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Vita da Arbiter

Manica, Maestro!

Come combinare il dress code di una prima della Scala con la praticità dei gesti necessari a direttore e musicisti? I consigli di un grande sarto (e melomane)

E' una sfida tra maestri. Da una parte, Carlo Andreacchio, maestro alla guida della Caraceni, la più celebre sartoria milanese. Dall’altra, personaggi come Riccardo Chailly, direttore del Teatro alla Scala (sarà lui il 7 dicembre a dirigere la «prima», con la Madama Butterfly), o come il grande violinista Uto Ughi, come Gianandrea Gavazzeni o, per venire alle nuove generazioni, come i giovani maestri direttori Carlo Goldstein o Omer Meir Wellber. Il loro terreno d’incontro? La sala prove. Non quella di un teatro ma quella, ovattata, della sartoria milanese, dove tanti direttori, primi violini, pianisti vengono a farsi confezionare il frac, abito di scena erede di una tradizione di eleganza che, per fortuna, resiste nel tempo.

Un dress code doveroso, «un segno di rispetto per la musica, e nel caso specifico per la meravigliosa cornice del Teatro alla Scala», dice Andreacchio, appassionato melomane e frequentatore del tempio milanese della lirica. Di sicuro, però, non è l’abito più pratico per chi, come il maestro d’orchestra, per tre ore è costretto in piedi, al centro dell’attenzione, con sulle spalle la responsabilità di un centinaio di orchestrali e coristi, e si sbraccia dettando con le braccia, il corpo, la testa, i ritmi della partitura. «Sono tre ore terribili e provanti dal punto di vista fisico», conferma Andreacchio: «Quando mi capita di andare in camerino a salutare il maestro alla fine dell’opera, il frac è quasi bianco per il sudore. Un direttore perde fino a tre chilogrammi dopo ogni direzione». Che cosa può fare un sarto per alleviare almeno in parte questa pena? Andreacchio sorride. «Ci sono direttori o orchestrali che ci chiedono se possibile di avere “un frac leggero”, ma ahimè il frac leggero non esiste. Il frac deve essere in baratea, un tessuto che unisce lana e lana mohair, e per quanto i pesi si siano quasi dimezzati rispetto a qualche decennio fa siamo comunque sui 320-350 grammi al metro quadro. Al di sotto di questi pesi, non è più lecito chiamarlo frac. Teniamo conto di una cosa: una volta si diceva che per indossare e per togliere il frac bisognasse avere accanto un valletto, perché da soli era impossibile farlo. Deve infatti essere un abito perfettamente aderente alle linee del corpo, muoversi con il corpo, senza scomporsi. A volte assisto a concerti dove vedo le falde del frac del direttore d’orchestra che svolazzano qua e là... terribile. Vuol dire che non è stato fatto un buon lavoro».

Com’è quindi un frac ben fatto, un frac da «prima» della Scala? «Deve seguire perfettamente i movimenti del corpo, delle braccia e del torso in particolare. Tutto sta nell’esattezza del taglio. La parte più complicata, per un sarto, è sempre quella tra metà busto e la spalla, è la sezione che poi dà coerenza a tutto l’abito». Andreacchio racconta che durante le prove d’abito (tre, a volte quattro) direttori e violinisti sono invitati a effettuare con l’imbastitura addosso tutti i movimenti che compiranno poi una volta sul palco: braccia, piegatura del gomito, inchino compreso. Andreacchio mima i gesti, l’inclinazione del capo e del mento del violinista, l’apertura delle braccia del direttore. L’accorgimento? «Il gilet. Può essere a un petto, o doppiopetto, l’importante è che sia perfettamente allineato alle punte della marsina. Non deve uscire dalla marsina, accorgimento che purtroppo pochi seguono». Altro fattore chiave è la camicia: «Avendo lo sparato inamidato molto rigido, se questo è troppo lungo e va a finire dentro il pantalone, quando il direttore si muove lo sparato sale, e si rischia l’effetto ghigliottina. Per questo, lo sparato deve stare 5-6 cm sopra la cintura del pantalone». Personaggi così impegnati, quanto tempo dedicano al sarto? «Devo dire che dedicano tempo. Sanno che si tratta di un elemento importante, che un frac ben fatto gli risparmia poi fatica, quel fastidio che si traduce in distrazione magari in un momento già di alta tensione. È uno strumento fondamentale per il loro lavoro». 

di Mattia Schieppati

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