio Monte Carlo.

Secondo la classifica degli artisti più ascoltati in Francia su spotify nel 2015, tu precedi Rihanna. Che effetto ti ha fatto?

«Be’, è stato un onore. Ed è anche qualcosa che ti spinge a migliorati, una motivazione per andare avanti, offrire il meglio di te!»

Hai composto un disco ricco, diviso in due parti, due facce di te… Ma oggi l’ascolto della musica è perlopiù frammentario, fatto di canzoni e video su internet, un brano alla volta. Questo ti dispiace o pensi che la tua idea complessiva del disco arrivi lo stesso?

«So che la musica oggi è sempre più effimera, quindi c’era questo rischio… Ma allo stesso tempo oggi la musica urban pop ha una sua importanza sempre maggiore. Il disco mi rappresenta bene: c’è la parte rap, hip hop, che testimonia le mie origini, il luogo da cui provengo, e c’è l’apertura verso una musica con un maggior raggio d’azione. Voglio dare un’immagine quanto più possibile completa di me stesso, non un unico volto».

La tua è una storia esemplare dei nostri tempi: nasci in Africa, fuggi con la famiglia in Francia, una vita difficile e tuttora oggi, ricco e famoso, non hai la cittadinanza francese. Come vedi i nostri tempi, qual è la tua opinione su tutto quel che sta accadendo soprattutto in questi giorni di tensione, quali sono i tuoi sentimenti? Rifacendoti al periodo in cui non eri ricco e famoso, ma ai giorni in cui lottavi per vivere…

«È vero, quando diventi celebre perdi di vista la vita delle persone meno abbienti. Sono stato molto povero, adesso non sono molto ricco, ma vivo bene, quindi conosco le due facce della Francia. Metà della popolazione francese non arriva a fine mese, quindi le capisco, come posso capire anche fenomeni come l’exploit del Front National alle ultime elezioni. Bisogna anche ricordare che Parigi non è la Francia. La Francia è un paese molto grande, che ho potuto girare molto, relazionandomi con tante persone e vedendo con i miei occhi tutte le difficoltà della gente».

Nel tuo brano “Melynda Gates” dici: «la mia sola musa è la strada, i mei fratelli musulmani…». Tu vieni dalla strada, ti sei formato lì e lì hai fatto esperienza. Oggi però sembra che i ragazzini si formino solo su internet… che differenze vedi? E cosa pensi dei social e del web in generale? Che esperienze fa un ragazzino sul web?

«Io ho proprio assistito alla nascita di Internet, ma per me frequentare la strada è stato il mezzo per conoscere persone che avevano qualcosa da raccontare, con delle storie. Oggi i ragazzi si relazionano su Internet, Instagram, Facebook e vivono in un mondo finto, virtuale, rispetto a quella che è la realtà. E purtroppo prendono tutte le informazioni da lì, senza vivere e senza relazionarsi con le persone vere. Questo è forse il grande limite di oggi».

Oltre che un musicista di talento sei anche un bravo manager: hai investimenti bancari, possiedi immobili, una catena di ristoranti, una squadra di calcio a Kinshasa, una linea d’abbigliamento… è difficile conciliare l’artista e l’uomo d’affari?

«Non è l’ambizione di tutti gli artisti, avere tutte queste cose, ma io ho sempre desiderato avere una linea d’abbigliamento e anche una mia etichetta discografica per produrre altri musicisti. Molti mi hanno criticato perché ho realizzato tutto questo, e molto velocemente, ma questo è il mio modo di pensare: se decido di fare una cosa la faccio subito, non aspetto domani».

Tu ti esibisci live sia in Europa che in Africa: la reazione del pubblico è simile?

«Oh, no! In Africa il pubblico è molto più caloroso. Ti dimostra più amore, più devozione, perché per loro sei ancora più irraggiungibile, più impossibile, rispetto a un fan che vive in Francia. Ecco perché c’è un grande calore, un gran voglia di avvicinarsi a te e di seguirti. Un po’ come quando una grande star americana arriva in Europa».

Come ti vedi tra dieci anni?

«Vorrei poter avere due o tre artisti di successo sotto contratto per la mia etichetta. E vorrei avere successo con la mia linea di abbigliamento, vorrei essere riconosciuto come stilista. Vorrei presentare le mie creazioni con delle delle sfilate. E, siccome stimo molto Karl Lagerfeld, vorrei diventare… un Karl Lagerfeld black. D’altronde, anch’io indosso sempre con gli occhiali, come fa lui…»

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