Walk of Fame

Modelli iconici che hanno marcato, passo dopo passo, il cammino di successo di Tod’s. Raccontati attraverso uomini-simbolo dell’eleganza maschile

La celebrità è quella cosa che, come insegna Andy Warhol, ha il vizio di durare solo i fatidici 15 minuti. E forse proprio per questo non la si nega a nessuno. Altra cosa è avere la forza, il carattere, l’ingegno e l’intuito per trasformare quei 15 minuti in una condizione eterna, superando i vincoli del tempo, dei modi e delle mode. Diventare icone, insomma simboli di riferimento che hanno marcato un cambio di rotta deciso e, spesso, inaspettato. Una mossa non comune che genera ammirazione e fascino, e lascia un segno indelebile nella storia. Come si diventa un’icona? Domanda da un milione di dollari, e forse mal posta: perché icone non lo si diventa, icone in qualche modo lo si è.

«È il segreto di un preciso modo di essere, prima ancora che di apparire, così autentico e riconoscibile da diventare puro glamour che nonostante il passare del tempo non cambia mai i suoi codici inconfondibili ed inimitabili»: è questa la definizione di icona proposta da Timeless Icons, volume celebrativo (edito da Electa, 160 pagine, 70 euro) voluto da Tod’s per raccontare perché, da sempre, l’essere umano ha bisogno di icone, ovvero di persone, ma anche di oggetti, che rappresentino un’aspirazione ma anche un’ispirazione. E finché si parla di Steve McQueen o di Sean Connery, di James Dean o di Paul Newman, di Mick Jagger o di Marcello Mastroianni il terreno è facile: il mondo del cinema e quello della musica sono delle grandissime officine capaci di sfornare icone contemporanee. Ma non è solo su un grande schermo o su un grande palco che prende vita un’icona.

La storia imprenditoriale italiana è piena di icone nate in laboratori artigiani dense di sapienza manuale, genio creativo e capacità di innovazione. Il «gommino» di Tod’s, piccolissimo elemento partendo dal quale un’impresa di famiglia nata negli anni 40 a Casette d’Ete (Fermo), all’interno di uno bacini creativi più brillanti d’Italia come il distretto calzaturiero marchigiano, è diventata uno dei brand simbolo del lusso globale, è un esempio di queste icone partite «dal basso». Un’icona basata non sull’apparire ma sull’essere, sulla concretezza dei materiali e delle lavorazioni, sulle capacità manuali degli artigiani e l’intuito imprenditoriale di voler portare sul mercato una scarpa che fosse nel contempo elegante e casual. Parafrasando Diego Della Valle, presidente di Tod’s, che firma l’introduzione al volume, un marchio diventa iconico quando porta in maniera coerente le proprie radici nelle sue collezioni, senza scendere a compromessi e puntando sempre al massimo della qualità. Qualità che si esprime tanto nella scelta dei migliori pellami quanto nella sapienza unica della loro lavorazione. Queste sono le caratteristiche specifiche che vengono riconosciute sempre dal consumatore, indipendentemente dalle tendenze e dai tempi. Questo fa di un marchio una realtà «timeless». 

di Mattia Schieppati

Scopri l'articolo su Arbiter 

Now on air